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Centro Sperimentale di Cinematografia. Una replica alla lettera degli studenti

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Qualche giorno fa alcuni studenti del Centro di cinematografia di Palermo ci hanno mandato una lettera in cui annunciavano di lasciare la scuola e spiegavano le loro ragioni. L’abbiamo pubblicata frettolosamente senza chiedere alle persone coinvolte una presa di parola. Ci interessava invece che ci fosse un dibattito culturale a partire da quella lettera. Riceviamo oggi una lettera aperta da Pasquale Scimeca, regista e neodirettore del Centro, che ripubblichiamo.

di Pasquale Scimeca

Ora che è stato chiarito l’equivoco, proverò a dire la mia opinione, con pacata tristezza e sincero rammarico per come sono andate le cose. Permettetemi però una breve introduzione, perché credo sia necessaria.
Il CSC (Centro Sperimentale di Cinematografia) è una delle scuole di cinema più antiche e prestigiose del mondo. (Basti citare – e non me ne vogliano gli altri maestri – tra i suoi docenti Roberto Rossellini, e tra i suoi allievi Gabriel Garcia Marquez).

Negli ultimi anni, la Scuola, oltre alla storica sede di Roma, ha aperto quattro succursali: Torino, Milano, L’Aquila, e Palermo.
La caratteristica di queste quattro succursali è che vengono finanziate dalle regioni dove sono allocate. Il CSC di Roma, non può per statuto, finanziare le attività delle succursali. La Scuola di Palermo, dove si insegna il Documentario di creazione, viene finanziata dalla regione Sicilia: attraverso dei fondi europei assegnati dall’ APQ (Accordo di Programma Quadro) e dal Comune di Palermo, che mette a disposizione i locali.
Nella nostra Scuola vi sono tre corsi, di durata triennale, formati ciascuno da un massimo di 12 studenti, provenienti da ogni parte d’Italia.
Ogni anno, gli studenti, realizzano un documentario a soggetto di loro concezione, sotto forma di esercitazione, che nel terzo anno diventa un saggio di diploma.

La scuola fornisce a tutti i ragazzi gli strumenti tecnici per la realizzazione dei loro lavori e un piccolo budget per la produzione.
I docenti che insegnano nella Scuola, non sono fissi, ma cambiano, per il semplice motivo che sono tutti Professionisti del Cinema in attività: Registi, Direttori della Fotografia, Fonici, Produttori, Montatori, ecc.

I docenti vengono scelti dal Direttore artistico, sulla base di un Albo tenuto dal CSC di Roma, dove si può scrivere qualsiasi professionista del cinema che abbia un Curriculum adeguato. Il Direttore viene scelto dal Consiglio di Amministrazione del CSC, anch’esso in base a un curriculum. Oltre a scegliere i docenti, è compito del Direttore dare un indirizzo Artistico alla scuola e coordinare le attività didattiche.

Se mi chiedete perché hanno scelto me per dirigere la scuola di Palermo, non so rispondervi. Di sicuro io non l’ho mai chiesto. Quello che so è che verso la fine di novembre 2017 mi telefonato il Presidente del CSC, Felice Laudadio, e mi ha chiesto se ero interessato a dirigere la scuola. Gli ho chiesto una settimana di tempo per decidere, e alla fine ho accettato l’incarico.

Il motivo per cui ho accettato l’incarico è l’ amore che nutro verso la mia terra, verso il cinema e i giovani. Non ho accettato certo per i soldi, dal momento che il mio compenso è più che altro simbolico. Fine dell’ introduzione.

A me dispiace, che mi crediate o no, che questi ragazzi abbiano lasciato la scuola. Mi dispiace perché non potrò più parlare con loro, perché non potrò più dirgli che la mia idea di scuola è quella di una bottega dove si viene per imparare un mestiere, un mestiere che serve non per produrre oggetti, ma idee, arte, nuovi linguaggi per un nuovo cinema. Un cinema capace di superare i confini, sempre più labili, che lo separano dal documentario. Di come si può raccontare la realtà con la poesia. Di quello che hanno fatto Elio Vittorini e Roberto Rossellini, Glauber Rocha e Jorge Amado. Di come la loro arte è stata uno strumento formidabile, un’arma letale capace di sparare 24 fotogrammi al secondo.

Di come si può prendere insegnamento dai grandi maestri, ma anche superarne i confini, di come l’arte serve in primo luogo a noi stessi, per farci capire che la miserabilità umana è un limite invalicabile. Di come non si può raccontare la realtà senza indagare nell’animo degli uomini, perché ogni singolo uomo, anche il più malvagio e cattivo, anche il più banale e insignificante, è un’opera d’arte, e racchiude in sé un mondo poetico che se espresso può aiutare noi tutti a capire quello che ci sta succedendo. Avrei parlato con loro del popolo che eravamo e di quello che stiamo diventando.

Di come ormai viviamo in due realtà parallele, dove la realtà virtuale sta diventando (come in Matrix) quella predominante. Avrei parlato con loro dei contadini, dei pescatori e dei minatori che in Italia ormai esistono solo nei documentari di De Seta.

Avrei parlato con loro del perché il film di Visconti sui pescatori di Acitrezza si intitola “La terra trema” e non, come sarebbe più logico, Il mare in tempesta . Avrei parlato loro dell’unico fatto rivoluzionario degli ultimi tempi: la chiesa di Papa Francesco, anti capitalista e francescana. Gli avrei parlato dell’Africa, e di come i bambini dei villaggi per poter andare a scuola percorrono decine di chilometri al giorno, a piedi nudi e con lo stomaco vuoto. Di come si ammalano e spesso muoiono perché non ci sono medici né medicine per curarli.

Se solo me ne avessero dato il tempo, gli avrei raccontato la stessa storia che ho scritto per i ragazzi del primo anno, che se avete la pazienza di leggere, racconto anche a voi.

IL PESO DELLA SUOLA

Quando ancora ero ragazzo, nel mio paese c’erano dodici botteghe di calzolaio.
A quell’epoca non esistevano ancora i negozi dove si compravano le scarpe belle e fatte, e a fare le scarpe e a ripararle erano i mastri calzolai. Per questo era considerato un buon mestiere, e i figli dei contadini che non volevano più lavorare la terra (perché, come dice il poeta: la terra è bassa e piega la schiena e zappare costa sangue, fatica e sudore) finite le scuole elementari, andavano a bottega per imparare il mestiere.

Quando, dopo lunghe trattative tra il mastro calzolaio e la famiglia, il ragazzo si presentava in bottega, il mastro, con noncuranza gli diceva: Prendi il peso della suola e portalo nella bottega di mastro Gerlando. La bottega di mastro Gerlando, si trovava all’altra estremità del paese, e il peso della suola altro non era che un grosso e pesante masso ricoperto da uno strato di pelle, che non serviva a niente, se non a gravare, come un pesante fardello, sulle gracili spalle del ragazzo. Il novello apprendista si caricava il masso sulle spalle e lo portava nella bottega di mastro Gerlando.

Una volta arrivato, mastro Gerlando, gli diceva: “A me l’ hai portato? Io non so che farmene. Portalo a mastro Gioacchino”. La bottega di mastro Gioacchino si trovava dalla parte opposta del paese, e il ragazzo cominciava a stancarsi e a sudare con quel peso sulle spalle. E quando finalmente arrivava da mastro Gioacchino, posava la pietra sul pavimento e gli diceva: “Mastro Gioacchino, vi ho portato il peso della suola!”. Il calzolaio lo guardava perplesso e gli rispondeva: “A me l’hai portato? No figliolo, ci dev’essere un errore. Portalo a mastro Andrea, lui di sicuro ne ha bisogno”.

Il novello apprendista, sempre più stanco e sudato, andava da mastro Andrea, che a sua volta lo mandava da un’altra bottega. E così via, per tutte le altre botteghe del paese, fino a quando, stanco, sudato e in preda allo sconforto, col masso sulle spalle che ormai pesava come il piombo, non ritornava nella bottega dove doveva iniziare il suo apprendistato.

Quando il mastro lo vedeva entrare, lo rimproverava con tono brusco e gli diceva: “Ma come, è tutto il giorno che manchi, e per giunta torni con il peso della suola ancora sulle spalle? Non ti avevo detto di portarlo da mastro Gerlando? E il ragazzo, sconsolato gli rispondeva: Ma io l’ho portato a mastro Gerlando, e lui mi ha detto di portarlo da mastro Gioacchino, e mastro Gioacchino mi ha detto di portarlo da mastro Andrea, e mastro Andrea mi ha detto di portarlo…”

A quel punto il mastro lo interrompeva, mentre gli altri apprendisti che si trovavano nella bottega ridacchiavano: “Va bene, va bene, siediti ora, raccogli tutti i chiodi che trovi per terra e raddrizzali”.

E così, raddrizzando chiodi, il ragazzo iniziava il suo apprendistato, che durava fino a quando non aveva imparato a fare da solo il suo primo paio di scarpe.

p.s. Scusate la nota polemica: A chi ha commentato quanto scritto dai ragazzi che hanno lasciato la scuola: “Siete i nostri eroi!”, volevo solo dire che gli eroi non scappano mai!

Commenti
13 Commenti a “Centro Sperimentale di Cinematografia. Una replica alla lettera degli studenti”
  1. andrea cortesi scrive:

    Parto dalla nota Polemica: i RAGAZZI SONO EROI PERCHE’ NON SONO SCAPPATI DAL DENUNCIARE UNA SITUAZIONE NON TOLLERABILE, CON UN SACRIFICIO ENORME: LASCIARE LA SCUOLA PIU’ IMPORTANTE DI CINEMA IN ITALIA .. Non due, non tre,,,SEI su OTTO. Direi che la cosa non può passare cosi…inosservata. Questo l’hanno capito tutti…tranne lei a quanto pare.
    Lei nella sua lettere dice che voleva parlar loro e dire e raccontare..ecc…ecc….Se davvero lo voleva fare, se davvero questo era il suo intento…se davvero era questo il segno che voleva lasciare loro…per nessuna ragione se li sarebbe fatti scappare. Ripeto: NESSUNA. E comunque in una scuola che forma registi, ossia punti di vista sul mondo e sulla vita tramite la 7 arte…credo che sia più importante ASCOLTARE cosa dice un futuro autore che parlare DI Sè. Lei a quanto pare non è stato in grado di farlo… I ragazzi invece sono stati in grado di agire. “AZIONE !” è quello che dice un vero regista. Loro lo sono.

  2. db scrive:

    qualcun* mi spiega la morale dell’apologo sado-zen?

  3. A.I scrive:

    Non capisco come potete pubblicare una risposta eliminando la possibilità di leggere la lettera degli studenti! A Scimaca non piace? Chi se ne frega. Abbiate il coraggio di dare a noi la possibilità di comprendere oppure lasciate perdere.

  4. Federico Francioni scrive:

    Una risposta a una lettera scomparsa. È ridicolo parlare di dibattito culturale, al di là di torti o ragioni.

  5. Christian Raimo scrive:

    La lettera dei sei che hanno scelto di lasciare il Centro sperimentale di Palermo si può trovare qui

    https://www.facebook.com/christian.raimo.7/posts/10155521390857831?pnref=story

  6. pierrot le fou scrive:

    Da bravo rappresentante di una “cultura di sinistra” simil PD ormai alla deriva, Scimeca dice di tutto pur di non entrare nel merito della questione. Paternalismo allo stato puro. Non se ne può più.

  7. Andrea Cortesi scrive:

    No. Non se ne può più. Infatti assurdo che si dia voce a tutti tranne ai 6 ragazzi. Ancora più assurdo che prima si minacci di querela se la lettera non veniva tolta ( io l’ho letta ) poi si utilizzi lo stesso blog per rispondere alla lettera che si è fatta togliere, senza fra l’altro dare nessuna risposta sostanziale in merito.
    Ma di cosa stiamo parlando? Comunque l’amarezza è per chi avvalla comportamenti del genere e se li giustifica come “ didattica” di cambiamento… Rinnovo la mia solidarietà a chi il cinema lo vuol fare veramente.

  8. db scrive:

    con scimeca (da quello che ho visto in rete) il centro ha il destino segnato: produrranno similsceneggiati televisivi anni 70, altro che cinematografia sperimentale!

    chi c’era prima di scimeca come direttore? uno che evidentemente la pensava diverso da lui, mi arrischio a dire meglio di lui.

    laudadio l’ha sostituito di sua spontanea volontà: gli studenti hanno idea del perché?

  9. Cristina scrive:

    Da questa lettera emerge un elemento frustrante per i giovani : non li ascoltate, non vi aprite al dialogo, pensate di poterli manipolare asseconda dei vostri interessi, arrivando persino a mentire, a mistificare i fatti e a zittire chi dice la sua, come è successo in questo caso. I giovani non sono delle pedine sulle vostre scacchiere, dove giocate le vostre ottuse partitine da amatoriali della domenica.
    Essere allievi non significa sottomettersi alle regole del maestro, ma metterle in discussione.
    Ed essere Maestri significa essere pronti a imparare dai propri studenti.

  10. silvana scrive:

    Ho letto su Facebook la lettera dei sei ragazzi. Il signor Scimeca non ha risposto a nessuna delle questioni poste e ci ha rifilato una pseudo storiella zen veramente ridicola e, tra l’altro, scritta con diversi errori…

  11. silvana scrive:

    Nell’apologo giustamente chiamato “sado-zen” si configura il reato di bullismo: insegnante che fa fare cose senza senso, studenti che ridacchiano prendendo in giro il malcapitato..

  12. Raffaele scrive:

    Ho seguito tutto il dibattito. Forse sono un po’ tonto, ma nella blanda e infarcita di retorica risposta di Scimeca non c’è traccia dei punti chiave del contendere:
    – di come sono stati gestisti i programmi
    – del perché i docenti non sono stati rinnovati
    – di tutti i problemi tecnici non affrontati.

    Leggo solo una vuota rappresentazione di sé. Da spettatore esterno (vivo a Milano e mi occupo di Web) mi sarei aspettato qualcosa in più da chi ha assunto un ruolo così importante dopo feroci polemiche.
    Scimeca, dovresti occuparti di realtà, non di farse.

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