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“Resoconto”, la via di Rachel Cusk oltre il romanzo

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Questo pezzo è uscito su Rolling Stone, che ringraziamo.

di Natalia La Terza

«Tutto è iniziato con l’asma». Appena comincio a parlare con Rachel Cusk, autrice di Resoconto, primo romanzo di una trilogia in corso di pubblicazione in Italia per Einaudi, sospetto che la nostra intervista avrà la stessa struttura del suo libro: nessuna. «Ho iniziato a scrivere presto. Da bambina soffrivo di asma e ho passato tanto tempo in ospedale, lontana dalla mia famiglia. Quell’isolamento ha cambiato il mio modo di comunicare. Ho avuto più tempo per pensare degli altri bambini». Dopo un minuto mi dice che il suo regista preferito è Michelangelo Antonioni, un altro autore di trilogie, un altro appassionato studioso dell’incomunicabilità, «un maestro».

C’è chi dice che Rachel abbia ucciso il romanzo, o perlomeno l’abbia ridotto all’osso. Qualsiasi cosa abbia fatto ha funzionato, perché ha indicato a scrittori e lettori una nuova via verso una narrazione quasi interattiva. Resoconto è un’opera letteraria ibrida e sfuggente, leggendola è difficile individuare un inizio, un centro e una fine canonici, capire dove finisce la storia dei personaggi e dove inizia la nostra. Se dovessi trovare un aggettivo per la scrittura di Rachel sarebbe “trasparente”, e mentre continuo a farle domande a chilometri di distanza mi sembra di parlare con Faye, la protagonista del suo romanzo, che ascolta le storie con attenzione e parla poco.

«Passo lunghi periodi senza scrivere, aspetto di avere la storia in mente. Possono passare anche due anni, e la maggior parte del tempo mi sento come se fossi disoccupata». Un ritmo lento ma invidiabile per un’autrice che ha scritto dieci romanzi e tre libri di non fiction. Le chiedo se, quando scrive, pensa a un pubblico in particolare: «Scrivo per una persona alla volta. Anni fa ho firmato un’opera teatrale che è andata in scena a Londra. Sono andata alla prima e l’idea che tutte quelle persone stessero ascoltando qualcosa che avevo scritto io mi terrorizzava!».

Non tutti i personaggi che Faye incontra lungo i dieci capitoli di Resoconto sono scrittori, ma ognuno di loro ha una storia da raccontare. Il filo che unisce i resoconti e che fa funzionare il gioco di simmetrie ideato da Rachel è il tema, unico e comune, dell’identità: i suoi personaggi provano eccitazione al pensiero di reinventarsi, ritrovare un rapporto «autentico». È Ryan, uno scrittore che legge poco e ha poca disciplina, a sottolineare la differenza
tra scrittura intesa come velleità e necessità: crede che a molti piaccia più che altro l’idea, “dire che sono degli scrittori”.

«Chi scrive passa un sacco di tempo da solo davanti a una scrivania», afferma Rachel, «quando hai successo hai la fortuna di poter viaggiare e incontrare persone, ma è quello che succede anche nelle altre professioni. Non c’è niente di glamour ed è un mestiere pieno di rischi. Sono sempre stata attratta dal posto fisso, ma scrivere è l’unica cosa che so fare». A metà del libro Olga, un’algida giornalista polacca, afferma che gli scrittori sono persone che non sono mai cresciute: «È vero. Perché è l’infanzia l’età dove viviamo immersi nella creatività. Fin da piccola ho amato le serie letterarie, mi facevano pensare di poter rimanere dentro una storia per sempre. Uno dei libri più importanti della mia giovinezza è un libro diviso in due, L’arcobaleno e Donne in amore di D.H. Lawrence. Le donne dei suoi romanzi sono straordinariamente autentiche».

Penso al capitolo 9, il mio preferito di Resoconto, dove prendendo spunto dal suo scrittore preferito, la scrittrice – che secondo alcuni avrebbe ucciso la fiction – fa una riflessione sulla letteratura: funziona quando ci trascina fuori dalla nostra vita. E mentre lascio Rachel dentro la sua casa nella campagna londinese, penso a Lady Chatterley che si rifugiava nella sua camera o nel bosco.

Commenti
Un commento a ““Resoconto”, la via di Rachel Cusk oltre il romanzo”
  1. bidé scrive:

    Ecco un altro autore (o autrice) anglofono che uccide il romanzo com’è normalmente inteso, che lo riduce all’osso, che rivoluziona la letteratura, che è destinato a essere ricordato in saecula saeculorum, o a cui vengono affibbiate altre espressioni affini. Quest’anno però è solo il settimo di cui leggo, in trend decisamente negativo rispetto agli anni scorsi.
    Chissà poi perché, del 99% di questi, dopo un lustro o giù di lì già non si ricorda nessuno? Dev’essere il pubblico poco accorto, o semplicemente non pronto.
    Pensare che chi fa grandissime cose col romanzo, oggi, sia (perlopiù) fuori dal contesto anglofono e lo faccia senza troppi strombazzamenti sarebbe troppo malizioso.

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