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Requiem per esistenze negate e taciute. Paese perduto di Pierre Jourde

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Pubblichiamo un pezzo uscito sulla Domenica del Sole 24 Ore, che ringraziamo.

Dopo una lunga fase di eclissi, l’interesse dei lettori italiani per la narrativa francese contemporanea si è, negli ultimi dieci anni, non solo ridestato, ma acceso di passione. Ciò è avvenuto, in prevalenza, grazie al lavoro di alcune piccole case editrici che hanno saputo scegliere e promuovere autori di già solida reputazione in Francia, ma prima pressoché ignoti al pubblico italiano.

Il caso più emblematico è quello di Annie Ernaux, scrittrice esigente, aliena alle mode editoriali, eppure diventata in Italia un successo di libreria grazie a L’orma editore.

È questa stessa strada che, da pochi mesi, ha intrapreso la casa editrice Prehistorica, il cui debutto è avvenuto con la pubblicazione di due tra gli autori francesi più validi e originali di oggi: Éric Chevillard, di cui è uscito a fine estate Sul riccio, e Pierre Jourde, del quale è stato appena stampato Paese perduto (traduzione e prefazione a cura di Claudio Galderisi).

Pierre Jourde è una figura complessa, e controversa, della scena culturale francese: professore universitario e specialista illustre della letteratura fin de siècle (sua è la recente edizione delle opere di Joris-Karl Huysmans nella Pléiade), ma anche pamphlettista e critico militante spietato, la sua personalità oscilla tra i poli della raffinatezza e della violenza, dell’erudizione e dell’idiosincrasia.

Una duplicità di temperamento intellettuale che, quando Jourde veste i panni del narratore, diviene fonte di armoniosa ispirazione. Paese perduto, in particolare,è l’esempio di come una certa tensione dialettica – in questo caso, tra il sublime e il grottesco– possa sfociare in opere di ammirevole equilibrio narrativo e stilistico.

Al principio di questo libro scopertamente autobiografico, c’è il resoconto di un ritorno di Jourde al paese dove, per secoli, ha vissuto la sua famiglia paterna, un minuscolo borgo isolato in una zona montagnosa dell’Auvergne. Questo ritorno avviene sotto un triplice segno di morte. Innanzitutto, la morte di un cugino che gli ha lasciato in eredità una casa di cui, per evitare che lo faccia qualchedun altro, è necessario perlustrare ogni anfratto, alla ricerca dei risparmi nascosti.

Poi la morte del padre, risalente a qualche anno prima, ma che continua a ossessionare l’autore. Infine, la morte di un’adolescente, Lucie, figlia di amici, deceduta di leucemia il giorno stesso dell’arrivo di Jourde in paese. I preparativi e lo svolgimento del funerale di Lucie saranno per lui l’occasione di un sofferto vagabondaggio interiore, nel tentativo di capire cosa lo lega alla durezza di quei luoghi, e delle persone che ci vivono.

Il paese di Jourde è perduto nel senso dello spazio come del tempo: sperso su rilievi montani di ostico accesso, ha mantenuto abitudini di vita arcaiche, forgiate da un violento corpo a corpo con la natura. In questo mondo ancestrale, l’innesto della tecnica non è stato sinonimo di progresso.

Tra i personaggi che abitano Paese perduto, molti sono quelli che, a causa di una manovra maldestra utilizzando il trattore, la legatrice, una sega elettrica o una tranciatrice, si sono ritrovati privi di un arto o parzialmente scuoiati, quando non siano stati ridotti letteralmente a pezzi: «La terra e le macchine che lavorano per lei si mostrano ingegnose nel suppliziare quanto i potentati antichi e i giudici medievali».

Due divinità degradate presiedono ai destini di questa popolazione ai margini del mondo: l’alcol e la merda. Il primo è una divinità maschile, dispotica e distruttiva: «Coloro che gli hanno venduto l’anima, non sono più che alcol, il corpo provvisorio e traballante dell’alcol. Esso lavora al lento ritorno verso la confusione delle forme, verso le creature del caos, fabbrica dei surrogati di titani». La seconda, presente ovunque sotto forma di sterco animale, è una divinità femminile, avvolgente e feconda, ma coinvolta anch’essa nel processo d’indifferenziazione delle cose: «a guardare da vicino, non si sa più molto bene cosa è cosa, e se, ovunque, non riposino infinitesimali frammenti di merda, schegge del corpo disperso della grande dea».

Com’è facile immaginare, i destini dominati da queste due divinità sono spesso tragicomici. La maestria narrativa di Jourde è nel saper fondere, in un amalgama cristallino,pathos e ilarità, senza mai ricorrere agli espedienti della commiserazione o della caricatura.

Seppure sommersa dall’alcol e sprofondata nella merda, l’umanità di Paese perduto si staglia sui paesaggi rocciosi dell’Auvergne con un’evidenza di verità che soltanto la letteratura, nel suo spregio sovrano per le superficie delle cose, è capace di evocare.

Dopo che Lucie è stata sepolta, Jourde può risvegliare, grazie alla ripetizione del lutto, la memoria del padre defunto: un figlio illegittimo,a lungo rigettato dalla comunità d’origine,costretto a vivere nel segreto. Paese perduto si rivela essere un requiem non solo per la giovane uccisa dalla malattia, ma anche per chi fu amputato della parola dalla violenza della vita.

Quando, nelle ultime pagine, l’autore si trova a rovistare nella casa in rovina ereditata dal cugino, si rende conto che, insieme al bottino nascosto, sta cercando il tesoro delle esistenze negate e taciute, «chiuso sotto la pietra che per l’eternità lo dilapida». La scrittura ne è l’unico risarcimento possibile.

Filippo D’Angelo è nato a Genova nel 1973. Ha pubblicato per minimum fax il romanzo La fine dell’altro mondo (2012) e l’antologia Troppe puttane! Troppo canottaggio! Da Balzac a Proust, consigli ai giovani scrittori dai maestri della letteratura francese (2014).
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