simon reynolds

Retromania e dintorni. Intervista a Simon Reynolds

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Questo pomeriggio alle ore 16.30 (sala Blu) il Salone del libro di Torino ospiterà un incontro con Simon Reynolds. Interverranno Luca Valtorta e Valerio Mattioli. Pubblichiamo l’intervista di Valtorta al critico inglese uscita su Robinson, l’inserto di Repubblica, che ringraziamo.

La telecamera viaggia qua e là inquadrando macchie insensate di pixel, come un televisore sintonizzato su un canale morto. Poi a poco a poco si delineano i contorni di una figura. Occhiali, un golfino azzurro con cerniera, uno studio con pochi orpelli ma molti oggetti sparsi qua e là. “Qui c’è un po’ di disordine, come si può notare, tra box set, libri, cd e vinili: è una simpatica stanza, una specie di garage che sta davanti al resto della casa, fredda d’inverno e molto calda d’estate, da cui si può vedere la gente passare, gli alberi, gli scoiattoli e persino i colibrì. Abbiamo i colibrì a Los Angeles! E pappagalli! E poi il postino che porta i miei pacchi arriva qui (e infatti arriverà un paio di volte durante la conversazione, ndr)”.

Siamo a Los Angeles, in collegamento video, a dare ragione alla sua teoria del ‘massimalismo digitale’. Scopriremo tra poco di cosa si tratta. Simon Reynolds, uno dei più importanti critici musicali (e non solo) contemporanei, è famoso per aver scritto diversi importanti saggi, tra sociologia e critica. Il più celebre è un monumentale volume di oltre cinquecento pagine uscito nel 2011 e appena ripubblicato da minimum fax. Si intitola Retromania ed è stato il primo libro a segnalare ed analizzare criticamente la tendenza a una nostalgia per un passato sempre più vicino nel tempo. A Los Angeles sono le dieci del mattino. Per sicurezza abbiamo chiamato qualche minuto prima dell’appuntamento. Nessuna risposta. Riproviamo all’ora esatta concordata.

Era troppo presto?

“No, è solo che quando è suonato il telefono mi stavo lavando i denti, così mia moglie non ha voluto rispondere: ‘Se fosse una semplice telefonata ok, ma non intendo rispondere a una chiamata video FaceTime’, ha detto (ride, ndr)”.

Mi spiace, faccia pure con calma (la videocamera passa qua e là fino a fermarsi su una macchia azzurra, ndr).

“È ok?”.

Non esattamente…

“Sto cercando l’angolo migliore: è ok?”. (Finalmente la telecamera si stabilizza e appare una figura umana, ndr).

Comincerò col chiederle alcune cose banali per chi ha letto i suoi libri ma necessarie per il pubblico che invece non li conosce, iniziando proprio dalla più banale di tutte: la definizione, in modo da permettere a chi ci legge di capire il resto, avendo chiara la premessa. Che cos’è la retromania?

“Un termine che ho usato per definire una serie di fenomeni legati alla nostalgia. In musica vecchie, gloriose band che si riuniscono per un nuovo disco e un nuovo tour, un nuovo box set che aggiunge dieci nuovi cd di outtake a un disco famoso. Basti pensare all’ultimo box dei Pink Floyd, The Early Years: ventisette tra cd, dvd, blu ray sui loro primi anni”.

Lei ce l’ha?

“No. Lo volevo recensire e l’ho chiesto alla casa discografica. Mi hanno mandato un link che sarebbe stato disattivato qualche settimana dopo e la qualità era pessima. Lo streaming è quasi sempre pessimo: si interrompe, cose così. Inoltre non puoi recensire un oggetto del genere prescindendo dagli altri contenuti fisici: libretto, memorabilia, etc. Mi sono rifiutato. Se dopo aver dedicato tutto il tempo che necessita a fare una cosa del genere non puoi nemmeno avere la musica che hai recensito, screw that! Ciò che mi intrigava nella parola retromania comunque era il fatto che ci fosse ‘mania’, una cosa che indica immediatamente allarme. Ti dice subito che in tutta questa passione per il passato probabilmente c’è qualcosa di assurdo, di sbagliato, che è andata fuori controllo, è diventata un po’ folle”.

Perché ha deciso di scrivere quel libro?

“Era il 2008 quando l’ho iniziato ed è poi uscito nel 2011. In quel periodo la musica era dominata dal rétro: il pop, il punk, l’underground, l’hip hop stavano tutti esplorando e prendendo spunto dal passato invece di immaginare il futuro, tanto che un altro titolo del libro avrebbe potuto essere ‘lost in archives’. Insomma, era deprimente. Sembrava che non potesse esserci più nulla di veramente nuovo”.

E invece?

“Non era così. E questo è il motivo per cui ho scritto il libro: speravo che il futuro fosse ancora possibile. Alcuni sostenevano addirittura che la ‘nuova’ musica non è mai esistita se non agli albori: è sempre stata una questione di citazioni: non erano forse rétro anche i Beatles o i Rolling Stones che prendevano dal vecchio blues o da Chuck Berry? Quando è uscito il libro ho avuto lunghe discussioni con persone che sostenevano queste tesi. Ho chiamato ‘ri-creatività’ l’idea secondo cui ‘ogni artista’ fa riferimento a qualcosa che c’è già stato nel passato. Uno dei loro slogan è: ‘Tutto è un remix’. Ma non è vera. Non tutto è un remix. Non c’erano precedenti per Tomorrow Never Knows e anche se gli Stones erano influenzati dal blues, non ci sono precedenti per Gimme Shelter. Così come non c’erano per molte delle cose fatte dai Talking Heads o dai Gang of Four o dalla techno. C’è un’altra frase che odio: ‘Ogni cosa nuova è in qualche modo vecchia’. Beh, no! Stockhausen, Steve Reich, certo jazz: nel ventesimo secolo ci sono centinaia di esempi di musiche che hanno sì una tradizione dietro di sé ma che rispetto a quella hanno fatto passi da giganti. E poi ci sono persone che magari hanno sì preso degli elementi dal passato ma li hanno distorti e mutati in maniera così strana da farli diventare qualcosa di nuovo. Per esempio, c’è una canzone dei Wire in cui prendono un brano come Johnny B. Goode di Chuck Berry e lo ricreano utilizzando solo un accordo, così diventa qualcosa di completamente differente. La relazione con il passato sta nel fatto che lo stravolgono deliberatamente, lo attaccano: le band post punk degli anni Settanta vogliono avere un suono completamente diverso dagli anni Cinquanta, così possiamo dire che prendere una canzone di Chuck Berry e reinventarla o addirittura distruggerla non è retromania, è una cosa modernista. Pensiamo anche ai Devo quando fanno la cover di Satisfaction degli Stones. In realtà alcuni dischi sembrano proprio arrivare dal nulla: basti pensare a I Feel Love di cui tra poco ricorrono i quarant’anni del vostro Giorgio Moroder, o i Kraftwerk, ma anche canzoni come With or Without You degli U2 portano un suono nuovo nel rock o Marquee Moon dei Television. Da quando ho scritto Retromania nel 2011 a oggi poi ci sono state diverse cose completamente nuove: dalla dubstep, che è diventata un fenomeno di massa, alle frange musicali più hipster che non avendo preoccupazioni commerciali possono dedicarsi, grazie al web, all’esplorazione di territori lontanissimi nello spazio e nel tempo ma soprattutto nelle tecnologie usate. Perché ciò che sicuramente è in continua mutazione è la tecnologia, che a sua volta modifica il modo di fare musica”.

È questa oggi la vera rivoluzione in musica?

“Esattamente. Programmi come Auto-Tune per esempio permettono di lavorare sulla voce, creando una voce perfetta e dando origine a un fenomeno che ho definito come ‘massimalismo digitale’: una ‘botox voice’ che non ha più niente di umano. Tutto viene processato digitalmente e la musica di oggi riflette questo. La cosa interessante è che però alcuni artisti utilizzano questa ‘alta definizione’ in maniera scientemente sbagliata, creando ancora una volta qualcosa di completamente nuovo”.

Per definire una delle forme di retromania, che però dà al tempo stesso origine a qualcosa di nuovo, ha preso un termine coniato da Derrida in Spettri di Marx, ‘hauntology’, cambiandone il senso. Ci può spiegare cosa intende lei con questa categoria?
“C’è un libro, intitolato Ghostly Demarcations, che raccoglie risposte di studiosi marxisti al libro di Derrida che mi ha in qualche modo ispirato. Ho ripreso il termine giocando con ‘haunt’ (spettro) e ‘ology’ (scienza) e quindi ‘scienza dei fantasmi’, mentre Derrida giocava con il termine ‘ontologia’ e quindi sulla presenza/assenza delle idee marxiste dopo la morte del comunismo. A metà degli anni 2000 esistevano una serie di artisti la cui filosofia ruotava attorno all’idea di registrazione come forma ‘spettrale’, in cui il cantante non è presente, e anche nell’hip hop si trovavano spesso crepitii del vinile, suoni strani e dilatati. L’idea di band come Boards of Canada o dei gruppi dell’etichetta Ghost Box era quella di mettere il passato dentro il presente, vecchie registrazioni dimenticate in un contesto elettronico. Questo era connesso all’idea di un ‘futuro perduto’: la tecnologia da una parte e dall’altra vecchie leggende pagane, film come The Wicker Man, il Dottor Who, il free folk inglese o il pop ipnagogico di Ariel Pink, Sun Araw o James Ferraro. Un esempio di questo è un film ‘hauntologico’ intitolato Berberian Sound Studio: la colonna sonora dei Broadcast va a riprendere la tradizione horror gialla italiana con effetti sonori vintage. Direi che questa musica appare spettrale proprio perché è una forma di lavoro della memoria, la descrizione freudiana del concetto del lutto. In questa elaborazione viene creato qualcosa che apparentemente guarda al passato ma in realtà è nuovo, che è quello che mi interessa”.

Visto che abbiamo citato gli Spettri di Marx, cosa ne pensa di una nuova corrente di pensiero chiamata ‘accelerazionismo’?

“Questo movimento considera sbagliata l’idea di opporsi al capitalismo o di cercare un compromesso, una via più umana. Non vuole dunque fare una rivoluzione in senso marxista ma cercare di portarlo alle conseguenze più estreme, nella maniera più veloce possibile, lasciandosi completamente andare a esso: consumare di più, inquinare di più e così via. Tutto questo inteso in maniera letterale potrebbe essere pericoloso ma credo che in realtà l’accelerazionismo sia una provocazione: si tratta di un piccolo nucleo di persone che scrivono libri e saggi con la volontà di differenziarsi dalla ‘digital disruption’ di cui non fa altro che parlare la Silicon Valley. Questa ‘discontinuità’, questa ‘rottura’, ha preso il posto della vecchia idea di rivoluzione, rendendola un vecchio concetto. Gli accelerazionisti vogliono creare attenzione puntando sul paradosso. Sto invece leggendo un libro del vostro Bifo Berardi che mi sembra consideri il capitalismo come già fallito e cerchi quindi di tracciare una via di salvezza allontanandosene, rallentando i falsi bisogni. Credo che tutti oggi vorrebbero disconnettersi, anch’io, ma è sempre più difficile farlo”.

L’accelerazionismo ha anche una sua declinazione musicale chiamata vapor wave, che si traduce nell’attingere alle forme più deleterie di quelle che William Burroughs definiva ‘muzak’, la pessima musica che sentiamo di sottofondo senza accorgercene…

“Sì, l’idea della vapor wave è quella di prendere sonorità provenienti dalla pubblicità o da vecchi videogiochi rendendole ancora più estreme, kitsch, catalettiche, decelerate. Alcuni la considerano una nuova forma di punk. Un elemento che hanno in comune può essere la noia, ma oggi la noia è diversa da ieri: quella dei punk del ’77 nasceva dalla mancanza di stimoli, quella di oggi dalla saturazione”.

In Retromania lei parla degli hipster: la possiamo definire ancora una ‘controcultura’?

“A me interessano gli argomenti che interessano a loro, anche se non vesto come loro: roba trendy, libri, musica, ecologia. Forse gli hipster non sono ‘contro’ in senso stretto ma utilizzano un certo tipo di ironia che è connessa a una consapevolezza, si informano, sono antirazzisti, aperti alla sessualità. Certo sono consumisti, che è un elemento estraneo alle controculture, lavorano magari in aziende hi-tech e sono middle class. Ma se ci pensiamo bene anche le controculture erano fatte di ‘coolness’, di ego, di mode”.

A proposito della nostalgia, lei non pensa che possa esserci un revival del marxismo viste le previsioni sui robot che toglieranno molti posti di lavoro nel prossimo futuro?

“Non so cosa succederà, se verrà data una chance o se si lascerà una parte di popolazione nella disperazione. Una delle ragioni per cui c’è così tanta gente che fa uso di droghe ‘mediche’, cioè che si trovano in farmacia ma che sono come eroina legale, è legata alla mancanza di prospettive: niente lavoro, niente casa, niente famiglia. Se riscrivessi Retromania oggi parlerei molto più di politica: è in atto infatti un incredibile revival di idee reazionarie e proibizioniste. La gente vuole tornare a una sorta di età dell’oro basata sui valori familiari tradizionali, con leader autoritari, lavori industriali che non esistono più”.

nsomma, le promesse di Trump.
“Esatto. La sua idea di nuova America è modellata sull’idea di ‘full employment’ del dopoguerra, in cui tutti potevano comprarsi una casa, mandare i figli all’Università ma anche su quell’America in cui i neri e le donne stavano al loro posto”.

In pratica la retromania ha vinto.

“Proprio così. Ma solo in politica e solo per il momento. Non in quello culturale, perché l’altra grande novità è che è tornata a far capolino un’idea di futuro. Si è ritornati a parlare di spazio, di andare su Marte, la Nasa è di nuovo nelle news. La tecnologia non è sempre negativa. Quando si ricomincia a guardare al futuro è sempre un buon segno. Non a caso il mio rapper preferito si chiama Future”.

L’hip hop è sicuramente uno dei luoghi dove si sperimenta di più però, tranne rari casi quali Kendrick Lamar che ripropone un discorso sulle ‘black roots’, non sembra esserci molta coscienza.

“La coscienza, nel mondo dell’hip hop, è fottuta. Ma sono comunque grandi artisti: Future, Migos, Drake. Dicono cose terribili, nei video ci sono soldi, macchine, stereotipi di ogni tipo. Eppure c’è vita dentro. C’è futuro”.

Lei adesso vive a Los Angeles: c’è una grande scena hip hop lì.

“Sì, c’è un sacco di musica in generale e ci sono molti scrittori, c’è una grande scena artistica e, ovviamente, il cinema. L’energia non è così concentrata come a New York, qui è tutto più… diffuso! Non ci sono strade piene di gente qui: prendi la macchina per andare in un posto e poi di nuovo per andare in un altro, non giri a piedi o con i mezzi, tutto è distante, ma comunque mi piace. Anche se credo che a un certo punto ritornerò a Londra. È la mia gente ed è una città molto eccitante, dove succedono un sacco di cose… Per quanto riguarda l’hip hop non amo andare a vedere i concerti, anche perché oggi passa un sacco di ottimo hip hop per radio, che ha riacceso il mio interesse. Penso che sia un’ottima musica integrata nella vita reale: stai guidando verso il supermercato e in radio passano Future o Travis Scott…”.

A questo proposito cosa ne pensa dei testi?

“Come dicevo prima credo si possa dire che la consapevolezza della maggior parte degli artisti hip hop sia… completamente inesistente! Ma sono comunque grandi artisti per quanto riguarda lo stile. Alcuni dei testi con cui Future se ne viene fuori sono assolutamente folli. Il più delle volte sembra essere in uno stato di semicoscienza e crea un linguaggio free-form molto fratturato esprimendo concetti veramente bizzarri. E poi amo il modo in cui canta”.

Poi però c’è anche Kendrick Lamar…

“Ci sono anche rapper che hanno maggiore coscienza, ma la maggior parte è ancora al livello degli anni Ottanta, quando io iniziavo a scrivere. Gente come Schoolly D, LL Cool J: minacce e vanterie. Oggi più vanterie che minacce. Non c’è più gente che dice ‘voglio ammazzarti’ adesso è più ‘mi scoperò la tua ragazza’ oppure ‘ho molti più soldi di te’. C’è molta di questa roba e quindi non è proprio il massimo. Non è una grande filosofia di vita ma è comunque musica che sta guardando avanti, credo, e ha queste grandi personalità che comunque, incredibilmente, al di là del giudizio morale che puoi dare sono… divertenti! Sono molto divertenti: è strano ma è così”.

In che senso sono divertenti?

“Nel senso che dicono cose orribili ma le dicono in un modo strambo, non sembrano più così minacciose: sono più fuori di testa che arrabbiate”.

Ai tempi del punk band come gli X cantavano We Are Desperate e i Germs We Must Bleed, trasformando però la loro disperazione in rabbia. Oggi invece sembra esserci una sorta di reale disperazione che si riflette anche nel tipo di droghe che vengono assunte.

“Sì, oggi si tratta spesso e volentieri di droghe di normale prescrizione medica come OxyContin, Xanax, Percocet. Alcuni di queste sono più o meno come l’eroina, soprattutto gli sciroppi per la tosse a base di codeina. Sono droghe terribili. Ha ragione: c’è una sorta di tristezza e di vuoto nella loro musica, una sorta di psichedelia senza nessuna speranza. Anche molti artisti ne fanno uso e appaiono in questa sorta di stato zombie-style. Il modo di cantare di Future per me è qualcosa di simile quando usa l’Auto-Tune, ma c’è anche una sorta di sapore blues in molte delle sue canzoni. C’è un senso di depressione, certo, come se si avesse bisogno di essere sempre in una specie di coma e non credo che sia una buona riflessione sulla realtà”.

Qual è la musica che le piace veramente, non quella che deve ascoltare per lavoro: ci fa cinque nomi di dischi?

“Prima di tutto le faccio il nome di un’etichetta italiana veramente straordinaria di cui ho appena scritto: si chiama ArteTetra ed è di un paese vicino a Bologna. Producono un tipo di musica vicino alla Fourth World Music, in stile Jon Hassell. Infatti la definiscono ‘musica del quinto mondo’ perché Internet è un nuovo livello. Ha un sapore esotico, prendono cose da tutto il mondo senza timore di contaminazione: non vogliono essere fedeli alla storia della musica ma stanno cercando di creare una commistione fantastica. Alcuni degli artisti sono italiani ma ce ne sono da tutto il mondo: per esempio sono presenti anche un russo e un francese, che viaggia in Asia collezionando suoni. Fanno lavori davvero notevoli. Un’altra etichetta che amo ascoltare si chiama Sublime Frequencies. E poi ascolto ancora parecchia ‘hauntology music’ come ToiToi ToiToi (nel frattempo arriva il postino con un pacchetto, Reynolds chiede scusa, si alza, firma, e ritorna al computer, ndr). Non sto ascoltando molta musica elettronica che mi piace e trovo la dance molto noiosa in questo periodo. Quello che ascolto di più è il rap che sento in radio, come dicevo prima”.

Come ascolta la musica? Con un super impianto hi-fi?

“No. Per una questione pratica la maggior parte delle cose le ascolto al computer mentre sto scrivendo, anche perché ormai le case discografiche ti mandano file o link. Ascolto su YouTube. Qualche volta ascolto Spotify. Ma non voglio pagare perché ho già la maggior parte dei dischi, sono semplicemente troppo pigro per andare a cercarli, sono troppi e trovarli è complicato, e quindi ascolto Spotify con in mezzo le pubblicità. Stai ascoltando qualche sublime musica di Miles Davis o qualcosa di molto spirituale come le musiche della ECM ed ecco che in mezzo ti arriva la pubblicità di una macchina. Però penso che sia interessante fare questo tipo di ascolto perché la maggior parte della gente ormai ascolta così la musica”.

E il vinile? Lo compra ancora?

“Compro solo vecchio vinile. Non compro nuovo vinile perché: numero uno, non penso che suoni bene; numero due, la qualità del vinile stesso o della masterizzazione è molto povera; numero tre, costa troppo. Non ha senso comprare un nuovo vinile per 28 o 30 dollari. I cd, invece, che stanno per scomparire, hanno raggiunto il massimo grado di qualità. I primi cd erano pessimi ma adesso suonano in maniera fantastica per cui non c’è nessuna ragione per ascoltare il vinile. Gli ultimi box set sono fantastici: ce n’è uno dei Doors che ha un suono davvero incredibile! Purtroppo un sacco di rap che amo, vedi Future, non esce neanche più su cd. Non puoi neanche ascoltarlo in formato Flac o Wave ma solo in Mp3, il che è ridicolo perché hanno produzioni pazzesche. Comunque il mio modo preferito di ascoltare la musica è mentre cucino con un vecchio boombox che suona anche le cassette: è fantastico perché, a differenza di quando sei al computer, hai la mente libera”.

Cassette?

“Ho tantissime cassette. Centinaia, migliaia di cassette”.

Mi fa pentire di aver buttato via quasi tutte le mie. Quanti tra dischi ha?

“Migliaia. È questa la cosa stupida: ho appena finito di downloadare un cd perché non so dove potrebbe essere, non sono organizzati molto bene, ci vorrebbero almeno venti minuti per trovarlo. Ascoltare musica al computer è una cosa davvero pessima soprattutto perché non puoi smettere di fare contemporaneamente qualcos’altro, tipo rispondere alle mail. Non riesci a dare completa attenzione alla musica. Il modo migliore è ascoltarla in macchina o se sei leggermente ubriaco. Oppure, come dicevo, mentre cucini”.

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