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Il resto della tigre: un racconto di Raffaella R. Ferré

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(Foto: Orlova Maria via Unsplash)

di Raffaella R. Ferré

Molti anni fa è successa una cosa per cui si è sempre detto: mi ricordo che. Ma se il tempo si confonde è forse colpa del caldo, il trucco di tenere le cose vicino agli occhi mi riesce ancora: per questo tengo il passato nelle dita di una mano chiuse a pugno e nell’altra, ben aperta, le cinque soluzioni. Metterle in pratica resta una difficoltà, ma tant’è.

Questo è un modo: raccontarlo.
Questa è una storia: quella di Irene.
Che poi è la mia, ma alle volte funziona meglio darsi un altro nome, tra quelli che ti piacciono.

La stanza di Irene affacciava sul bancone della frutta e dal bancone della frutta tutti potevano sentire le canzoni della sua radio. Quelli che venivano a trovarla dicevano: cazzo, sembra abiti qui da sempre, cazzo! e Irene un po’ si sentiva felice di saper nascondere le cose così bene, perché Irene lì ci era arrivata due mesi prima, era uscita dall’anestesia e aveva traslocato, le pareva non potesse essere uscita veramente dall’etere medico senza caricare le sue cose sopra una opel corsa e portarle a 120km dall’ospedale.

Aveva ancora gli incubi. La notte si svegliava e non si ricordava dove cazzo stava, prima di accendere la luce passava minuti di vuoto nero e mentre spingeva avanti le mani per toccare il comodino rimpiangeva pure il reparto dove l’avevano sbattuta. La mattina che le avevano spiegato tutto, quella in cui era arrivata in corsia d’urgenza, sembrava lontanissima così come i rischi, i movimenti che non avrebbe potuto più compiere, la parte del corpo che le conveniva impararsi a memoria, toccare e carezzare per bene, che poi non avrebbe potuto sentire più niente, manco una puntura d’ago. L’unica cosa che non le avevano detto quel giorno era che il suo letto stava in geriatria, affianco ad una vecchia che aveva una cucitura lunga che cominciava sotto al collo e finiva in mezzo alle cosce. La vecchia aveva il catetere e stava tutto il tempo ad indicarsi il basso ventre e gridare: levateme stu coso aint’a natura, toglietemi questa roba dalla natura. 

La natura di Irene invece, tra le cosce e pure fuori, sapeva di diana azzurre che finivano sempre troppo presto, specialmente la sera. Dalla finestra della cucina ad uso delle famiglie si vedevano le luci di Capodichino, Irene stava là a parlare agli aerei: cadi cadi cadi non cadere cadi. Il figlio della signora allora le chiedeva: stai bene? Sì, diceva lei. Hai una sigaretta? Lui allungava una camel. Il figlio della signora teneva una camicia molto divertente, Irene se la sognava pure di notte: era blu elettrico, maculata di nero. Sul davanti stava disegnata la faccia di una tigre gialla predatrice che faceva un certo contrasto con la faccia dell’uomo, una faccia ridente, piena di pieghe e di abbronzatura presa lontano dalle spiagge, coi buchi dell’acne curata male che dicevano: sono inoffensivo. Poi l’uomo si girava di spalle e Irene poteva guardare il retro della tigre, perché sulla schiena la camicia portava disegnata anche le zampe posteriori e la coda: l’uomo era stato trafitto dall’animale esotico che adesso gli viveva in petto, premuroso e attento a non graffiargli gli organi interni.

Irene aveva ammaccato l’opel corsa tirando la brandina, il fidanzato l’aveva cazziata forte. Aveva sistemato gli specchi e le fotografie, i libri necessari alla sua sopravvivenza, gli omogeneizzati per quando aveva fame. Chi veniva a trovarla diceva che bella casa, che bella stanza, sembra tu viva qui da sempre, perché non ridi più, perché non ridi, devi essere più sicura, voglio vedere l’Irene di prima, è tornato tutto come prima, è tutto finito, hai rotto il cazzo tu e il trasloco, tu e l’università, tu e quel tizio, tu e gli amici e adesso? Adesso andiamo a ballare, dicevano, adesso andiamo a mangiare la pizza, adesso andiamo al concerto, adesso gli dico a quel ragazzo che tu te lo vuoi fare, adesso dico a quel ragazzo che lui ti deve fare, che ne pensi, che ne dici, perché non ridi?

Irene rispondeva poco, sempre con brevi frasi circostanziate. Cominciava a dire una cosa, una cosa semplice come la spiegazione tecnica del perché non riusciva a ridere per bene e a stirare le guance piene ma sul tessuto delle parole che doveva dire si innestava un pensiero nuovo, la sua attenzione si preattivava su un comando mandato diretto dall’anima sua. Il resto della tigre era così difficile da spiegare.

Ci aveva provato a raccontarla, la storia della natura e della camicia del figlio della signora che le era morta affianco in piena estate mentre tutti erano al mare, ma gli amici avevano riso, l’avevano presa per una battuta dell’Irene di prima e s’erano confortati e lei, lei non aveva avuto la voglia di dire più niente. Che bella casa – dicevano, e lei si contentava – che bella stanza Irene, complimenti. Lei un po’ ci credeva e un po’ aspettava. E siccome non sapeva più da che parte guardare, guardava le pareti, le foto, i libri e il bancone della frutta, fingendo di scegliere da lì cosa mangiare, non oggi, non domani, ma presto, sì.

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