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Stare in società: una replica di Antonio Scurati a Tomaso Montanari

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Pubblichiamo una replica di Antonio Scurati all’articolo di Tomaso Montanari Il Rinascimento in salsa tonnata, da Eataly. (Immagine: G. Cervone per il Corriere Fiorentino)

di Antonio Scurati

Tomaso Montanari è un onesto intellettuale. Difende principi e valori largamente condivisi, anche dal sottoscritto. Per questo motivo ho deciso di rispondere al suo basso attacco polemico. Tomaso Montanari è, però, anche un intellettuale onesto. Uno di quelli che fanno della probità e della rettitudine una bandiera continuamente sbandierata. Per questo motivo la disonestà intellettuale lo disonora specificamente. L’articolo con cui attacca (anche) me per attaccare Farinetti, e Farinetti per attaccare Renzi, rientra, temo, in questa fattispecie.

Innanzitutto, brevemente, il fatto. Qualche tempo fa, Oscar Farinetti, patron di Eataly e, sia detto per trasparenza, mio caro amico da diversi anni, in vista dell’apertura del negozio di Firenze, mi chiese di concepire una breve narrazione del Rinascimento fiorentino destinata ad accompagnare il percorso all’interno del punto vendita. Anzi, una narrazione brevissima: il Rinascimento in trenta immagini e trecento righe. Qualcosa che, adottando le modalità fulminee e visuali di comunicazione oggi prevalenti nei new media, facesse opera di divulgazione culturale in un luogo con altra vocazione. Non i mercanti nel tempio ma un richiamo al “tempio” nel mezzo del mercato. Essendo convinto che la divulgazione sia oggi una delle grandi sfide poste al mondo della cultura, ed essendo da sempre interessato a rintracciare possibili punti di contatto tra arte colta e cultura di massa, ho accettato. Non sono, purtroppo o per fortuna, uno storico dell’arte ma ho grande rispetto per questa disciplina. Si trattava, mi son detto, di far leva sulle mie abilità di narratore. Trenta micronarrazioni, e altrettante immagini, che rievocassero, o in alcuni casi evocassero per la prima volta, agli occhi e nelle menti di visitatori intenti ad altro, alcuni aspetti salienti di una delle più grandi imprese di civiltà mai realizzate dall’uomo. Dei “punti luce”, per così dire.

Montanari depreca scandalizzato questo piccolo tentativo. Lo accusa innanzitutto di essere banale (ma non esiste critica più banale di questa), lo rimprovera poi di ripercorrere luoghi comuni (ma dovrebbe sapere che l’impianto retorico del sistema educativo europeo, e anche del sistema artistico e letterario, finché hanno funzionato, si fondava sulla forza conoscitiva dei loci communes, come spiegano magistralmente Ernst Robert Curtius e Aby Warburg), gli imputa infine di essere un “Bigino” (ed in effetti lo è ma Montanari dimentica quanto l’arte dell’insegnamento abbia perso rinunciando alla forza educativa dell’aneddotica, delle sintesi ad usum delphini, degli exempla, dei racconti gnomici). Fin qui, però, quello di Montanari rimaneva un giudizio sommario, tendenzioso e fazioso ma legittimo. Un’opinione come un’altra.

Quando, però, Montanari passa dalla riprovazione all’argomentazione, cade nella disonestà. Volendo fornire esempi di questa scrittura a suo dire sciatta, dozzinale e scorretta, invece di citare dal mio lavoro cita da qualche testo di presentazione, a me ignoto, e probabilmente redatto dagli uffici comunicazione di Eataly. Sono, effettivamente, parole un po’ grossolane, enfatiche e approssimative, come quasi tutte le parole del marketing, ma sono paratesti e Montanari li presenta come se fossero il testo in questione. Sarebbe come se si criticasse un romanzo sulla base della quarta di copertina composta da un redattore editoriale. O come se si disprezzasse un dipinto a causa di una didascalia improvvida o inesatta. Il mio lavoro svolto per Eataly, torno a dire, non è certo un’opera d’arte ma solo una piccola, anzi piccolissima, opera di divulgazione culturale, ma la scorrettezza dell’attacco nei suoi confronti rimane. Poiché, però, Montanari è intellettuale onesto, voglio credere che questa scorrettezza sia frutto di accecamento dovuto a furore polemico e non a malafede. Attendo, dunque, volentieri le sue scuse.

Mettiamo, però, da parte questa secondaria questione personale. La polemica di Montanari solleva, forse, indirettamente un paio di altre questioni interessanti e meritevoli di approfondimento. La prima riguarda il rapporto tra intellettuali e imprenditori. Un rapporto che in Italia nel dopoguerra ha avuto una storia anche mirabile e che poi è scaduto a servaggio o cessato del tutto. Farinetti, amicizia a parte, rappresenta ai miei occhi un caso d’imprenditoria virtuosa, forse addirittura un modello. È un imprenditore e come tale va giudicato (se poi si vuole criticare il suo sostegno a Renzi, lo si faccia apertamente e onestamente senza intorbidare le acque e avvelenare i pozzi; io stesso, pur guardando al sindaco di Firenze con interesse e speranza, in passato non gli ho risparmiato le critiche). Farinetti è un imprenditore che ha reinvestito in una nuova impresa (Eataly) ingenti capitali risultanti dalla vendita della sua precedente attività (Unieuro) in anni in cui molti imprenditori italiani passavano alla finanza speculativa. È un imprenditore che reinveste sistematicamente i profitti nell’impresa in un Paese in cui sempre più spesso i suoi colleghi li occultano in società offshore. È un imprenditore, insomma, che rischia il capitale, non lo presta, e rischia i propri capitali, non quelli delle banche. È, inoltre, un imprenditore che investe su di una formidabile idea imprenditoriale (Eataly, con la sua visione di portare il cibo di alta qualità a tutti) e non su economie di relazione. È un imprenditore estraneo a ogni illegalità in un Paese di concussi e corruttori; che fa impresa con una forte attenzione al suo valore sociale (l’agricoltura sostenibile, la filiera corta, le produzioni artigiane, sotto il patrocinio di Slow Food) e all’educazione alimentare. È un imprenditore che contribuisce significativamente a rendere desiderabile – “appetibile”, se preferite – l’Italia nel mondo in un momento in cui il mondo ci tiene in discredito. È, infine e soprattutto, un imprenditore che assume a tempo indeterminato, dopo un periodo di prova, con stipendi di quindici mensilità, migliaia di lavoratori in un momento in cui ovunque se ne licenziano a migliaia. Ebbene, a mio modo di vedere, collaborare con un’impresa del genere, soprattutto nell’Italia di oggi, non è affatto deprecabile per un intellettuale. Rimarrò convinto che questo tipo di collaborazione possa, anzi, essere un’opportunità feconda di conseguenze positive, su entrambi i versanti, finché qualcuno non mi convincerà del contrario. Ma per far questo ci voglio argomenti e ragionamenti, non bastano le insinuazioni, i sarcasmi da bar, le calunnie o le suggestioni veteromarxiste.

L’altra questione interessante è quella relativa ai rapporti tra cultura intellettuale e cultura materiale in un’epoca post-ideologica. Diciamoci le cose come stanno: viviamo in un mondo in cui le espressioni della cultura materiale, o delle arti applicate, hanno soppiantato e talora espropriato quelle della cultura artistica e intellettuale. È accaduto prima con il design industriale, poi con la moda e ora, infine, con l’enogastronomia. Non vi è dubbio che la cultura del vino e del cibo stia progressivamente occupando – usurpando? – nell’immaginario sociale il luogo che fino a ieri fu della pittura, della musica colta, della letteratura, della filosofia (anche io ho descritto, raccontato e criticato nei miei libri questo processo storico). Il fatto che il negozio fiorentino di Eataly sia stato inaugurato in uno stabile che ha a lungo ospitato una libreria è da questo punto di vista emblematico. All’estero, del resto, quando guardano con ammirazione alle espressioni della cultura italiana guardano alla gastronomia, alla moda, all’arredamento d’interni, all’arte culinaria molto più che all’arte poetica, cinematografica o pittorica (salvo che si tratti di un’arte del passato). Food, fashion and interior design, questo siamo oggi agli occhi del mondo. Ci piaccia o non ci piaccia (e a me non piace). A fronte di ciò, la domanda che, però, un’intellettuale si pone – ammesso che riesca per un attimo a deporre lo sdegno al cui fuoco fatuo il suo ego tanto si scalda – è: dove sono io in questa impietosa corrente? Come assumo al fondo della mia produzione le contraddizioni di questo processo storico?

La separazione. Questa la risposta che sembra dare uno come Montanari anche quando riflette, e non solo quando polemizza (molto spesso, a dire il vero). La sua difesa dell’arte come bene comune e della funzione civile del patrimonio artistico e storico della Nazione – difesa che mi trova pienamente solidale e schierato con lui – pare suggerire che questo patrimonio debba rimanere rigidamente separato da tutti gli altri aspetti della vita di quel popolo cui appartiene e che gli appartiene. Ogni contatto tra le diverse sfere di vita, tra gli ambiti differenti eppure prossimi dell’esistenza, è stigmatizzato quale fonte d’impurità, di sacrilega contaminazione. È una concezione dello spazio dell’arte quale luogo sacro, nel senso etimologico di separato, inviolabile (ma anche di “maledetto”). Chiunque violi con il proprio comportamento la pax deorum, il concorde equilibrio stabilito tra la cittadinanza e gli dei dell’arte, viene sottoposto a bando morale. Montanari, e quelli che la pensano come lui, si autonominano guardiani del confine.

Ebbene, non sono d’accordo. Dei tre regimi di pensiero che si possono adottare quando posti di fronte al processo storico in cui la cultura materiale prevarica sulla intellettuale – regime confusivo, separativo, distintivo – io opto per il terzo. Rifiuto il regime confusivo. Quello, per intenderci, proposto dalla scena, cui tutti in questi anni abbiamo assistito, nella quale chiunque affetti un salame proclama: “Io faccio cultura”. Ma rifiuto anche quello separativo. La scultura di Michelangelo e la viticoltura toscana sono e devono rimanere cose ben distinte ma non separate. La distinzione presuppone un’intelligenza dei legami, la separazione li recide.  Dei legami e del discernimento. Se un mercante spregiudicato trova il modo di commercializzare i propri prodotti nelle gallerie degli Uffizi, è giusto opporsi. Se un brillante imprenditore desidera rendere omaggio, tra gli scaffali del suo negozio, ai maestri esposti agli Uffizi, si può magari invece perdere l’occasione per una cieca indignazione.

L’aneddoto riguardante la vita di Michelangelo narrato tra le mura di Eataly è un nodo passante, non chiude il discorso in un cosmo asfittico dominato dal culto smodato del food. Fa, anzi, segno verso ciò che ne esorbita. Ti dice che c’è dell’altro e dell’oltre. Fa segno verso la città di Firenze come immenso, inestimabile ecosistema artistico – giustamente tanto cara a Montanari – e come sistema culturale e sociale nel quale gli uomini per lo più faticano, mangiano, dormono e, talvolta, nei giorni fortunati, alzano gli occhi verso la bellezza e verso il pensiero delle cose ultime. Il pensiero della distinzione non emargina l’arte in uno spazio separato ma la colloca al centro. Ne fa il nodo di una laica religiosità che, anche qui seguendo l’etimo (quello lattanziano), lega l’individuo in un vincolo di pietà a tutto ciò che è umano attraverso l’onnipresenza del “divino”.

Il che significa che per difendere l’arte bisogna stare in società. Il polemismo di Montanari sembra suggerire, invece, una nostalgia neo-comunitaria. Contrappone una Kultur dei valori essenziali della piccola comunità degli eruditi a una Zivilization incivile della cultura di massa dominante in società. Al di qua della linea di separazione la piccola ma feroce comunità di monaci guerrieri agli ordini di Marco Travaglio, al di là della linea, nell’impurità, tutto il popolo, quel popolo al quale lo stesso Montanari rivendica la proprietà consapevole delle pietre sacre della Nazione. (Va notato, però, che, d’altro canto, Montanari dimostra di saper stare in società quando accetta di fare da consulente di un ministro il cui vicepresidente è Angelino Alfano).

Io credo, invece, che il luogo del conflitto per la difesa affermativa, non meramente reattiva, del valore culturale dell’arte non possa che essere la società. Se abbiamo la volontà, o la vocazione, a renderci parte attiva dei rapporti di forza dispiegati nel campo culturale, dobbiamo difendere la società e, per farlo, dobbiamo stare in società. Per difendere la società ce ne dobbiamo appropriare ma la società è sempre il “luogo dell’altro”, il campo del molteplice eterogeneo, irriducibile, irredento. Nell’“aperto della società” non vi sono che tattiche, nessuna strategia è possibile, perché, come insegnava De Certau, la tattica ha come luogo solo quello dell’altro, è un calcolo che non può contare su una base propria, né dunque su una frontiera che distingue l’altro come totalità visibile. Non disponendo più di un luogo che possa essere circoscritto come proprio, isolato in un ambiente, l’intellettuale è chiamato a insinuarsi dappertutto portandovi la propria conflittualità, e portando nel fondo della propria produzione la contraddizione che questo comporta – avrebbe detto Adorno – non per rimanere ciò che è ma per diventarlo, di volta in volta, nella zona di bruciante contatto con l’altro da sé.

Questa linea di condotta discende da una teoria: si tratta di capire che la marginalità oggi non assume più la figura dei piccoli gruppi ma quella dell’emarginazione diffusa, che la marginalità si universalizza perché, svanite le culture popolari e tradizionali, è l’intera massa sociale a trovarsi ai margini dei processi di produzione culturale, confinata nella posizione del consumatore. Nella comunità si è identici, alla comunità si appartiene; la società, invece, è il luogo dove tutti sono esclusi, nessuno escluso. Il romanzo, diceva Kundera, è il paradiso degli individui. La società individualizzata nella quale viviamo, che c’impone come un obbligo istituzionale la solitudine dell’individuo, ne è l’inferno. Proprio per questo motivo, è la società il luogo della critica. E nel margine di questa emarginazione di massa, oggi l’intellettuale si ritrova in società con quello che un tempo si chiamava popolo. Oggi, infatti, non sono più l’arte e la letteratura a filtrare la cultura diffusa. La Nazione italiana la fecero nell’Ottocento scrittori e popolo cantando all’unisono le opere di Verdi ma gli italiani di oggi sono stati rifatti negli anni ’80 dagli esperti di marketing distaccati alla televisioni da Berlusconi. Da quest’altro lato dello schermo, ammassati tutti assieme, stanno oggi scrittori e popolo. Soli tra le rovine delle loro pietre sacre.

Il fantasma della comunità adombra, mi sembra, una reazionaria nostalgia di trascendenza. Ci seduce e ci commuove tutti. Ma di fronte a una visione laica, materialista, anche disperata, se vogliamo, c’è solo il piano d’immanenza dei rapporti di forza sociali o anti-sociali. Se la cultura di massa della nostra società non attribuirà un valore alle comunità intellettuali, le comunità intellettuali non sopravvivranno (si veda l’attuale, veloce agonia dell’Università). Se la cultura di massa non attribuirà un valore al capitale culturale dell’arte rinascimentale, essa non sopravvivrà. Ma è la fuori, nell’aperto del permanente criticismo sociale che si darà battaglia. Anche tra gli scaffali di Eataly. Anche e soprattutto quando un popolo impoverito invece della rivoluzione sogna il tonno di coniglio.

Se, invece, gli intellettuali onesti imboccano la via del biasimo professionale, il rischio è che i moralizzatori (vedi il nome di questo blog) diventino diffamatori, che la loro difesa della cultura scada a un perenne sindacato in difesa di loro stessi, che i professionisti dello scontento diventino piccoli untori in tempo di peste. L’arte è patrimonio della Nazione non degli storici dell’arte. Ma sono certo che, almeno su questo, Montanari sarà d’accordo con me.

 
Commenti
15 Commenti a “Stare in società: una replica di Antonio Scurati a Tomaso Montanari”
  1. Giul scrive:

    “Nella comunità si è identici, alla comunità si appartiene; la società, invece, è il luogo dove tutti sono esclusi, nessuno escluso”: il regime confusivo ce l’ha in testa Scurati me sa.
    Il rumore di unghie sugli specchi è fortissimo. Una superficialità specchiata e contraria a quella rimproverata a Montanari nel giudicare un fast food per fighetti che usa il rinascimento come userebbe gli antichi romani o il barocco papista a Roma. Si dovrebbe smettere di lasciar passare e incaxxarsi una buona volta contro questa accusa di essere reazionari se non si accettano certe cose.

  2. yeah! scrive:

    Riassumendo Scurati:
    - Farinetti acchitta in modo accattivante i locali non per questioni di marketing ma perché è un Giusto.
    - Scurati associa la sua firma ad una campagna di marketing non per ritorni personali, ma per simpatia nei confronti di Farinetti, che è un Giusto
    - Farinetti sostiene Renzi non per prospettive di potere, ma perché anche Renzi è un Giusto
    - Scurati, Farinetti, Renzi sono GGente del popolo. Cioè SCURATI: l’Intellettuale che si difende in 14 paragrafi scomodando etimi lattanziani, zivilization, Kultur, Adorno, Ernst Robert Curtius e Aby Warburg, solo perché se lo metti in discussione sul piano culturale deve farti sentire la Sua Sapienza – praticamente un bullo del Sapere; FARINETTI: l’imprenditore che fa i miliardi sull’irresistibile intuizione che chi c’ha i soldi mangia sano e chi non c’ha una lira mangia il petto di pollo del discount; RENZI il segretario del PD (e il rapporto PD/popolo si commenta da solo), LORO TRE sono fatti della stessa sostanza del popolo. Chi li mette in discussione, invece, chiude il resto del mondo oltre mura di supponenza, peraltro costruite con Travaglio che tiene la cazzuola.

    Oh, certo.
    Certo, certo, certo.

  3. elio scrive:

    “Chi li mette in discussione, invece,….”
    A beh, invcece sul blog di montanari (del FQ) hanno messo in discussione lo Stesso e lui che fa? Replica..
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/31/firenze-questione-di-marketing-e-ancora-permesso-criticare-renzi-e-farinetti/828495/
    Leggo su twetter e riporto: Ma è ancora permesso criticare Montanari?

  4. Regina scrive:

    @Elio
    Perché non le leggete le cose che linkate?

    In quel post Montanari dice di essere stato licenziato dal giornale (“Corriere”) per aver criticato Renzi.

    Dunque: se critichi Montanari, lui replica alle critiche (come qui Scurati alle critiche di Montanari).

    Se critichi Renzi, ti licenziano.

    Le chiacchiere mi sa che stanno a zero, e da lì devono ripartire.

  5. elio scrive:

    @ Regina
    Non solo ho letto il post, ma anche tutti i commenti.
    A questo mi riferisco: “La cosa che non mi è davvero piaciuta, in molti commenti, è il tono pressoché squadristico”.

  6. Regina scrive:

    Ok. Scusami, non avevo allora capito bene io.

  7. Cristina scrive:

    “La comunicazione oggi si gioca tutta sul piano di ecc. ecc.”

    A me non sembra che i più grandi scrittori contemporanei (da Vargas Llosa, a Saramago, a David Foster Wallace, a DeLillo, a Littel) se la siano giocata o se la stiano giocando sul piano della semplificazione, ma su quello della complessità, della profondità. Anche di un’apparente semplicità, magari (vedi la Munro), ma non della semplificazione su cui mi pare Scurati voglia aprire una breccia.

    Non la fa neanche Tom Wolfe (per dire uno che ideologicamente sta molto più a destra sia di Scurati che di Montanari) la scelta di semplificazione. Non è che per entrare nella comunicazione contemporanea devo essere insomma fiero di scrivere cose banali, come Scurati mi pare rivendichi in un pezzo che ha anche cose interessanti.

    Insomma, non ci si può prendere in giro. La partita continua a giocarsi sempre tra chi fa cose belle (o ci prova) e chi non le fa (o perché non le sa fare, o perché neanche più ci prova). Se Scurati rinuncia a fare arte (benissimo) e vuole mettersi a disposizione della comunicazione contemporanea, provi a scrivere i “Sopranos” anziché difendere una cosa per sua stessa ammissione banale.

    Anche qui, sarebbe più onesto dirla in un’altra (antica) maniera: tengo famiglia, mi hanno dato soldi per una marchetta, la faccio, e con quei soldi ci campo per scrivere un bel romanzo. Lo faceva pure Pasolini prima di diventare famoso, lo può fare Scurati.

    E’ su questo che i due non si capiscono.

    Scurati: perché non vuole ammettere che ha fatto una marchetta.

    Montanari. perché non capisce che una marchetta di quel tipo non è mica la fine del mondo.

    Quindi da una parte c’è proprio cattiva coscienza. Dall’altra troppo estremismo talebano.

  8. Paolo1984 scrive:

    comunque scrivere i Sopranos non vuol dire affatto rinunciare a fare arte, la fai in un altro modo

  9. Cristina scrive:

    …per me c’è differenza tra i “Sopranos” e “Quei bravi ragazzi” o “Casinò”. Nel senso che con Scorsese si va molto più in alto. A ogni modo è questione dibattuta, puoi anche avere ragione tu, ma credo che su due cose possiamo concordare o forse quasi tutti:

    a) sono codici comunicativi che tutti capiscono (“I Sopranos”, “Quei bravi ragazzi”), dunque hanno vinto la sfida di cui parla Scurati.

    b) le didascalie di Scurati per il Rinascimento Eataly sono solo piccole banalità, e non un bello o importante risultato creativo nato dall’incontro felice tra intellettuale e imprenditore.

    c) queste marchette le puoi anche fare (con buona pace di Montanari), ma non starle pure a difendere.

  10. Giacomo scrive:

    La cosa fantastica è l’attacco del pezzo da “mamma guarda, senza mani” in cui sbrodola un citazionismo da gnè gnè gnè. Secondo me l’unico modo per sedare davvero i miasmi di questi iracondi ameboidi è il ritorno al duello. Lo dico sul serio. Si incontrassero all’alba e si sparassero addosso. Diventerebbero poi amici e uno dei due potrebbe almeno mostrare delle ferite di guerra da sfoggiare nell’intimità.

  11. Credo il problema vero è che ci sono due forme di divulgazione del sapere:
    La prima alta, a volte talmente alta e rarefatta da far mancare l’ossigeno e recarsi alla clinica per allievi intellettuali più vicina;
    L’altra, invece, la divulgazione popolare a grandi linee, si diceva una volta, che consenta un primo approccio, passibile di volentorosi approfondimenti individuali.
    Invece l’epoca dei duelli è tramontata già tanto tempo fa.

  12. Raimondo Lullo scrive:

    non si può che concordare con Cristina qui sopra sui vari punti

    una marchetta e neanche troppo ben riuscita. Sbagliato venire qui a difenderla come se fosse chissà cosa (guarda mamma, cago oro!)

    detto questo, è vero anche che i pannelli di Eataly non sono esattamente il posto in cui può o potrebbe trovare posto un approfondimento serio di storia dell’arte

  13. Girolamo De Michele scrive:

    Segnalo questo testo su Farinetti, dal sito dei Wu Ming: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=15037
    Giusto perché le informazioni su Farinetti non vengano solo dai suoi “cari amici”.
    Poi, ciascuno è libero di fare le marchette che crede, e anche, per carità, di negare che siano marchette. Come ciascuno è anche libero, nel suo piccolo, di vomitare sull’ipocrisia.

  14. MARi scrive:

    1. scusate, ma poi, Farinetti chi? quello che paga 8 euro lorde i suoi dipendenti? farei attenzione a difendere a spada tratta uno che agisce così, uno peraltro simpatico, che si pone bene, siede educatamente nei salotti tv, per carità, fattura e reinveste. non mettiamolo alla gogna, ma ecco, modus est in rebus. 2. e poi, sto percorso museale…a leggere qua e là le descrizioni sui pannelli, a sentire stralci di audioguide, pare insomma che la sfida culturale, tante volte ribadita dall’autore dell’articolo, sia stata preparata con poco impegno. e l’impegno, la profondità di visione sono l’unica carta d’identità possibile per l’intellettuale nel mondo (anche se alcuni fanno della carta d’identità un bigliettino da visita, confondendo pericolosamente i piani). dico io, ma coi soldi che investe, Farinetti non poteva investire in cultura? e l’autore di questo articolo non poteva imporsi affinché il suo grande amico investisse in cultura?

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