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La presenza dei bambini. Su “Repubblica luminosa” di Andrés Barba

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Apparire, scomparire. Sono i nodi fondamentali della fiaba, il momento improvviso in cui il mistero si concentra e lo stupore esplode, il fenomeno che dà luogo alla rivelazione e all’incanto. Perché se ciò che non c’era si manifesta, o se ciò che c’era di colpo si dilegua, a imporsi è il trauma, meraviglia e sgomento insieme. Un troppo vuoto o un incredibilmente pieno che farà da motore di un’intera storia. È il presupposto di narrazioni letterarie e cinematografiche che vanno da L’avventura di Antonioni a Il dolce domani di Russell Banks, passando per Il villaggio dei dannati di WolfRilla (e poi di John Carpenter) e Picnic a Hanging Rock (tanto il film di Peter Weir del 1975 quanto la recentissima miniserie televisiva, sempre a partire dal romanzo di Joan Lindsay), ed è il presupposto di Repubblica luminosa, il nuovo romanzo dello scrittore madrileno Andrés Barba (La nave di Teseo, traduzione di Pino Cacucci).

Siamo all’inizio degli anni ’90, e a raccontare, due decenni dopo i fatti, è un funzionario pubblico che, per ragioni professionali ma soprattutto perché ha bisogno di provare a comprendere cosa accadde, è stato coinvolto nella vicenda. A San Cristóbal – un villaggio subtropicale circondato da una selva inestricabile, un ritmo di vita così regolare da sembrare scandito da un metronomo – un giorno compaiono, ignoti e inaspettati eppure necessari come un destino, trentadue bambini, tutti tra i nove e i tredici anni. Mentre le ipotesi sulla loro origine si moltiplicano – sono arrivati alla spicciolata mescolandosi ai bambini ñeê, i nativi che ai semafori vendono orchidee e limoni; sono vittime di una tratta di minori; sono scappati da un accampamento; sono «scaturiti dal fiume» –, i bambini trascorrono il tempo giocando e girovagando,appena percepiti durante il giorno e di colpo invisibili al calar della sera.

A segnare al contempo un senso di prossimità e di straniamento tra gli adulti di San Cristóbal e i bambini, è la lingua, gioiosa e lucente come un cinguettio, che questi ultimi hanno inventato per comunicare. È una specie di spagnolo – le parole sono quelle – ma lo stesso la loro lingua magica riesce incomprensibile: a essere certo – e per i sancristobalesi ragione di turbamento – è che così, solo giocando e parlando, quei bambini stanno cominciando a cambiare i nomi a tutto. A rendere infine ancora più anomala l’apparizione è quello che potremmo descrivere come lo «stato civile», o meglio lo statuto umano, dei bambini. Estranei ai meccanismi delle famiglie di San Cristóbal, nessuno di loro può confidare in un diritto acquisito:privi di qualsiasi protezione, sia essa fisica o giuridica, per sopravvivere dentro la struttura sociale si ritrovano a rubare perché, semplicemente, non sono «eredi legittimi di nulla».

Simile a un incantesimo che si intesse nel quotidiano fino a farsi avvertire come naturale, i bambini diventano allora «presenze reali o fantasmali», anomalie al contempo indispensabili e insopportabili, una critica vivente (e inconsapevole) alla vita degli adulti: il «sogno della comunità».

Poi l’equilibrio si rompe, il sogno slitta verso l’incubo: i bambini assaltano un supermercato, la morte si mescola al gioco, dove c’era la finzione interviene l’irreversibile, da ospiti imperscrutabili si trasformano in un agente patogeno che contagia i figli dei sancristobalesi – che, l’orecchio contro il pavimento, ascoltano il caos propagarsi, e lo riconoscono e lo seguono scegliendo a loro volta di scomparire: «Non trovandosi da nessuna parte di preciso, i trentadue avevano conseguito l’impensabile: essere da tutte le parti».

Quando diventa chiaro che i bambini epifanici agiscono sulla vita sensoriale e immaginativa degli abitanti del villaggio («Bambini che si voltano nel preciso istante in cui li si guarda o che compaiono quando si pensa a loro») spingendoli verso una consapevolezza di sé che potrebbe rivelarsi fatale, la comunità reagisce brutalmente, perseguitando e punendo.

Ciò che Andrés Barba edifica con il suo romanzo è un grande apparato metaforico che, com’è giusto, non si lascia mai pienamente afferrare e definire, procedendo invece per allusioni e ambiguità (e del resto la metafora non è una chiave bensì una serratura, un foro buio che ci interroga, una domanda costante e inesauribile). E dunque – ci si chiede leggendo Repubblica luminosa – di che cosa sono immagine i bambini? Della selvatichezza, della vulnerabilità («Sono fatto di due cose che non possono essere ridicole: un selvaggio e un fanciullo» è la frase di Paul Gauguin posta in esergo al romanzo), e sono immagine dell’incapacità degli adulti di concepire e costruire un legame con il proprio naturale disordine. Soprattutto, i bambini di Barba sono immagine dell’inadeguatezza di un intero organismo socioculturale – il nostro: noi – a interpretare un’epoca che si confronta con una metamorfosi di portata planetaria, sono immagine della nostra prudenza che slitta in codardia, di un’idea di sé che non riesce a comprendere che la cosiddetta identità, che sia individuale o collettiva, per non ridursi a un fossile deve essere mobile e inafferrabile.

I bambini ci guardano, era il monito di De Sica e Zavattini nel film del ’43. I bambini ci hanno guardato, è quello che ci racconta Barba, e hanno sperato che almeno per una volta fossimo all’altezza della loro – nostra – vulnerabilità.

Poi, capito quanto c’era da capire, come erano apparsi sono svaniti.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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