anelante

Rezza e Mastrella: “Abbiamo ancora la forza di distruggere tutto ciò che abbiamo fatto”

anelante

Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo (fonte immagine).

di Daniele Bova

La prima volta che ho visto uno spettacolo di Antonio Rezza è stato quattordici, forse quindici anni fa, in un piccolo locale nella zona di San Lorenzo, a Roma; dopo mezz’ora dall’inizio mi sono reso conto che ridevo pochissimo.

Ero in prima fila e se n’è reso conto pure lui, tanto che ad un certo punto è successo qualcosa che, vista la nitidezza del ricordo, mi deve aver toccato profondamente.  Mentre era intento a recitare dietro ad un lenzuolo teso alla maniera di un sipario, un tessuto pieno di buchi in cui infilava la faccia per simulare diversi personaggi contemporaneamente, si incantò e di colpo mi posò lo sguardo addosso: era ciò che avevo provato ad evitare fino a quel momento, e la cosa mi colse talmente alla sprovvista che un lampo di angoscia deve aver attraversato il mio sguardo. “Piano piano siamo sempre di più” disse Rezza riferendosi alla veloce moltiplicazione dei sui personaggi “e quando saremo tantissimi faremo capire a questo spettatore” indicandomi “tramite il dolore fisico, che cos’è la vera sofferenza!”

Io, in realtà, non ridevo perché ero totalmente rapito dalla sua performance, preso in una matassa di stati d’animo che il più delle volte non riuscivo a districare in modo univoco, e solo raramente approdando al semplice divertimento; cosa che invece sembrava venisse automatico fare a tutto il pubblico in sala, che esplodeva continuamente in fragorose risate: ma l’impressione era che davanti a me non ci fosse semplicemente un comico.

Antonio Rezza infatti è un performer: il “più grande performer vivente fino a prova contraria”, stando a quanto dice lui; e a chi gli fa notare una leggera vena di superbia risponde “non è assolutamente vero, perché lascio aperta la possibilità di una prova contraria”. In scena dilata i muscoli e le espressioni facciali, reitera ossessivamente tic e slogan (che spesso si tramutano in tormentoni), riesce a incarnare, simultaneamente, psicosi apparentemente incomponibili. Ed in quella che potrebbe sembrare la rappresentazione dell’alienazione più estrema non manca mai di suggerire un’intima connessione con la realtà: realtà che viene svelata, sviscerata, digerita, metabolizzata e in un certo senso addirittura… defecata.

Inoltre nella performance di Rezza c’è una continua ridefinizione dello spazio scenico: questo avviene tramite l’interazione improvvisa con il pubblico, il costante movimento dentro e spesso anche fuori dal palco e, soprattutto, la possibilità di abitare gli ambienti che Flavia Mastrella concepisce ad hoc per ogni spettacolo. Vere e proprie opere d’arte sotto forma di installazioni di scena; scenografie indossabili che diventano un dispositivo per innescare il dinamismo dell’attore, integrandolo all’interno di una struttura malleabile di veli e corde, giochi di stoffa e geometrie irregolari. Sostanzialmente una protesi dello stesso performer: il lenzuolo pieno di buchi della mia prima esperienza con Rezza.

Arriviamo al Teatro Vascello un paio d’ore prima dell’inizio di Anelante: lo spettacolo che il duo sta portando in giro per l’Italia e con il quale, dopo aver debuttato a Torino, rimarrà in scena a Roma fino al 17 Gennaio, per poi spostarsi a Milano, Bologna, Firenze, Prato, Cagliari e Vicenza.
Antonio Rezza ci accompagna attraverso la platea del teatro, ci annuncia scherzosamente a Flavia Mastrella che siede di fronte al palco “Sono arrivati degli scocciatori de L’Unità: vogliono pure fare delle foto… davvero arroganti!”, ci sistemiamo a ridosso delle prime file.
La novità che salta subito all’occhio in questo Anelante è la presenza di altri 4 attori, Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara A. Perrini e Enzo Di Norscia; tradizionalmente Rezza saliva da solo sul palco, o al massimo in coppia. Partiamo da qui.

La novità di una performance con più attori com’è maturata? Perché avete preso questa direzione?

Mastrella: era da tempo nell’aria, abbiamo pensato “Se non lo facciamo adesso non lo facciamo più”, perché ad un certo punto ti cronicizzi e visto che ancora abbiamo la forza di distruggere tutto quello che abbiamo fatto fino a ora… Noi siamo abituati a cambiare sempre ma non avevamo mai cambiato così la struttura, il risultato finale.

Cosa implica questo cambiamento?

Mastrella: implica più disciplina, che è una cosa un po’ contraddittoria per noi.

Rezza: ma non perché da soli non avessimo disciplina.

Mastrella: no, l’arte è l’unica disciplina che riconosciamo: è solo una questione logistica, devi essere disciplinato; anche se la nostra indole è indisciplinata, Antonio è indisciplinato fa come gli pare.

Rezza: ma la preparazione è stata meticolosa, abbiamo fatto centinaia di prove ripetute.

In effetti conoscendovi è interessante capire come si possa conciliare questa componente anarchica, pluriplanare di Antonio, anche semplicemente con la coesistenza di altri corpi nello spazio…

Mastrella: perché loro sono loro stessi. Noi li indirizziamo ma non gli diciamo tutto quello che devono fare: li lasciamo liberi, come nelle prove aperte, si sentono creatori di quello che fanno, per questo si respira un’aria che ognuno sente sua.

Quindi anche per questo spettacolo sono state allestite prove aperte in cui avete coinvolto il pubblico?

Rezza: sì, le facciamo sempre da quando esistiamo, perché tra le altre cose ci aiuta a buttare fuori tutto quello che non vedrà mai la luce.

Mastrella: io in realtà subentro in un secondo momento, devo mantenermi distante dalle cose perché mi affeziono e in questa fase sarei inutile, anche perché non rido di tutto e soprattutto non sono indulgente.

Tornando ad Anelante: rispetto all’effetto che cercate nei confronti dello spettatore, qual è l’interazione che viene a crearsi con questa nuova performance?

Rezza: non abbiamo mai previsto le reazioni, fa tutto parte del movimento di energia che si crea. Da Fotofinish (ndr: spettacolo del 2004) io non tocco più gli spettatori e lì non era un toccarle per portarli dalla tua parte: venivano presi e portati a morire in scena.

Mastrella: anche in Anelante vengono presi e portati in scena a partecipare. E’ uno scambio che accade, non c’è una storia o una morale imposta, c’è una grande quantità di voci, suoni, stralci di parole e lo spettatore ne fa quel che vuole, passa questo tempo sconvolto/coinvolto, esce dalla sua consueta logica per un po’, e ci rientra dopo. Questo in particolare è uno degli spettacoli più coinvolgenti che abbiamo mai fatto.

Rezza: non è possibile non rimanere coinvolti da quello che facciamo: un coinvolgimento fisico. Io ci faccio caso e vedo che gli spettatori si muovono mentre siamo in scena. Questo significa che il corpo che si muove detta movimento agli altri corpi. Uno scambio di energia tra chi fa lo spettacolo e chi lo vede. Da non confondere assolutamente con l’interazione che sottende la manipolazione della volontà dello spettatore, la volontà di portare dalla tua chi ti guarda… nessuna gerarchia, nessun esercizio di potere, se non il poter fare quello che gli altri non fanno: quella è una forma di potere.

Mastrella: sì, non c’è un capo e un subordinato, un carnefice e una vittima nei nostri spettacoli.

Quindi quello composto da pubblico ed attori è una specie di meccanismo che si compenetra…

Rezza: certamente.

Mastrella: c’è una coesione che dura il tempo dello spettacolo.

Rezza: ti faccio un esempio: se noi facciamo lo stesso spettacolo senza spettatori io non sudo. Quando lo facciamo con il pubblico io finisco senza energia pur facendo gli stessi identici movimenti. Cosa significa? Che c’è una dissipazione di energia.

Mastrella: che c’è una comunicazione forte in questo senso.

Anche in questo caso, come nei vostri precedenti spettacoli, lo spettatore è costretto a mettersi in gioco, a trovare un suo personale codice interpretativo di fronte alla vostra arte?

Rezza: Sì. Tu puoi capirci quello che vuoi, è libero, stratificato.

Mastrella: per questo funziona, perché ognuno coglie tramite piccoli richiami quello che gli è più affine, quello che ci vuole leggere; addirittura se vieni in momenti diversi, un giorno in cui sei più arrabbiato o un giorno in cui sei più allegro, vedi cose diverse.

In che modo uno può leggerci ciò che vuole, potreste farmi un esempio?

Rezza: all’inizio dello spettacolo c’è una scena che sembra divertente, ma se viene spiegata, descritta, risulta agghiacciante.
C’è un essere crocifisso, io ballo con una musica dell’iphone davanti alla croce –proprio all’inizio, a freddo- poi mi abbasso, e quello che è crocifisso per possedermi deve chiaramente staccare le braccia dalla croce e appoggiarmele ai fianchi, quindi diventa instabile, e se non ci fossi io col culo davanti sbatterebbe la faccia a terra. Ecco, voi vedete quello e ditemi che cosa vi resta: tutt’altro da quello che potrebbe essere. È giusto che resti quello che uno vuole, mica è fascismo l’espressione, ognuno DEVE vederci quello che vuole!

Una sorta di costrizione non credete sia costitutiva dello stesso fatto linguistico? Nel senso che tutti devono aderire ad un certo modo di agire rispetto al linguaggio: simboli e segni vanno compresi in un certo modo, che nessuno impone ma che comunque non può lasciare totalmente liberi..

Rezza: certo, ci muoviamo all’interno di codici espressivi che ci siamo ritrovati..

Mastrella: però all’interno di questi codici ci esprimiamo in un modo sgretolante, ti faccio un esempio. Antonio prima mi diceva che si è accorto di quanto la gente non conosca Freud, e questo in base alla loro reazione quando lo nominiamo durante gli spettacoli; tutti lo hanno sentito nominare, quindi ognuno quando sente quel nome lo associa a qualche cosa di suo, a una specie di comprensione che se n’è fatto. È un po’ come il meccanismo di certe notizie che trovi su internet, composte magari da quattro parole che messe insieme non significano niente, lasciate all’interpretazione: tu sei convinto di comprendere quello che vogliono significare perché le associ a qualcosa di soggettivo, ma in realtà non stai comprendendo cosa vogliono dire, te ne fai una tua idea. Succede lo stesso quando i nostri spettatori sentono il nome di Freud: lo hanno sentito nominare ma non lo conoscono e questo fa scattare una risata. Questo meccanismo è un po’ alla base del nuovo linguaggio che stiamo sperimentando, anzi ti dirò: ci si sono aperte tantissime strade nuove, siamo al massimo sotto quel punto di vista.

C’è un gran parlarsi sopra in questo spettacolo: tre discorsi che corrono parallelamente, enunciati all’unisono da tre attori.

Rezza: c’è un discorso preso da Famiglia cristiana del 1965, c’è un pezzo di Artaud e..

Mastrella: e c’è un libro che si chiama Altravelocità. Avventure di un viaggiatore in treno di Sandro Cappelletto (Giunti Editore). Una lettura divertentissima, assurda, su un pendolare che prende sempre l’Eurostar; questo viaggiatore racconta di quando si fermava alle stazioni e non poteva aprire finestrini e porte, finiva l’aria condizionata e uscivano tutti paonazzi. L’autore ha scritto questo libro e si è sfogato: in effetti un po’ a tutti è successa una cosa simile.

In futuro pensate di proseguire nella direzione di avere più attori sul palco?

Rezza: sì, il prossimo spettacolo lo faremo almeno con otto persone. Adesso siamo io e altri quattro, nel prossimo saremo almeno io e altri sette.

Questa tendenza alla deformazione fisica, questa fascinazione verso la destrutturazione, viene mantenuta all’interno di questa performance?

Mastrella: Sì. Anche perché è un avanzo del ‘900 e noi siamo umanisti.

Ritorniamo sul linguaggio, perché è uno dei temi che emergono dai vostri spettacoli: il linguaggio come un’istanza che tendete a superare, almeno quello verbale. Per questo i vostri spettacoli segnano una radicale apertura alla dimensione performativa. Una cosa che mi chiedevo: quando portate in giro gli spettacoli all’estero, nella traduzione da una lingua all’altra si perde qualcosa?

Rezza: niente, perché noi facciamo un discorso universale. Non parliamo della realtà italiana, perché noi non siamo italiani: noi siamo nati qui e nessuno è di dove nasce. Ci nasce. Quindi noi non ci sentiamo appartenenti a un luogo: ci siamo ritrovati in questo luogo. Di quello che succede in questo luogo, se non a livello esistenziale non ci interessa niente.

Quindi secondo voi esiste la possibilità di un metalinguaggio che consenta di comunicare a tutti indipendentemente dai codici di appartenenza?

Mastrella: sì, ma questo si traduce in qualcosa di non verbale, in qualcosa di visivo, sonoro, energetico

Ho letto questa vostra intervista online che solleva un’altra problematica: il vostro teatro sperimentale è un unicum nel panorama nazionale, è strano come non ci sia un discorso di sovvenzioni, di appoggio delle istituzioni.

Rezza: ma noi siamo i primi a non volere sovvenzioni da parte delle istituzioni. Infatti quando si fanno convegni di teatro di ricerca, noi che facciamo una ricerca molto più estesa di tutto il teatro di ricerca italiano, e siamo competitivi anche all’estero, non veniamo nemmeno consultati. Noi non crediamo che lo stato debba pagare la committenza dell’opera: chi fa una cosa non può essere pagato dal suo oggetto del dissenso. E questa è una bomba che piazziamo all’interno di una cultura assistenziale; anche per questo non ci chiamano ai convegni: perché non solo non accettiamo, ma neghiamo radicalmente l’utilità del sovvenzionamento pubblico per l’arte. Noi quello che guadagniamo lo reinvestiamo, sono i nostri soldi, e se va male va male, ma se va male è giusto che vada male. Non vedo perché una cosa che va male debba avere il beneficio del pareggio economico: chi crea l’opera non deve essere protetto a livello ideologico. In questo noi ci sentiamo forti perché riusciamo a sostenerci con i nostri guadagni, accettare sovvenzioni sarebbe una dichiarazione di resa; l’unica cosa che ci porterebbe ad essere gentili con le istituzioni sarebbe una loro dichiarazione di resa nei nostri confronti, del tipo “voi siete più forti di noi”.

Mastrella: comunque nel nostro essere indipendenti ci appoggiamo anche a delle produzioni, altrimenti sarebbe impossibile… proprio la dinamica del teatro te lo impedisce

Rezza: sì, per l’agibilità la burocrazia è terribile, noi per 15 anni da indipendenti non potevamo andare nei teatri stabili perché gli stabili ospitavano solo compagnie sovvenzionate. Abbiamo subito un danno economico ingente da indipendenti puri: ora siamo indipendenti ma lavoriamo con il Teatro Vascello e con la fondazione TPE, che essendo sovvenzionati ci aprono i canali per far vedere le cose che vogliamo far vedere nei teatri stabili, com’è giusto che sia. Oltre a far risparmiare lo stato, dobbiamo sorbirci anche la beffa di non poter essere ospitati per un meccanismo assurdo?

Secondo voi è possibile che vi siano forme artistiche che non ottengono alcun riscontro nonostante siano valide?

Mastrella: se le cose sono belle secondo me la gente va a vederle, ottengono il loro spazio
E allora come vi spiegate, per esempio, che ci sono stati dei casi conclamati di arte riconosciuta solo postuma?

Mastrella: nel passato era vero ma adesso se vuoi puoi svilupparti ed esistere

Rezza: ci sono delle realtà difficili in effetti… se pensi ad alcuni artisti forti che non riescono davvero ad emergere

Mastrella: beh, certo se nasci in Iran e hai la nostra mentalità dopo un po’ ti ammazzano

Rezza: no anche in Italia ma non faccio nomi, non è giusto dirlo, sarebbe negare loro la dignità: a me darebbe fastidio se dicessero “è fortissimo ma non riesce ad esprimersi”. Ci sono persone fortissime in Italia ma non riescono ad esprimersi, ed è giusto non dire i nomi perché sarebbe un’offesa al loro talento far notare questa loro difficoltà.

Nato a Roma nel 1977. Ha scritto per il supplemento di Repubblica Musica! Rock & Altro, è autore di brani musicali e suona nei Carpacho! e nei MiceCars. Si occupa di cultura sul sito de l’Unità.
Commenti
Un commento a “Rezza e Mastrella: “Abbiamo ancora la forza di distruggere tutto ciò che abbiamo fatto””
  1. silvana scrive:

    Mah…

Aggiungi un commento