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“Restiamo così quando ve ne andate” di Cristò: un estratto

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È in libreria Restiamo così quando ve ne andate di Cristò (TerraRossa edizioni): ne pubblichiamo un estratto ringraziando l’autore e l’editore. (Immagine: Ali Yahya via Unsplash)

di Cristò

Giovedì

«Sì, mamma, sto bene, tutto a posto.»

«No, oggi non lavoro per fortuna. Quello stronzo ieri mi ha preso di punta.»

«No, no, tranquilla, non ho risposto, ho continuato a lavorare, ho fatto come dite voi. Mi sono ficcato la faccia nel culo e ho continuato a lavorare.»

«Ma’ … dai. Parliamo d’ altro. Papà come sta?»

«Sì, ho mangiato… ho cucinato un po’  di pasta.»

«No, non ho bisogno che tu mi faccia la spesa, ma’ , ho quarant’ anni e lavoro in un ipermercato santoddio.»

«Papà come sta?»

«Lo so che è cocciuto ma portalo dal dottore anche se non ci vuole andare. Neanche a fare la ginnastica voleva andare all’ inizio e invece adesso ha capito che gli fa bene.»

«Ma’ , portalo dal dottore.»

«No, ma’ , non mi sono cancellato dal sindacato.»

«Sì, ce l’ ho ancora la tessera…»

«…lo so che sarebbe meglio se non fossi iscritto ma… avevo detto che non volevo parlare di lavoro…»

«Sì, lo so che è un buon contratto ma’ … mamma… lo so.»

«Va bene. Stai tranquilla che non mi cacciano.»

«No… sto ancora a letto.»

«Sì, era il rumore dell’ accendino.»

«Lo so che mi fa male fumare a letto.»

«Sì, adesso mi alzo. Tu mi raccomando porta papà dal dottore che il dolore che ha non mi piace per niente.»

«Sì, ti voglio bene anch’ io.»

«Ciao…»

«…sì, sì mi alzo… e fumerò di meno, va bene… adesso vai a prendere papà dalla palestra. Ciao…»

Invece rimango nel letto e mi faccio qualche altro tiro. Hashish, naturalmente. Il più delle volte è un ottimo antidepressivo: mi spegne del tutto, oppure mi fa concentrare su cose diverse. Cose che non sono il lavoro, o la stanza del rimorso, o il dispensatore automatico di rimorso a ottantotto tasti bianchi e neri, o il rimorso stesso. L’ hashish mi sposta l’ attenzione su cose tipo la vita in Swaziland.

Questo è il punto.

Oppure mi sbatte sul divano, mi preme due dita sugli occhi e li massaggia fino a che non mi addormento con la televisione accesa.

Fa questo.

Lo fa davvero.

Lo fa magnificamente.

E spesso dilata il tempo, il tempo in cui non sono a lavoro; lo allunga. Quando lo fa, lo ringrazio con tutto il cuore. Non lo fa sempre.

Adesso sarebbe perfetto se lo facesse. Sono passate da poco le nove di mattina e, se il tempo si dilatasse come si deve, potrebbe essere una lunga giornata senza lavoro.

Non devo pensarci. Se ci penso non succede. Se ci penso il tempo si stringe, si accorcia, si rattrappisce.

Faccio un tiro più profondo. Trattengo il fiato perché il fumo resti nei polmoni il più a lungo possibile. Me li riempio fino a sentire un dolore sottile alla base della gola. Ho sempre l’impressione che il polmone a sinistra si riempia di più. È una sensazione difficile da spiegare.

Butto tutto il fumo fuori.

Cerco di buttare fuori anche tutto il resto. È così che dovrebbe funzionare. Funziona quasi sempre. Funziona in modo imprevedibile ma funziona. Butto sempre fuori qualcosa ma qualcos’ altro rimane. Questa volta butto fuori la gastrite, la percezione del tempo, il rimorso e la telefonata di mamma; rimane l’ incazzatura nei confronti di Donatello.

Affondo nel cuscino e chiudo gli occhi. Faccio un altro tiro. Non devo addormentarmi o il tempo passerà troppo in fretta, mi sveglierò alle dodici bestemmiando di aver buttato la mattinata.

Adesso mi alzo, mi faccio un bel caffè. Poi mi lavo, mi vesto e suono tutta la mattina. Suono finché non lo faccio come dico io.

Apro gli occhi. Guardo l’ ora sul cellulare. Le 12:17.

Ho dormito più di tre ore. Butto il mezzo mozzicone spento, mi alzo dal letto bestemmiando e vado in bagno.

Mentre mi lavo la faccia sento la quarta dimensione sfiorarmi la spina dorsale. Mi guardo allo specchio sicuro di vedere riflesso alle mie spalle una specie di temporale-leviatano-mangiamondo come quello del Nulla che avanza nella Storia infinita; nel film intendo. Invece alle mie spalle c’ è solo la porta di legno con l’ asciugamano appeso alla maniglia. La quarta dimensione mi ha solo sfiorato. Mi asciugo la faccia ed entro nella stanza del rimorso.

Con il medio della mano destra suono la nota più grave di tutte. Fortissimo. Sento risuonare un la granuloso e pesante. Aspetto che la nota si spenga poi mi vado a preparare un caffè nella stanza delle esperienze estatiche e ipnotiche detta anche delle scorciatoie.

Sono solo e in mutande come quello di Disperato erotico stomp, ma almeno la quarta dimensione si è allontanata in fretta.

Fanculo. Ho avuto paura.

Fanculo.

Fanculo a Donatello e fanculo a Monica. Lei non è abbastanza figa per essere una da scopare e basta. Lui non ha i coglioni. Lei dovrebbe lasciarmi perdere. Lui dovrebbe lasciare il lavoro e fare lo scrittore. Io dovrei lasciar perdere lei e il lavoro e mettermi a suonare per davvero, lasciare che la luce cambi nella stanza del rimorso e che diventi buio senza smettere mai di suonare. Far vibrare tutto a partire dalle mie dita: le corde, il pianoforte, la stanza, il muro, la stanza accanto e Fatima e le sue corde.

Che lei venga da me seguendo la mia musica. Fatima sì che è abbastanza figa per essere una da scopare e basta.

Wikipedia m’ informa che Fatima in arabo significa colei che svezza i bambini; neanche questo riesce a renderla meno attraente. Vengono fuori anche il Santuario di Fatima e la Madonna di Fatima. Dalle apparizioni mariane passo con naturalezza alle allucinazioni di massa e da queste alle baguette del panettiere di Pont-Saint-Esprit che nell’ estate del 1951 furono contaminate con la lettera d dell’ lsd. Esperimenti della cia, a quanto pare. In pratica mezzo paese mangiò le pagnotte allucinogene. Un undicenne cercò di strangolare sua nonna; un signore si presentò al Pronto Soccorso chiedendo di rimettergli a posto il cuore che, a suo dire, era uscito dalla gabbia toracica e imprecando contro i medici che non riuscivano a capire; intanto un altro si lanciava da un terrazzo a braccia aperte urlando «sono un aereo» e fratturandosi le gambe sull’ asfalto. I bollettini medici riportarono qualche morto e un paio di decine di feriti. Probabilmente ci fu anche una buona fetta di popolazione che si godette un bel viaggio lisergico inaspettato, gratuito e soprattutto legale. Bei tempi quelli, la cia regalava allucinogeni invece che dirottare aerei di linea sui grattacieli, archiviare le comunicazioni private, ordinare sevizie su presunti terroristi. Potrebbe essere il mio stato su Facebook, ma evito per i soliti timori paranoici sul controllo globale. E poi sicuramente qualcuno commenterebbe che non è così, e io dovrei rispondere e mi troverei risucchiato in una discussione che porterei avanti solo per il valore intrinseco della polemica a tutti i costi.

Qualcuno dovrebbe pagarmi per parlare, polemizzare, provocare.

No, correggo.

Qualcuno dovrebbe pagarmi per suonare, comporre, interpretare.

In ogni caso un viaggio lisergico gratis, o quantomeno al prezzo di un paio di baguette, mi farebbe comodo. L’ hashish mi rende ricettivo, sensibile alla sinestesia, ma non crea immagini, non spalanca a calci le porte della percezione. L’ hashish è il mio dondolo, la mia ninnananna, la medicina per la gastrite. L’ hashish è accogliente e per questo lo ringrazio, ma non mi farà mai uscire il cuore dal petto, aprire le braccia e lanciarmi in volo, diventare un aereo. L’ hashish non basta per questo, non mi aiuta a essere quello che voglio ma mi fa rimbalzare nella testa il dubbio che in fondo potrei essere ogni cosa. Come tutti, del resto.

Forse è proprio questo il problema: poter essere tutto e non essere quasi niente, è questo che mi sfinisce anche mentre dormo, che mi fa svegliare più stanco di quando ho chiuso gli occhi.

Continuo la mia ricerca sulle allucinazioni. Da Pont- Saint-Esprit finisco su un sito medico che descrive i diversi tipi di allucinazione. Scopro le allucinazioni ipnagogiche che si hanno prima di addormentarsi e quelle ipnopompiche che si possono provare subito dopo il risveglio. Si parla di diverse sostanze chimiche, di alcune piante e di una Macchina dei Sogni, la Dream Machine. Ci sono decine di siti che ne parlano. Mi sembra strano non esserci capitato prima. Esiste una macchina che provoca allucinazioni e io non lo sapevo. Leggo qua e là, la fredda cautela di Wikipedia e le promesse di trip psichedelici gratuiti e legali di altri siti meno neutrali.

Squaglio un po’  di hashish e mentre lo rullo continuo ad approfondire: era quasi Natale (siamo nel 1958) e l’ oculista, scrittore e pittore inglese Brion Gysin stava raggiungendo Marsiglia in autobus. Tornava da Tangeri e ripensava agli ultimi otto anni, al ristorante che aveva aperto in Algeria, alle lunghe conversazioni con Burroughs, all’ idea che lo ossessionava da quasi un anno: il cut-up. Faceva piuttosto freddo ma il sole al tramonto gli batteva dritto in faccia abbastanza tiepido da essere piacevole. Brion poggiò la testa sullo schienale e chiuse gli occhi. Quello che successe lo scrisse appena giunto a destinazione: Oggi ho avuto una tempesta di visioni colorate sull’ autobus che andava a Marsiglia. Percorrendo un lungo viale alberato ho chiuso gli occhi in direzione della luce del sole che stava tramontando. Proprio allora dietro le mie palpebre è esplosa un’ ondata travolgente di disegni dai colori sovrannaturali, intensamente illuminati: un caleidoscopio multidimensionale che turbinava in tutto lo spazio. Mi trovavo in un mondo di numeri infiniti. Al termine degli alberi la visione s’ è interrotta bruscamente. Era stata una visione? Cosa mi era successo?

Brion Gysin studiò scrupolosamente il fenomeno. Risalì ad alcune pratiche divinatorie africane basate sul movimento delle dita davanti agli occhi chiusi in direzione del sole. Si confrontò con il suo amico Ian Sommerville.

Fece alcuni calcoli e alcuni tentativi.

Intanto si era ristabilito a Parigi, dove frequentava spesso l’ Hotel Beat. Fu lì che all’ inizio del 1960 mostrò a tutti la Dream Machine: una lampadina infilata in un cilindro di cartone scuro bucherellato e poggiato su un giradischi a 78 giri. La portò in una stanza buia e accese la lampadina. I fori del cilindro proiettavano sui muri una sequenza di disegni geometrici regolari. Accese il giradischi e i disegni cominciarono a girare vorticosamente. Invitò i frequentatori dell’ hotel a sedersi davanti al giradischi con la faccia più vicina possibile al cilindro roteante e a chiudere gli occhi.

Quando Allen Ginsberg si alzò dopo aver provato la macchina, andò dritto da Brion Gysin, gli poggiò una mano sulla spalla e gli disse in un orecchio: «It fuckin’  works».

Squilla il cellulare, è Monica. Non ho voglia di rispondere.

Incredibilmente sono già le cinque del pomeriggio. Ho ancora un paio di ore abbondanti di luce per prepararmi la cena e dovrei mettermi a suonare, ma l’ unica cosa che vorrei adesso è avere a disposizione un giradischi, un foglio di cartone nero e una lampadina. Ho anche trovato un pdf del piano di costruzione; le misure sono in pollici ma si possono convertire facilmente. Mi servirebbe anche un taglierino, ma quello è l’ ultimo dei problemi. Il vero problema è il giradischi e deve essere anche a 78 giri.

Domani lavoro dalle 13 alle 22. Se mi sveglio presto posso provare a fare un giro al mercatino dell’ usato.

Squilla il cellulare, è Monica. Di nuovo. Non rispondo. Di nuovo.

Mi serve la colla a caldo. Mi servono un portalampada, una lampadina e un po’  di filo elettrico. Domani dai cinesi trovo tutto. Dovrò fare in fretta: massimo alle dodici e mezza dovrò essere in macchina e correre anche un po’ .

Mi serve anche un cacciavite. Sicuramente ne ho uno; chissà dove. Un cacciavite a croce per stringere il filo elettrico nel portalampada, e chiodini, e un martello per fissare al soffitto il cavo con cui far calare la lampadina nel cilindro di cartone.

Intanto l’ hashish si consuma tra le labbra.

Squilla ancora il cellulare. Rispondo.

«Che vuoi Monica?»

«…sono Donatello.»

Rimango in silenzio.

«Dai, lo so, ti ho fatto incazzare ieri. Oggi speravo che ci fossi, ma ho visto che avevi turno di riposo e che domani fai turno di chiusura.»

«Sì. Fino alle dieci, che palle.»

«Vieni alle dodici che pranziamo insieme prima di cominciare.»

«Non posso, Donatello. Devo comprare delle cose per costruire un aggeggio che mi serve.»

«Me la stai facendo pagare?»

«Donate’ , davvero non posso.»

«Cos’ è che devi fare?»

«Devo costruire una cosa, ma tanto non sai che cos’ è. Ne sono sicuro.»

«Vediamo, mettimi alla prova.»

«Voglio fare una Dream Machine.»

«Cazzo! Certo che so che cos’ è, coglione. Ho letto mezza beat generation e vuoi che non sappia cos’ è la Dream Machine?»

«Facciamo così. Domani mi sveglio presto e ti vengo a prendere: compriamo tutto e poi la costruiamo insieme al prossimo turno di riposo che ci capita lo stesso giorno.»

Come faccio a dirgli ancora di no?

«Va bene. Svegliati presto davvero, però.»

«Sì, tranquillo!»

L’ hashish ha smesso di bruciare quasi al filtro. Accendo per gli ultimi due tiri. Bollenti e maleducati.

Bussano alla porta.

È Monica.

Fanno l’ amore sul divano mentre il pianoforte scrocchia nella penombra del quasi notte, avvolto nel silenzio di lana pesante della stanza del rimorso.

Francesco le viene sulla pancia e rimane mezzo nudo sul divano. Monica va in bagno, rimane in piedi davanti al lavandino; ferma con due dita un rivolo di sperma che le cola dall’ ombelico verso i peli del pube; se lo rigira tra indice e pollice, come a testarne la consistenza. Il suo sguardo nello specchio sopra il lavandino ha un che di felice e disperato.

Guardo il tavolo basso e m’ immagino una Dream Machine che vortica le sue lame di luce. Me la immagino in bianco e nero.

Voglio fumare ancora hashish. E non voglio andare a lavorare domani e neanche dopodomani. Voglio che Monica sparisca, che non torni mai dal bagno. Visto che ci sono voglio anche che al suo posto ci sia Fatima, che entri adesso e mi trovi nudo sul divano, che mi si avvicini senza dire niente e si inginocchi tra le mie gambe. Voglio che lo prenda in bocca, moscio. Voglio che le diventi duro tra le labbra. Voglio che lei sia tutta nelle sue labbra e voglio essere tutto nelle sue. Voglio addormentarmi mentre lei va via.

Forse voglio anche non svegliarmi più.

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