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Reset Benedetto Croce: come liberarsi – o quasi – del filosofo di Pescasseroli e magari immaginarsi un diverso modo di fare scuola

Questo pezzo è uscito nella mirabile rassegna estiva del manifesto intitolata Cono d’ombra, una rassegna di intellettuali dimenticati o poco frequentati. Andate a ripescare in rete gli altri notevolissimi pezzi.

di Marco D’Eramo

Un mistero incombe sulla cultura europea del primo ‘900. Un mistero a tutt’oggi insoluto. E questo mistero ha nome e cognome, data di nascita e di morte: Benedetto Croce (Pescasseroli 1866 – Napoli 1952). Rispetto ai «Coni d’ombra», il problema non è capire come mai Croce sia finito nel dimenticatoio (relativamente parlando), quanto capire come non vi sia stato relegato fin dall’inizio. Sulla sua influenza non ci sono dubbi. Pur non essendosi mai laureato e professandosi, con Giordano Bruno, «accademico di nulla accademia», Croce ha esercitato per decenni una sorta di tirannia sulla vita accademica italiana: «Sulla sua estetica si sono formati letterati come Mario Fubini, Natalino Sapegno, Francesco Flora, Luigi Russo; alla sua concezione della storiografia hanno guardato storici come Adolfo Omodeo, Federico Chabod, Walter Mauri, Arnaldo Momigliano, Rosario Romeo, Giuseppe Galasso» (Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del Novecento).

Uno stile avvocatizio

Impressionante è la grandezza di cui lo ammanta Antonio Gramsci (pur con molte critiche) che addirittura ne fa un «papa della cultura». In un paragrafo intitolato Il Croce uomo del Rinascimento, il fondatore del Pci scrive: «Si potrebbe dire che il Croce è l’ultimo uomo del Rinascimento e che esprime esigenze e rapporti internazionali e cosmopoliti (…) Il Croce è riuscito a ricreare nella sua personalità e nella sua posizione di leader mondiale della cultura quella funzione di intellettuale cosmopolita che è stata svolta quasi collegialmente dagli intellettuali italiani dal Medio Evo alla fine del ‘600. (…) La funzione del Croce si potrebbe paragonare a quella del papa cattolico e bisogna dire che il Croce, nell’ambito del suo influsso ha saputo condursi più abilmente del papa: nel suo concetto d’intellettuale, del resto, c’è qualcosa di ‘cattolico e clericale’» (in Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce). E ancora Gramsci ricorda che l’operetta poi diffusa come Aestetica in nuce era in origine la voce «Estetica» affidatagli dall’Enciclopedia Britannica nell’edizione del 1928 cui contribuirono, tra gli altri, Henri Bergson, Niels Bohr, Albert Einstein; e che il Breviario d’estetica era una serie di lezioni commissionategli nel 1912 da un’università americana, il Rice Institute di Houston,Texas. E Giuseppe Galasso, che dal 1989 amorevolmente cura la riedizione delle opere crociane per la sua Adelphi, ci rammenta che quel Breviario fu tradotto «in tedesco nel 1913; in portoghese nel 1914; ungherese nel 1917; in Inghilterra nel 1921; in rumeno nel 1922 e nel 1971; in francese nel 1923; in spagnolo nel 1923 e 1938; in olandese nel 1926; in ceco nel 1927; in svedese nel 1930; in Jugoslavia nel 1938. E poi in danese nel 1960; in polacco nel 1961; in norvegese nel 1961; in ebraico nel 1983. Ben oltre – come si vede – dopo la morte di Croce» (corsivo mio). Il catalogo dell’Università di Berkeley in California enumera 951 volumi riferiti a Croce, di cui più di 420 sono edizioni varie degli 80 e passa volumi di opere crociane e degli oltre 30 volumi del suo carteggio; mentre altri 430 sono libri dedicati a Croce o di cui Croce ha curato la prefazione (De Sanctis) o la traduzione (Basile) o per cui ha scritto contributi: altri 100 sono volumi in cui si parla anche di Croce. Certo se l’influenza di un autore, il suo peso nella cultura mondiale si misurasse dai chili di carta che ha scritto, Croce sarebbe l’intellettuale più influente della storia umana. Ma proprio queste nude cifre dovrebbero metterci la pulce nell’orecchio. Va bene una vita attiva e disciplinata, ma come si fa a scrivere quel che ha scritto Croce e a leggere quel che ha letto, oltre all’indefessa attività di organizzatore culturale? Non è possibile. Delle due l’una, o non ha letto tutto quel che pretendeva (e la sua lettura era «diagonale» per essere eufemisti), ma la sua erudizione era davvero stupefacente, o scriveva con una fluidità incredibile. Può darsi che siamo troppo influenzati da Wittgenstein, ma mi è sempre parso che la prolissità vada a scapito della profondità. Kant ha scritto probabilmente un cinquantesimo di quel che ha prodotto Croce, e il pur torrentizio Hegel avrà sfornato un decimo scarso del filosofo di Pescasseroli e persino Marx ed Engels, che ci si sono messi in due, saranno arrivati a produrre insieme la metà. A rileggerlo oggi, lo stile crociano, è insopportabilmente avvocatizio, da arringa, con frasi lunghe decine e decine di righe: l’impressione è netta che il periodare gli venisse fuori già bello e pronto, strutturato, bilanciato (oh quelle immancabili triadi di aggettivi!) e che i suoi manoscritti riportassero solo rarissimamente una traccia di ripensamento, di dubbio. E in effetti è sterminata la lista delle certezze crociane, l’elenco di tutto ciò su cui il Nostro non ha dubbi. Aborrisce Verlaine («che è mai codesta categoria dei poeti martiri o dei poètes maudits se non una goffa esaltazione adulatoria forgiata a sé medesimo dal tre volte falso Verlaine?»), Joyce, Kafka, Proust (che nella Recherche du temps perdu «si dimostrava più volte artista e poeta, ma altresì malato di quella raffinatezza odierna che scopre una strana parentela con quella ‘puerilità’, che l’Alfieri notava e sorvolava»), Rilke (il cui travaglio «si dimostra veramente un caso estremo e singolare… d’impotenza creativa, perché egli … non mai riuscì a pensare un concetto che avesse consistenza di concetto e che non fosse un falso e vecchio concetto che a lui pareva grande e originale scoperta di verità»), Musil, Mallarmé, Pirandello (la cui arte consiste «in alcuni spunti artistici, soffocati o sfigurati da un convulso inconcludente filosofare»). Non che a volte le sue stroncature non siano preveggenti: ecco Martin Heidegger «Scrittore di generiche sottigliezze, arieggiate a un Proust cattedratico, egli che nei suoi libri non ha mai dato segno di prendere alcun interesse o di avere alcuna conoscenza della storia, dell’etica, della politica, della poesia, dell’arte, della concreta vita spirituale (…) oggi si sprofonda di colpo nel gorgo del più falso storicismo, in quello, che la storia nega, per il quale il moto della storia viene rozzamente e materialisticamente concepito come asserzione di etnicismi e di razzismi, come celebrazione delle gesta di lupi e volpi, leoni e sciacalli, assente l’unico e vero attore, l’umanità (…) E così si appresta o si offre a rendere servigi filosofico-politici: che è esattamente un modo di prostituire la filosofia, senza con ciò recare nessun sussidio alla soda politica…» (La Critica, n. 32, 1934). Ma non parlategli di modernità, di scienza, d’industria. Facendo propria una definizione di Giambattista Vico, ecco Croce sostenere che i matematici sono «ingegni minuti» (Logica come scienza del concetto puro), che «gli uomini di scienza sono l’incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione degli schemi ai concetti, dei mucchietti di notizie all’organismo filosofico-storico» (La Critica n. 6, 1908). Secondo il nostro era assai improbabile che i nuovi congegni della logica matematica «offerti sul mercato» entrassero nell’uso e prevalessero, quando invece la logica matematica governa le nostre vite per mezzo dei computer e quando gli aborriti numeri danno perfino il nome alla nostra epoca: «l’era digitale» (digit in inglese vuol dire cifra). In realtà Croce non sa di cosa parla, non sospetta quanto sia essenziale la componente estetica nella creazione matematica, non immagina gli abissi di profondità dei problemi che i nuovi concetti della fisica dischiudono. La verità è che nessuno «può oltrepassare i limiti del proprio cervello sociale» (Marx), cioè nessuno può pensare in modo diverso da quel che la sua vita materiale, la sua condizione, il suo reddito, lo spingono a fare. E Croce era un agiatissimo possidente meridionale che per sua sfortuna non dovette guadagnarsi da vivere e quindi disprezzò sempre l’economicismo, e rimase sordo alla dimensione prometeica della rivoluzione moderna e industriale.

Odio contro il moderno

Croce ha sempre pensato che industrialismo e civiltà di massa fossero accidenti transitori della «storia dello spirito», come se – in un tipico esempio di periodare crociano – fossero mode già presenti «nelle stesse forze del mondo moderno, nella sua infaticabile attività d’imprese industriali e commerciali, di scoperte tecniche di macchine sempre più potenti, di esplorazioni geografiche, di colonizzamenti e sfruttamenti economici, nella sua tendenza a conferire il primato agli studi scientifici e pratici sugli speculativi e umanistici, nell’avviamento e nell’ampiamento conferito alle stesse ricreazioni e giuochi sociali, a quel che si chiamò lo sport, dalle biciclette alle automobili, dai canotti e dai yachts alle aeronavi, dalla boxe e dal foot ball allo sky (vorrà dire lo sci, n.d.r.), che tutti in vario modo cospirano a dare troppo larga parte nel costume e nell’interessamento al rigoglio e alla destrezza corporale, scapitandone al confronto le parti dell’intelligenza e del sentimento». (Storia d’Europa nel secolo decimonono, 1931). A proposito di quest’opera, va detto che se uno storico dell’anno 5.000 d. C. come unico materiale sul XIX secolo europeo disponesse della Storia di Croce, sarebbe fritto: della mondializzazione dell’Europa poco o niente, dell’industrializzazione, del dispotismo esercitato sulle colonie, della rivoluzione tecnologica non avrebbe il ben che minimo accenno (p. es. due righe in tutto sul Congresso di Berlino). Quanto diversa dalla storia di Eduard Fueter scritta all’incirca negli stessi anni! Quel futuro storico sarebbe però felice di sapere che l’800 europeo ha visto il trionfo della «religione della libertà» (leggerne la controprova negli Olocausti tardovittoriani di Mike Davis, trad. it. Feltrinelli). L’odio contro il moderno si accompagna a un’altra serie di idiosincrasie, contro l’illuminismo e poi contro il positivismo. Allergie mentali che ne sottintendono una ancora più profonda, ben messa in luce da Norberto Bobbio che nel suo Profilo ideologico del Novecento italiano (1960) ci regala una serie di impressionanti citazioni crociane, tra cui questa: «Rifiutare allora d’iscriversi al gran partito positivista (…) era il medesimo che esser considerato cervello balzano dai benevoli e questurino travestito dai positivisti esaltati e spadroneggianti, i quali erano per giunta tutti repubblicani e democratici». (Cultura e vita morale). L’alterigia del possidente prorompe dalla critica contro la «mentalità massonica»: «La mentalità massonica semplifica tutto: la storia che è complicata, la filosofia che è difficile, la scienza che non si presta a conclusioni recise, la morale che è ricca di contrasti e di ansie (…) Cultura ottima per i commercianti, piccoli professionisti, maestri elementari, avvocati, mediconzoli, perché cultura a buon mercato; ma perciò stesso pessima per chi deve approfondire i problemi dello spirito, delle società, della realtà». (La mentalità massonica, 1910). Cari «commercianti, piccoli professionisti, maestri elementari, avvocati, mediconzoli», non avete scampo. Non siete ancora l’aborrito volgo, ma poco ci manca. La plebe è fatta da quei «lazzari» su cui Croce ha scritto pagine sprezzanti (sulla natura controrivoluzionaria della masnada che da sempre denuncia i propri padroni) ed etimologie argute (raccolte da Galasso in Un paradiso abitato da diavoli) che fanno risalire i lazzaroni ai lebbrosi e ai «lazzaretti». Parlando delle Considerazioni di un impolitico (1918) di Thomas Mann, Croce scrive: «E certo bisogna pure protestare contro il volgo, definirlo, satireggiarlo, respingerlo da sé con violenza: giova sfogarsi; la pazienza ha i suoi limiti. Ma, fatto tutto ciò (e pochi lo hanno fatto così bene come il Mann), il volgo resta: resta, perché opera (a suo modo, ben s’intende), e adempie i suoi molteplici uffici, tra i quali anche di stimolare ed accrescere, nell’aristocrazia, la coscienza dell’aristocrazia».(Pagine sparse). Almeno il volgo selve a qualcosa! Sotto la patina del profondo pensatore cominciamo a scorgere un groviglio di stereotipi, di luoghi comuni ottocenteschi, di psicologia terra terra da feuilleton. Su nessun tema si vede così bene come sulla sua visione delle donne. Eppure, nota Gramsci, Croce dimostrò «di non curarsi di queste vanità mondane convivendo liberamente con una donna molto intelligente che manteneva vivacità nel suo salotto napoletano frequentato da scienziati italiani e stranieri e sapeva destare l’ammirazione di questi frequentatori; questa unione libera impedì al Croce di entrare nel Senato prima del 1912, quando la signora era morta e il Croce era ridiventato per Giolitti una persona rispettabile».

Una diagnosi su cui sorridere

Ma basta leggere come parla della poetessa Gaspara Stampa, «simpatica figura…, perché come non provare simpatia per una giovane donna, bella, adorna di cultura e d’ingegno, modesta, affettuosa, delicata e amante: amante perdutamente, senza ritegno; amante e abbandonata dall’uomo amato; vissuta ancora qualche anno tra i ricordi di questo amore e il disegnarsi di un nuovo affetto in quel cuore che aveva già provato la passione; e morta giovane?». Il problema della Stampa era un altro. È che: «Era donna; e, di solito, la donna, quando non scimmiotteggia l’uomo, si serve della poesia, sottomettendola ai suoi affetti, amando il suo amante o i suoi figli più della poesia, laddove nell’uomo accade il contrario. La tendenza pratica della donna si rivela in questa impotenza teoretica e contemplatrice. Donde, le sciatterie della forma, non idoleggiata e accarezzata; donde, il limite che si avverte anche nelle migliori liriche…» (La Critica, n. 7, 1909). Così che alla fine viene da ricambiare a Croce un po’ di quella condiscendenza che elargiva con tanta prodigalità e sorridere alla diagnosi secondo cui «il problema attuale dell’Estetica è la restaurazione e la difesa della classicità contro il romanticismo» (Aestetica in nuce). Il problema vero è che queste scempiaggini sono state egemoni per decenni nell’apparato scolastico italiano. Tutti noi, anche chi non ha mai letto una riga di Croce, siamo stati vittime del crocianesimo per cui i grandi poemi andavano letti a spizzichi, isolandone le parti che «sono poesia» da quelle «che non lo sono», cosicché quasi nessuno ha letto di seguito La commedia o l’Orlando furioso o il De rerum natura, non sapendo che si perde. Siamo tutti vittime della cultura del florilegio. E, più in generale, delle due culture. Il baratro che con Croce (e Giovanni Gentile) si è aperto in Italia tra cultura umanistica e cultura scientifica non è mai stato più colmato, anche se quasi nessuno legge più Croce, nonostante reiterati tentativi d’innescare una Croce Renaissance.

Secoli che svolazzano

Forse la migliore epigrafe al destino culturale di Benedetto Croce è la conclusione che nel 1869 (in Innocents Abroad) lo scrittore americano Mark Twain trasse dalle sue visite alle antichità italiane: «Dopo aver girellato tra le imponenti rovine di Roma e di Pompei, o dopo aver dato un’occhiata alle lunghe file di sfregiate e innominate teste imperiali che scandiscono i corridoi del Vaticano, una cosa mi ha colpito con una forza come mai prima: il carattere irrilevante, effimero della fama. Uomini avevano vissuto lunghe vite nel tempo antico e lottato febbrilmente sfacchinando come bestie nell’oratoria, nella strategia militare, o nella letteratura e poi si adagiavano e morivano, felici possessori di una storia durevole e di un nome immortale. Bene, venti piccoli secoli svolazzano via e che rimane? Un’astrusa iscrizione su un blocco di pietra su cui antiquari avidi si affannano, arzigogolano e non ne cavano nulla tranne un nudo nome (che storpiano) – niente storia, niente tradizione, niente poesia, niente che possa dare neppure un momentaneo interesse».

 

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
11 Commenti a “Reset Benedetto Croce: come liberarsi – o quasi – del filosofo di Pescasseroli e magari immaginarsi un diverso modo di fare scuola”
  1. Brenta scrive:

    Croce non è non può essere una pagina chiusa. Ma parlare di una sorta di “neo-crocianesimo” mi sembra un po’ esagerato. A partire dagli anni ’60 in Italia si è imposta una nuova generazione di studiosi passata attraverso la linguistica e la semiotica. Credo che la cesura rispetto al crocianesimo sia stata netta e non vedo come si possano creare le condizioni per un “ritorno a Croce”. Semmai il rischio è quello contrario, e cioè dello “specialismo” e della eccessiva settorializzazione. E’ sempre più difficile trovare un critico (o meglio: “storico della letteratura”) che sia anche filologo e viceversa. E’ sempre più comune imbattersi in uno studioso di autori minori di un periodo marginale, magari a capo di un progetto finanziato dal miur secondo criteri imperscrutabili. Negli anni ’70 si parlava della “divisione del lavoro intellettuale”; oggi quella divisione è diventata una vera e propria polverizzazione. La figura del critico-storico-filosofo alla Croce è semplicemente inattuabile. Più che altro, spero vivamente che si torni a riflettere sul perché quella benedetta Riforma sia in vigore dal 1922. E’ dai tempi di don Milani che non c’è più un dibattito organico sul nostro sistema scolastico, su cosa pensiamo che debba essere la scuola, il cittadino, la società.

  2. stefano scrive:

    scrive D’Eramo che Galasso sta curando la riedizione delle opere di Croce “per la sua Adelphi”. Tutto vero, ma perché “sua”? non è che confonde lo studioso con il quasi omonimo editore Roberto Calasso?

  3. linnio scrive:

    Pure Saba non è che amasse Benedetto Croce. Così scrive, in una lettera inviata alla moglie Lina (1946): “Potessi dire tutto quello che so, polverizzerei quell’uomo che fu, in fondo, un uomo funesto. Dicono i suoi ammiratori che egli ha “sistemata tutta una cultura”; è vero; ma come l’ha sistemata? Come una donna analfabeta, che avesse l’incarico di ordinare una biblioteca, la quale, non sapendo leggere i frontespizi dei libri da scaffalare, li mettesse tutti secondo un ordine esteriore, di misura, di colore esterno ecc. Bell’ordine!” Intinto nel curaro, poi, il ritratto che l’autore di ‘Ernesto’ fa del filosofo napoletano in ‘Scorciatoie e raccontini’:”ULTIMO CROCE In una casa dove uno s’impicca, altri si ammazzano fra di loro, altri si danno alla prostituzione o muoiono faticosamente di fame, altri ancora vengono avviati al carcere o al manicomio, si apre una porta e si vede una vecchia signora che suona – molto bene – la spinetta.”

  4. simona morini scrive:

    Bravo Marco D’Eramo. Una giusta precisazione in un momento in cui c’è chi sente ancora la necessità di “rivalutare” Croce. Come se non avesse già fatto abbastanza danni.

  5. giovanni perazzoli scrive:

    Caro D’Eramo,
    la domanda che lei pone ha una risposta semplice: perchè tanti hanno amato Croce? Perchè è stato tradotto in tante lingue? Semplice, perché, a differenza di lei, lo hanno letto. Leggero potrebbe essere un modo per darsi un risposta. Sarebbe la via maestra, mi sento di dire. Certo una lettura non semplice, che hanno fatto Piero Gobetti e Antonio Gramsci, ma che non tutti sono tenuti a fare. Bisognerebbe capire un po’ di filosofia e altre cose. Ma la domanda che viene da porsi è un’altra: perché si sente il bisogno di scrive di un autore che non si conosce parole così sprezzanti? Perchè si crede di andare sul sicuro? Provi allora a leggere il bel libro (libro colto, inusuale agli scrittori “a orecchio”) di Nello Ajello, Intellettuali e Pci. Bene,vedrà da dove nascono i luoghi comuni che lei riporta. Nascono da una precisa linea politica di Togliatti: sostituire nella cultura laica italiana Gramsci a Croce. Per il resto lei scrive cose davvero buffe nella loro lontananza dal vero: l’elenco sarebbe molto lungo. Ad esempio che Croce non avesse attenzione per l’economia è davero grossa. Ha dedicato non so quanti testi all’economico. un interese che parte da lontano, da qundo era era noto in Europa come marxista (pensi un po’!), al seguito di Antonio Labriola. Croce distrusse ad esempio Loria, l’economista. Lei cita pezzetti del tutto irrilevanti dell’opera di Croce, presi fuori contesto. Ma vedo comunque, che lei storicizza Croce, lo colloca generosamente nella sua epoca: in modo molto crociano ci sarebbe da dire. Solo che lei fa appello a Marx, che cita tra virgolette. Se ha letto Marx, perchè non scrive su Marx? Ma lei crede davvero che i mali italiani vengano da Croce?

  6. arnaldo di benedetto scrive:

    Perché scrivere, come fa D’Eramo, tante sciocchezze su Croce, senza neanche averlo letto?

  7. girolamo scrive:

    Dire che Gramsci “ammanta di grandezza” Croce è davvero un’esagerazione. Gramsci registra – e come non potrebbe? – l’importanza che Croce riveste nel moment in cui ambedue vivono: ma solo per preparare la sua (di Croce) distruzione filosofica, finendo per dargli della mosca cocchiera che confonde la propria autobiografia col corso degli eventi.
    Giusto per dire che prendere di petto Croce, o meglio, l’influenza che tutt’ora continua ad avere sulla cultura e sulla mentalità italiana (della quale è a sua volta un prodotto) è un’intenzione meritoria: ma richiede un lavoro più sistematico di una gradevole raccolta di spigolature. In altre paroel, se non si parte dalla formazione dell’ideologia dell'”italiano medio”, resta misteriosa l’influenza che sulla cultura italiana ha avuto un pensatore che era di abbondanti tre quarti di secolo indietro rispetto alla cultura europea. E non si comprende perché tanti se-dicenti anti-crociani con Croce ci stavano talmente bene da non compiere, né fisicamente né materialmente, quel breve tragitto della “Gita a Chiasso” nel corso della quale, assieme al Toblerone e alle sigarette, si sarebbero potuti comprare quei libri che l’egemonia crociana emarginava dalle scuole e dalle accademie italiane.

  8. giulio savelli scrive:

    Rimane da comprendere come mai un così mediocre intellettuale, che oltretutto scriveva tanto male, come anche Giacomo Debenedetti ha notato, abbia avuto una simile attenzione internazionale. Questa acuta e direi profonda analisi dell’opera di Croce comunque lo rimette al suo posto, era ora.

  9. Maria Panetta scrive:

    Non credo ci sia molto da aggiungere a quanto hanno osservato Perazzoli, Di Benedetto e Savelli. Mi chiedo solo perché D’Eramo perda il proprio tempo a scribacchiare di un intellettuale – a suo dire – così marginale e “superato”: lo legga, lo rilegga con attenzione, cerchi di contestualizzarlo e di comprenderlo, nella sua olimpica chiarezza e nelle pieghe più nascoste della sua personalità e delle sue contraddizioni; e poi, magari, ne riscriva, facendo tesoro anche delle sue lezioni di stile.

  10. Ruggero Brioni scrive:

    Va bene Proust, ed ancor prima Pirandello, D’Annunzio, e tutti quei poeti variamente compromessisi col ‘decadentismo’; ma quando e dove mai Croce avrebbe scritto di Joyce, di Musil, e finanche di Kafka?

  11. Zamprotta Italo scrive:

    Per uno che ha dichiarato che ” i matematici sono «ingegni minuti» (Logica come scienza del concetto puro), che «gli uomini di scienza sono l’incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione degli schemi ai concetti, dei mucchietti di notizie all’organismo filosofico-storico» (La Critica n. 6, 1908)” non c’è appello.Questo studioso non mi è mai piaciuto.Concordo con Bertrand Russell che lo ignora nella sua “Storia della filosofia occidentale”,perché non è stato un filosofo.Ha avuto mezzo mondo in gran dispitto scrivendo stroncature sulla sua rivista.Ce n’è stato un po’ per tutti.Mi dispiace per i nostri Leopardi,Pascoli,Ada Negri,Pirandello,lo storico delle religioni Raffaele Pettazzoni,e mi fermo qui perché l’elenco sarebbe lunghissimo.Non si può vivere una vita culturale e civile in questo modo! L’ha salvato il compagno Gramsci,che lo ha esaltato oltre ogni dire! Ma il personaggio è piuttosto meschino e di dimensioni ridotte.Alla sua morte,20 novembre 1952,le scuole napoletane rimasero chiuse per un giorno .So soltanto che ha limitato lo sviluppo della cultura italiana,per colpa sua la prima cattedra di sociologia fu istituita in Italia soltanto nel 1960! La cultura italiana soffre ancora per le limitazioni di quel cinquantennio.Quindi,i suoi ammiratori riflettano e si cospargano il capo di cenere in segno di penitenza,

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