Checco al lavoro in Lussemburgo

Riavvolgendo una storia a Mons

Checco al lavoro in Lussemburgo

di Ciro Fanelli

Avec la mer du Nord pour dernier terrain vague
Et des vagues de dunes pour arrêter les vagues
Et de vagues rochers que les marées dépassent
Et qui ont à jamais le cœur à marée basse
Avec infiniment de brumes à venir
Avec le vent de l’est écoutez-le tenir
Le plat pays qui est le mien

Jacques Brel – Le plat pays

La prima volta che la vidi vivevo ancora in Belgio: un giorno mio padre mi disse che aveva acquistato online una cartolina del nostro paese, l’aveva presa perché non aveva mai visto una copia di quello scatto, preso in un angolo del centro che ora non esiste più.

Al di là della curiosità fotografica me lo disse perché la cartolina era stata spedita nel dopoguerra da una donna che la inviò a una famiglia italiana a Mons.

Che fossero tutti italiani i protagonisti della cartolina lo si capiva dai nomi e dalla lingua, non era nulla di particolarmente articolato: conteneva delle considerazioni sul tempo che passa, si augurava che tutti stessero bene e c’era un classicissimo e conclusivo saluti a tutta la famiglia.

In un primo momento mi incuriosì molto il destinatario, in quel periodo della mia vita non pensavo sarei mai rientrato in Italia per cui mi misi a fantasticare su quell’indirizzo, se in quell’appartamento vivessero ancora i nipoti di quella famiglia, li immaginavo del mio stesso paese, pensavo cose del tipo chissà se la domenica a pranzo fanno i cappelletti in brodo o se in sole due generazioni ci si converte alle patate fritte?

Volevo conoscere qualcuno che mi avrebbe mostrato un mio possibile futuro.

Cercai la casa su Google Maps, feci un giro dell’isolato con Street View: la casa era la tipica casetta belga senza recinzione con un piccolo prato davanti al livello stradale, la facciata era rivestita di mattoncini scuri color cacao.
Alle finestre non c’erano le tende, abitudine che quindi si perde in un paio di generazioni.
Scoprii però che a quell’indirizzo viveva una famiglia congolese e non riuscii a trovare informazioni sulla famiglia italiana che aveva vissuto lì in quello stesso appartamento tanti anni prima.

Pensai di partire da più lontano. Si stava avvicinando il Natale e tornai dai miei per un paio di settimane, l’idea era di trovare i parenti di questa famiglia rimasti lì.  Il cognome purtroppo era un cognome diffusissimo in tutta Italia, iniziai chiedendo alle persone che conoscevo con quello stesso cognome ma nessuno aveva parenti emigrati in Belgio, allargai la cerchia cominciando a chiedere un po’ in giro tra negozianti e anziani del paese. Ogni volta dovevo raccontare la storia della cartolina e di come l’avevo avuta: tutti la trovavano una cosa curiosa e si offrivano di aiutarmi dandomi però informazioni che mi allontanavano sempre più dalla soluzione, anche perché scoprii che a Mons c’era una foltissima comunità di miei compaesani emigrati lì per lavorare ma quasi tutti rientrati negli anni successivi.

Una persona con quel cognome mi contattò telefonicamente sperando di essere parente di quella famiglia emigrata a Mons ma senza avere alcuna notizia di suoi parenti emigrati in Belgio: era lui che cercava notizie da me, desiderava tanto avere una storia famigliare avventurosa.

Cambiai strategia: decisi di concentrarmi sul mittente della cartolina, pensai che tramite lei avrei certamente trovato informazioni sulla famiglia emigrata a Mons. Con quel cognome c’era un’unica famiglia, non sarebbe stato difficile trovarla.
E invece no, nessuno conosceva la persona che inviò quella cartolina.

Poi mio nonno mi disse che un’altra famiglia con quel cognome abitava in un podere sul limitare del paese.
La casa era una vecchia casa di campagna disabitata ormai da una trentina d’anni, forse più, ma poco più in là ne avevano costruita una nuova in cemento e ci si erano trasferiti.
Dalle informazioni che avevo ci abitava il fratello novantunenne della ragazza che all’epoca inviò la cartolina.

Mi feci coraggio e in una bella giornata di sole mi avviai a piedi ripassando bene mentalmente come raccontare la mia storia lungo il tragitto, chi stavo cercando e il perché. Dal momento che un perché, se mai l’avessi avuto, ora non lo avevo. Ormai il perché era solo ossessione.

Dovevo essere convincente: sarebbe stato normale per una persona di più di novantanni che abitava in campagna non aprire la porta di casa a uno sconosciuto con una storia poco chiara e solo una vecchia cartolina in mano a confermarla.

Arrivo al cancello dell’abitazione, suono, dopo un po’ mi risponde una voce di donna con l’accento dell’est, mi chiedo se sono nel posto giusto e attacco con grandissima difficoltà a raccontare la mia storia a un citofono, lei non mi capisce, ma invece di cacciarmi mi apre e mi dice di salire. In giardino vengo minacciato da un cane, continuo, salgo le scale di casa e ad accogliermi oltre a lei  che mi aveva risposto ci sono un signore e un’altra signora, racconto la storia, mi dicono di essere i nipoti della ragazza della cartolina, che lei non abita lì ma ci abita suo fratello ma che ora è in paese a fare una passeggiata, molto cordialmente mi dicono di tornare pure un’altro giorno e che nel frattempo avrebbero approfondito la storia tra di loro.
Lascio passare del tempo, rientro a Bruxelles.

Vivevo a Saint-Gilles, se controllate su Google del quartiere vi dirà che:

“Il quartiere residenziale Saint-Gilles è noto per le gallerie indipendenti e gli edifici Art Nouveau, incluso il Museo Horta con le vetrate e le ceramiche di Victor Horta. Al Marché du Midi, un mercato domenicale organizzato presso la Gare du Midi di Bruxelles, si vendono articoli di ogni tipo, dalle piante, all’abbigliamento alle spezie esotiche. Il Musée de la Gueuze, nell’adiacente brasserie Cantillon, racconta la storia delle esclusive birre a fermentazione spontanea della città.”

Ma la Saint-Gilles in cui vivevo io era la Saint-Gilles vicina alla stazione di Gare Du Midi, la stazione principale della città, una zona storicamente abitata da immigrati.

Era il primo posto in cui si arrivava in città ed era piuttosto naturale cercare casa lì attorno, la prima ondata di immigrati del dopo guerra era composta  principalmente da italiani e greci, poi sono arrivati i portoghesi e negli anni ’80 l’immigrazione proveniente dal Nord Africa.
Poco più su rispetto casa nostra iniziava la Saint-Gilles di cui vi parla google.
Poco più giù inizava il quartiere di Marolles di cui Google ci dice:

“Il quartiere emergente Marollen, o Marolles, offre discoteche alla moda, pub trendy e negozi di moda indie, dischi e oggetti di antiquariato. Intorno alla centrale Place du Jeu de Balle, sede di un mercatino delle pulci giornaliero, si affacciano gallerie moderne che espongono le opere di artisti belgi e internazionali. Il Palais de Justice della corte suprema, in stile neoclassico con una cupola dorata, domina il quartiere.”

Dalla finestra di casa mia nella Saint-Gilles che non era la Saint-Gilles “residenziale nota per le gallerie indipendenti e gli edifici di Art Nouveau” si vedeva benissimo, come una montagna, il palazzo di giustizia che sovrasta il quartiere di Marolles. Di lui Google dice che:

“Il Palazzo di Giustizia di Bruxelles è un grande edificio in stile eclettico costruito tra 1866 e 1883. Fu progettato da Joseph Poelaert ed è situato nell’omonima piazza. Si tratta del più grande edificio del genere al mondo e del maggiore edificio costruito nel XIX secolo.”

Ma quello che ho sempre sentito dire dalle persone di Bruxelles è che storicamente Marolles era il quartiere dei ladri e che a un certo punto la situazione divenne talmente ingestibile che si scelse di costruire quel monolitico palazzo di giustizia dalle dimensioni mai viste prima per ricordare agli abitanti di Marolles che la legge era lì, pronta a giudicarli e punirli.

Al centro di Marolles, proprio sotto il palazzo di giustizia, c’è la piazza Jeu De Balle dove ogni mattina viene fatto l’omonimo mercatino.

Il mercatino di Jeu De Balle per i più, il mercatino della merda – così ribattezzato da un mio carissimo amico che venne a trovarmi e che ne rimase follemente innamorato – per me, famosissimo tra i turisti ma anche molto apprezzato dagli abitanti della città in quanto lì puoi veramente trovare di TUTTO. Puoi rifarti il guardaroba; puoi arredarti casa e farlo con gusto; puoi comprare per pochi euro un synth degli anni ’70 da un venditore felice di dartelo perché troppo pesante da ricaricare in auto a fine mattinata; puoi prendere, come ho fatto io, alcuni numeri di Tin-Tin degli anni ’40 e non pagarli un rene; oppure, come accadde una mattina di primavera a me ed Elisabeth (la mia compagna all’epoca) comperare uno scatolone di vecchie fotografie (e uno scatolone non è un modo di dire ma un’unità di misura ben precisa) per sole 5 euro e un bacio sulla guancia al vecchio venditore.

Rientrati a casa ci tuffammo in quel tesoro fotografico, ma l’entusiasmo fu sostituito in brevissimo tempo dalla tristezza: erano foto bellissime ma appartenevano tutte alla stessa persona, iniziavano dal tempo di guerra fin verso gli anni ’80 e il tutto lo si capiva dalla qualità delle foto, dal passaggio dal bianco e nero al colore, dalla carta fotografica e soprattutto dai modelli delle auto e dall’abbigliamento dei soggetti.

C’erano foto paesaggistiche, tantissime foto da luoghi di villeggiatura, foto di campagna, foto di città, foto del giardino di casa (quello in diversi momenti dell’anno e soprattutto in diversi anni), foto di cani, di cavalli, e poi i bambini, e poi i bambini crescevano, e poi di nuovo foto di bambini che somigliavano ai primi ma in anni diversi e questa volta a colori, e alla fine foto di vecchi, vecchi in casa, vecchi in cerimonie, vecchi in vacanza, poi basta.

L’intera memoria di una famiglia di cui non sapevamo assolutamente nulla era appena entrata in casa nostra. Qualcuno aveva scattato e conservato tutte quelle foto per una vita intera e con ogni probabilità i suoi eredi le avevano cedute a uno svuota soffitte che le aveva rivendute a noi per 5 euro e un bacio sulla guancia.

Rientrammo in Italia per qualche giorno, Elisabeth venne con me.
C’era ancora la faccenda della cartolina in sospeso.
Era una bellissima domenica di sole, dopo pranzo ci siamo messi in cammino, io avevo sempre l’ansia per il dovere spiegare una curiosità difficile a spiegarsi, Elisabeth era tranquillissima.

Nel tragitto ci mettemmo d’accordo su cosa dire, ero talmente impaurito di essere scambiato per uno di quei truffatori che si recano nelle case dei vecchi per poi derubarli dal finire per comportarmi come tale. Io sono uno di quelli che se entra in un negozio deve sempre comprare qualcosa altrimenti penso che il negoziante possa pensare che ho rubato qualcosa e probabilmente loro lo sanno e una gran parte del loro fatturato deriva da persone come me: i disadattati.

Suonai il citofono, mi risposero i nipoti dall’appartamento superiore, si ricordavano di me ed erano un po’ emozionati, mi dissero di aspettare in giardino che sarebbe sceso di lì a poco.
Aspettammo, aspettammo molto, aspettammo quanto si può aspettare immaginando la lentezza di novantunenne che deve prepararsi e fare le scale.
Dopo un po’ decidemmo che avevamo aspettato abbastanza per poterci permettere di suonare una seconda volta il citofono senza però sembrare impazienti, il nipote si scusò dicendomi che probabilmente non li aveva sentiti perché è sordo e anzi, approfittò per dirmi di parlargli molto forte.

Scese, spiegai bene la cosa e gli mostrai la cartolina, lui mi ringraziò e riprese a salire in casa con la cartolina in mano: si era creato un disguido, credeva che fossi andato da lui per restituirgli quella vecchia cartolina. Attirai la sua attenzione e gli spiegai bene tutto, ad ALTA voce.

Mi disse che lui non sapeva chi potessero essere quelle persone che vivevano a Mons e che la sorella viveva in un altro paese, ci salutò, prima in italiano e poi in francese…

Colpo di scena.

Parlava francese, perché?

Mi disse che era cresciuto in Belgio e che sua sorella ci era addirittura nata.

Qui cambiò tutto.

Ci raccontò della sua infanzia in Belgio, degli anni della scuola, delle difficoltà a integrarsi, di come però tutto sommato stessero bene in quel paese lontano dove avevano tutto, lui andava a scuola e dopo scuola raggiungeva il padre minatore, lì faceva dei lavoretti in superficie mentre il padre era nella pancia della miniera a estrarre il carbone – il lavoro minorile all’epoca non era un problema.
Poi però un giorno un prete delle nostre parti convinse il padre a rientrare, gli disse che ci sarebbe morto in miniera, gli disse vuoi morire in un paese straniero?

In cambio gli offrì un podere in campagna di proprietà della curia dove avevano bisogno della manodopera di un’intera famiglia.
La proposta sembrò allettante e rientrarono da quel paese dove, sì, pioveva sempre, ma a loro non mancava nulla.

La proposta era promettente, ma la promessa non fu affatto mantenuta: il podere era esposto male, il terreno era pieno di pietre e non ci cresceva nulla. Ci indicò una vigna ancora presente sopra casa loro e mi raccontò della fatica che fecero per rimuovere tutte le pietre prima di trasformarlo nel vigneto ormai vecchio e nodoso che potevo ancora vedere.
Mi disse che il padre venne colpito dal calcio di una vacca, rimase a lungo allettato dopo quell’incidente e infine ne morì.
Sua sorella non si era mai adattata a quel rientro, voleva tornare in Belgio, sentiva che quello era il suo posto, non in quel podere che le aveva portato via tutto.

Raccontò di come mantenne i rapporti con i conoscenti in Belgio (di lì la cartolina) e di come si impegnò a cercare un fidanzato tra gli italiani che vivevano lassù.

Finalmente ne trovò uno originario delle nostre parti e lo sposò, era convinta che sarebbe tornata in Belgio, ma invece lui aveva la necessità contraria: quella di rientrare e di scappare dalla fatica della miniera. L’idea di sposare una ragazza con un podere di campagna gli sembrava una valida alternativa al carbone. Ci disse che fin da subito si dimostrò uno che di lavorare non ne aveva una gran voglia e che anzi, mise in piedi anche delle piccole truffe al mercato del bestiame inguaiando un po’ tutta la famiglia, raccontò storie di creditori armati che si presentarono più volte in casa loro.

E poi venne la guerra, e il nostro narratore venne mandato sul fronte slavo. Un giorno un comandante venne a sapere che suonava la fisarmonica e che ne aveva una a casa regalatagli dal padre prima che la vacca lo calciasse: lo mandarono in licenza a casa a recuperarla in modo da poter suonare per intrattenere i soldati.

Una volta a casa, recuperò la fisarmonica e tornò subito al fronte, poi arrivò l’8 settembre e i soldati non sapevano più che cosa fare, lui in un viaggio rocambolesco riuscì a raggiungere casa, a quel punto lo interruppi e chiesi se riuscì a riportare la fisarmonica con se, sorridendo mi rispose “Probabilmente la sta suonando qualcuno in Jugoslavia”.

Sua sorella ebbe un figlio maschio da quel matrimonio, lui invece andò a lavorare in una fabbrica della zona, ci lavorò fino alla pensione, ci lavorò tantissimo, alla fine ricevette anche un riconoscimento formale per gli anni prestati ma nulla per le dita che ci lasciò (e lo disse mostrando le dita mancanti che fino a quel momento non avevo notato).
Il figlio della sorella dopo essersi sposato morì in modo tragico, lei andò a vivere con la nuora vedova.

Questo fu il riassunto di una vita intera, di una storia famigliare che ho incrociato cercando un’altra storia, un racconto che mi è stato regalato da un vecchio ormai sordo sul cancello di casa sua. Un racconto che da un certo punto in poi (alla fine mi fu chiaro perché avesse maledetto il prete che convinse il padre a rientrare in Italia quando comparì all’inizio del suo racconto) è stato un susseguirsi di sventure, una tragedia senza sosta.

matrimonio, nonna Maria nonno Edo corteo

Qualche mese fa sono mancati i miei nonni paterni, prima mio nonno Edo e nemmeno un mese dopo mia nonna Maria. Sarebbe ipocrita arrivato a 40 anni lamentarsi per la perdita dei nonni, sarebbe come lamentarsi della natura delle cose, ma un conto è la morte, un conto il lutto con tutto quello che si porta dietro: gli equilibri che cambiano, pensare che mio padre non è più figlio ma solo genitore, il Natale inesistente, l’avere in qualche modo perso le proprie radici, qualcuno che c’è sempre stato e ora non c’è più.

In casa dei miei nonni c’erano diverse scatole piene di foto, mio padre le ha prese per metterle in ordine e scansionarle. Sono state qualche giorno sopra il tavolo in sala mentre le divideva in mazzi differenti: quelle di ogni figlio, quelle del matrimonio, quelle dei bisnonni, quelle dei vari fratelli e sorelle, tanti di mia nonna.

Mia nonna Maria è nata nel 1929 a Ehlerange in Lussemburgo, suo padre Felice si era trasferito lì per lavorare in una fonderia assieme a Berto, uno dei due figli maschi avuto da un matrimonio precedente e la sua seconda moglie dalla quale ebbe tre figli, la primogenita Ines, mia nonna e loro fratello Checco.

Sua madre morì e suo padre si risposò con una ragazza del mio paese con la quale ebbe altri tre figli lì in Lussemburgo: Francesca, Mario e Fernanda.

Sei figli piccoli e uno grande.

Il grande era un po’ il capo famiglia perché il padre era, a modo suo, poco affidabile.

Mia nonna ha sempre detto che lì stavano bene, si ricordava di particolari come il fatto che nelle rare giornate di sole il terreno luccicasse per via delle scorie di metallo provenienti dalla fonderia, si ricordava del terreno sabbioso diverso dal nostro e di come bastasse scrollare le carote appena colte dall’orto per averle subito pulite, si ricordava la canzone di San Nicola che le insegnarono a scuola, canzone che una volta cantò a Elisabeth che ne rimase colpita perché la insegnarono anche a lei in Belgio, ma nelle generazioni differenti era cambiata. In particolare una strofa dove si raccontava dettagliatamente come i bambini più cattivi venissero picchiati col bastone. Mia nonna si ricordava che una volta su un giornale belga c’era la foto del fratello Berto, una di quelle cose di cui in casa non parlavano volentieri, ma a questo proposito si ricordava anche di come una volta venne in visita in gran segreto una personalità importante in casa loro e lei dovette accoglierlo con un mazzolino di fiori cantando una canzone che le insegnarono per l’occasione, chissà, forse l’Internazionale, e i due fatti erano con ogni probabilità collegati tra loro. Lei diceva sempre che il padre e il fratello erano comunisti.

Si ricordava della cioccolata e dei rollmops, le aringhe in salamoia con le cipolle: una volta, pochi anni fa gliene portai un barattolo dal Belgio e si è mise quasi a piangere per l’emozione, non li aveva più mangiati da quando era bambina.

Lì stavano bene, però i tedeschi cominciarono la loro rapidissima avanzata e dovettero scappare, prima in Belgio e poi in Francia, una carovana di padre, madre e sette figli che fuggivano dalla guerra.

A un certo punto del racconto di mia nonna su questa fuga, vennero caricati assieme a tanti altri profughi su un treno merci. Le persone erano tutte in attesa mentre dei soldati li facevano avanzare un po’ per volta alzando e abbassando una sbarra, quando fu il turno loro vennero divisi dalla sbarra, suo padre si rifiutò di salire se non avessero potuto farlo tutti assieme e fortunatamente per loro il soldato addetto alla sbarra si impietosì lasciandoli passare.

Una volta in Francia suo padre conobbe delle persone che gli procurarono un lavoro e una casa: una grande casa abbandonata dove dentro c’era ancora tutto, anche lì mia nonna disse che stavano bene. Questo fino a quando, il 10 giugno del 1940, Mussolini ebbe la magnifica idea di dichiarare guerra alla Francia. A quel punto anche quelle persone che li avevano aiutati iniziarono ad allontanarli, mia nonna raccontava che non gli vendevano più il pane in quanto italiani – lo diceva anche aggiungendo un paio di aggettivi poco gentili verso i francesi.

Dovettero scappare nuovamente, questa volta si diressero al nostro paese, non sapendo dove andare trovarono ospitalità da dei lontani parenti che abitavano in un podere in piena campagna, gli uomini di casa erano partiti in guerra e qualche braccia in più per i lavori non avrebbe guastato, anche se alle braccia corrispondevano anche delle bocche in più, soprattutto di bambini…

Dopo questo primo momento di emergenza riuscirono ad acquistare una casetta nel centro storico: era una casa che nessuno voleva perché il precedente inquilino ci si era impiccato. Questa parte del racconto finiva sempre con il dettaglio che quando ci si trasferirono c’era ancora il chiodo dove si era appeso.

Appena arrivarono in paese diretti verso la casa di campagna della lontana parente che li ospitò in un primo momento (mi son sempre immaginato la “gioia” di questa persona che in piena guerra si è vista piombare in casa parenti bisognosi) attraversarono il paese- Una carovana di bambini con le valigie non passava di certo inosservata. Percorsero una strada che passava davanti a casa di mio nonno, all’epoca bambino anche lui. Mia nonna ha sempre detto che mio nonno la indicò e disse a sua madre “da grande sposerò quella bella bambina”.

Quella stessa strada la percorsero anni dopo assieme nel corteo del loro matrimonio, di cui abbiamo ritrovato delle bellissime foto in quelle scatole assieme alla lista della spesa per i festeggiamenti.

In quella stessa scatola c’erano delle foto tessere che si scambiarono da fidanzati, e sul retro di quella che mio nonno diede a mia nonna c’era scritto: “Con il più sincero affetto dono a te questa mia foto affinché ti sia sempre presente” datata 21/5/1944.

retro dedica fototessera regalata da Edo a Maria

Berto, Ines e Checco sono ritornati in Lussemburgo e hanno continuato le loro vite lassù. Anni dopo anche Mario li raggiunse per cercare lavoro.

I miei nonni hanno continuato la loro vita assieme fino qualche mese fa. Mio nonno è mancato poco prima di Natale, mia nonna lo ha raggiunto una ventina di giorni dopo.

In quelle scatole di foto ci sono alcuni scatti con persone che non conosciamo, mio padre mi dice “bisognerebbe chiedere alla nonna chi è questa persona” ma la nonna non c’è più.

Anche questa storia che ho appena raccontato ha dei buchi e forse qualche inesattezza, ma è così come l’abbiamo messa assieme con i vari aneddoti sentiti nel tempo.

Nel giro di una, due generazioni, si perdono storie famigliari incredibili: dietro a ogni porta o a ogni finestra con la luce accesa che vediamo da casa nostra ci sono delle storie magnifiche e quando quelle luci si spegneranno andranno perse.

In questo momento storico in cui a lasciarci in massa per via di questo virus è principalmente una parte della popolazione più anziana stiamo perdendo un capitale fatto di storie che nessuno potrà più raccontare e che qualcuno si pentirà di non avere domandato quando ne aveva l’occasione.

Commenti
6 Commenti a “Riavvolgendo una storia a Mons”
  1. Sara scrive:

    Racconto bellissimo e commovente. Grazie Ciro

  2. Adriana scrive:

    Ho appena letto questo bel racconto. Grazie

  3. Claudio scrive:

    un pezzo bellissimo, Ciro, grazie.

    per un anno circa ho avuto una storia d’amore con un’italiana di Bruxelles, e vivevamo proprio a Marolles, in Rue Du Lavoir – un quartiere straordinariamente vivo, vivibile ed economico. ancora ricordo con piacere le torte dell’algerino sotto casa.

    e sì, Place Du Jeu De Balle è un vero microcosmo.

    cordialmente,
    Claudio

  4. Anna Maria scrive:

    Bel racconto Ciro. Si legge d’un fiato tanto è scorrevole e appassionante. Bellissimo il riferimento alla generazione che purtroppo verrà a mancare e alla responsabilità di essere ora genitori e non più figli.

  5. Eugenio scrive:

    Continuo ad essere sorpreso e avvinto da come Ciro riesce a coinvolgermi. Lo ha fatto “Nel bosco del nostro splendore” ed or ora con questo racconto che rende grande ogni piccola cosa. Grazie

  6. Bianca scrive:

    Grazie Ciro,
    Queste storie mi hanno parlato molto e commossa tanto.
    È solo invecchiando che si capisce che il tempo che scorre nessuno lo arresta e che poi è troppo tardi, coloro che avrebbero potuto rispondere sono scomparsi.
    Ci si rimbocca le maniche, si fanno congetture, ma le risposte non ci sono, neanche nelle anagrafi, quando non si era nessuno, si rimane nessuno per sempre.
    Allora storie, come le tue, strappano al silenzio il soffio perso di tanti nessuno.

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