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“Il revisore” di Gogol: un classico del grottesco all’Argentina

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(fonte immagine)

La rappresentazione de Il Revisore. Un versione di Gogol al Teatro Argentina (13 e 14 Settembre) è stata senza dubbio tra le più interessanti andate in scena a Roma nell’anno corrente. Considerata una delle vette teatrali del grande autore de Le anime morte, la commedia è legata a doppio filo all’Italia: riveduta e corretta a Roma (dove Gogol visse dal 1837 e il 1842 e dove compose la sua  già citata opera più celebre), l’opera da un lato è ispirata al modello della Commedia dell’Arte nostrana, dall’altro ha a sua volta ispirato due film della commedia all’italiana, classica e moderna, ovvero Anni ruggenti di Luigi Zampa con Nino Manfredi e, più velatamente e recentemente, Baci e Abbracci di Virzì.

Il valore della rappresentazione è dato inoltre dai protagonisti della versione attuale: Robert Sturua, regista georgiano stimatissimo a livello internazionale per le sue versioni di Brecht e Cechov quanto controverso in patria per le sue posizioni orgogliosamente nazionaliste (anche se lui nega qualsiasi accusa xenofoba e ne fa un discorso di mera identità culturale); Aleksandr Kaljagin, fondatore e direttore del Teatro ET CETERA di Mosca, attore famosissimo in Russia proprio per aver interpretato una celebre versione cinematografica de Le Anime morte e conosciuto all’estero per pellicole iconiche come Hello, i’m your Aunt! di Viktor Titov.

I due durante la conferenza stampa appaiono gigioni, svogliati, indisponenti, sfuggendo con ironiche considerazioni qualunquiste alla domanda scomoda di una collega del Corriere della Sera sulla damnatio memoriae di Gorbaciov in Russia.

Incontrati dopo, durante le prove, i due si mostrano sorprendentemente disponibili.

Nel buio, tra le rosse poltrone dell’Argentina, appaiono pingui, sorridenti e burloni, quasi infantili benché superino i 150 anni in due, poetici e svagati come due personaggi secondari ma indimenticabili di Bulgakov.

Kaljiagin si trincera dietro una modestia sincera quanto spiazzante, ripete “Da da da da da da ” quando snocciolo il suo prestigioso curriculum ma dice di non comprendere perché venga così tanto apprezzato, confessa di vedere solo difetti in se stesso. Sturua si prodiga, invece, in considerazioni sul ruolo di Gogol e sull’urgenza attuale dello spettacolo: “Il mondo è corrotto. Non parliamo solo della corruzione degli uffici pubblici. Non esiste più la morale. La corruzione che coinvolge il danaro è quella più semplice, ci sono altri livelli. Le radici di questo tipo di teatro nascono dalla Commedia dell’Arte italiana, i personaggi di quest’opera sono diventati delle maschere ma nel senso peggiore della parola.

Gogol, benché parli della corruzione finanziaria, in realtà mette in scena una fantasmagoria surreale. Fu Mejerchol’d a scoprire questo particolare carattere surreale in Gogol di cui spesso ci si dimentica. Gogol è maestro del surreale, Kafka in un certo senso un suo erede. Il Naso di Gogol che cammina sulla Prospettiva Nevskij certo anticipa La Metamorfosi di Kafka”.“Tutti nella vita ripetiamo un ruolo”, asserisce ridendo Kaljiagin dando l’assist a Sturua per rispondere all’allusione shakespeariana con una chiosa sardonica di Wilde: “Shakespeare ha ragione nel dire che siamo tutti attori su un palcoscenico…ma quanto è brutta la compagnia!”.

La sera della prima il teatro si parla più russo che italiano (lo spettacolo è all’interno del programma Stagioni Russe), ma la solennità formale di ambasciatori e premi consegnati a fine rappresentazione per una volta non è fuori luogo: sulla scena Kaljagin è ipnotico e magistrale, un maestro del grottesco, un incrocio fra Aldo Fabrizi e Gassman, in grado di far sbellicare l’intera platea (nonostante il ritardo dell’effetto comico creato dai sovratitoli rispetto all’originale) con un cenno, una smorfia, un’espressione improvvisa.

La compagnia è di alto livello, i personaggi sono proposti all’interno di griglie stereotipiche ben riconoscibili.

Sturua si è lamentato nella conferenza delle versioni dei classici resi irriconoscibili, infatti si mantiene sostanzialmente fedele al testo, con la discutibile concessione di una colonna sonora talvolta fuori luogo: apprezziamo i Massive Attack, ma come controcanto a Gogol inducono a un effetto di straniamento che forse deriva dalla prolungata frequentazione del regista con Brecht.

Nonostante la difficoltà di rendere con i tempi del teatro odierno la sottile ironia gogoliana, lo spettacolo offre il giusto equilibrio tra intrattenimento e riflessione. Inizia dunque bene la nuova stagione del Teatro Argentina.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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