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Ribellarsi nell’America segregazionista. “Un altro tamburo” di William Melvin Kelley

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di Giorgia Sallusti

«What we did was to help our generation realize
They got to get busy cause it wasn’t gonna be televised.»
Gil Scott-Heron, Message to the Messengers

In The Tempest, scritta intorno al 1610, William Shakespeare arma Prospero delle seguenti parole: «But as ’tis, we cannot: he does make our fire, fetch in our wood, and serve in offices that profit us. What ho! Slave! Caliban! Thou earth, thou!», e così nel primo atto entra in scena Caliban lo schiavo. È selvaggio, bestiale, deforme, «fango» lo chiama Prospero; soprattutto, Caliban è nero. Caliban è fango anche per i personaggi di The Turner Diaries (in Italia per Bietti editore col titolo La seconda guerra civile americana), romanzo distopico di Andrew Macdonald (pseudonimo di William Luther Pierce) del 1978, manifesto e bibbia dei suprematisti bianchi ancora oggi. Macdonald-Pierce ipotizza una guerra civile che porti alla pulizia etnica di tutti i non bianchi (neri, asiatici, ebrei), spazzati via dal Nordamerica, e renda finalmente gli Stati Uniti lo specchio della Gerusalemme celeste cantata nell’Apocalisse di Giovanni. Ma se i neri scomparissero dall’America, sarebbe davvero così? E se ne andassero di loro spontanea volontà?

Tucker Caliban è uno che ha «qualcosa di speciale nel sangue», forse quella stessa forza che aveva l’Africano, il leggendario schiavo da cui discende, che a mani nude spezzava le catene. Da suo figlio First Caliban, cognome assegnato loro dal padrone, il generale Willson alla fine dell’Ottocento, si arriva fino a Tucker, che incontriamo negli anni Cinquanta mentre lascia lo stato. Situato tra Mississippi e Alabama, questo luogo immaginario ma radicalmente verosimile di cui non ci viene detto il nome, è lo stato nel quale William Melvin Kelley cala il romanzo Un altro tamburo (NN, traduzione di Martina Testa), scritto nel 1962 ma ambientato cinque anni prima. «Nel giugno del 1957, per ragioni ancora da stabilire, tutti gli abitanti neri dello stato ne hanno abbandonato il territorio. A tutt’oggi è l’unico stato dell’Unione che non conta fra i suoi cittadini neanche un membro della razza nera», scrive Kelley nel primo capitolo.

Cercando di immaginare il vuoto risultante da questo abbandono, Kelley costringe i bianchi di questo Sud letterario a un’analisi della propria condizione, ora aggravata dalla mancanza di quel bacino umano dal quale hanno sempre pescato per i propri «offices that profit us», come dice il Prospero shakespeariano.

I neri in questo stato vivono da uomini liberi, ma poveri e discriminati, sulle stesse terre che hanno visto schiavi i loro antenati; la piazza di Sutton, che attraversano tutti i giorni, si chiama ancora piazza delle Aste. Ma un giorno comincia qualcosa: Tucker Caliban dà fuoco alla propria casa, sparge sale sui terreni, e se ne va assieme alla moglie e al figlio, sotto lo sguardo sbigottito degli abitanti di Sutton. «Comincia cosa, papà?» chiede il piccolo Harold Leland: «Quello che è già cominciato» risponde il padre; così, seguendo l’esempio di Tucker e grazie al passaparola, tutti i neri dello stato partono verso nord per non tornare più.

Un altro tamburo parla di un’assenza, di un esodo volontario e definitivo raccontato dai bianchi che restano: ogni capitolo è un punto di vista privilegiato sull’evento, quella cosa già cominciata. Il racconto corale acquista sfumature diverse via via che cambia il narratore al passaggio di ogni capitolo, fino al personaggio collettivo finale, i bianchi sulla veranda dell’emporio Thomason. Saranno loro a salutare, nel sangue, l’ultimo nero che abbia mai messo piede nello stato: «Lo sapete che questo è il nostro ultimo negro? Pensateci un attimo. Il nostro ultimo negro, per sempre».

C’è il signor Leland, come viene chiamato dai compaesani il bambino Harold; la versione maschile della Scout Finch di Harper Lee nel Buio oltre la siepe, romanzo che lo precede di soli due anni. E se la dimora padronale dei Willson dai tempi del Generale assomiglia all’Approdo della famiglia Finch nel libro di Lee, e Leland senior nella sua casa modesta sembra perseguire la rettitudine del figlio Harold come Atticus fa con Scout: «Io e tua madre stiamo cercando di fare di te un essere umano decente». Ma cos’è questa cosa che stanno facendo i neri? Una ritirata, presumibilmente, perché «se sei rimasto con trenta uomini e gli altri ne hanno trentamila, e allora ti volti e scappi, perché ti dici: Che cavolo, non serve a niente fare i coraggiosi se poi ci restiamo secchi. Indietreggiamo per un pezzo e magari domani gli diamo un po’ di filo da torcere».

È incredulo Dewey, ultimo discendente maschio di quel Willson che comprò l’Africano con mille dollari e per la cui famiglia, da allora, tutti i Caliban hanno lavorato; proprio con lui parla il reverendo Bradshaw della Chiesa risorta del Gesù Cristo nero d’America, sceso nel profondo Sud segregazionista per capire cosa sia successo a tutti quei «neri, signor Willson. Neri. Gente di colore. Facce scure. Scimmie. Bingobongo. Bestie africane. Negri. Neri. Più neri alla stazione di New Marsails, oserei dire, di quanti ce ne siano mai stati, e più di quanti mai ce ne saranno». È così che ha inizio una leggenda.

Figlio del sindacalismo di Marcus Garvey e delle lotte per i diritti dei lavoratori neri, negli anni di Malcolm X e Martin Luther King Jr, Kelley, nato nel 1937 in un sanatorio per tubercolotici a Staten Island dove la madre era ricoverata, entra a Harvard con l’intenzione di seguire la strada dell’avvocatura e occuparsi di diritti civili. Come il reverendo Bradshaw del romanzo, il primo della sua produzione letteraria, lascia l’università a un passo dalla laurea, ma invece di fondare una chiesa si dedica a un preghiera più laica e efficace: la scrittura, tanto da pubblicare quattro romanzi e un buon numero di racconti e articoli, e insegnare scrittura creativa a New York dal 1989 fin quasi alla morte, sopraggiunta nel 2017.

Un altro tamburo è un esordio potente, così tanto da richiamare l’autore al confronto con James Baldwin e William Faulkner, la cui rivelazione consiste nel dichiarare apertamente il peso della popolazione afroamericana – ma grazie alla sua improvvisa partenza. Eppure questo libro è stato dimenticato per lungo tempo, è ricomparso sugli scaffali delle librerie di nuovo nel 2018 grazie al lavoro di riscoperta della giornalista Kathryn Schulz, imbattutasi in una prima edizione di un romanzo del poeta afroamericano Langston Hughes, Ask Your Mama, con dedica a Kelley sul frontespizio: «Inscribed especially for William Kelley ~ on your first visit to my house ~ welcome!».

Si riaffaccia quindi sulla scena letteraria mondiale con la stessa deflagrazione degli anni Sessanta: l’Immigration act del 1965 elimina le quote razziali negli stati americani che erano in vigore dal 1924, eppure ancora oggi c’è chi si lamenta di una perduta bianchezza degli Stati Uniti come uno degli uomini in veranda che assistono all’esodo. E sono, i nostri, gli stessi anni in cui è necessario ribadire che Black Lives Matter, come il movimento per i diritti civili contro la brutalità delle forze dell’ordine nei confronti degli afroamericani.

«Ci sono anni che pongono le domande, e anni che danno le risposte», scriveva Zora Neale Hurston nel 1937. Un altro tamburo esce ora in Italia dopo quasi sessant’anni, e ancora non abbiamo le risposte. Non le ha neppure il reverendo Bradshaw, che da questo evento ne esce sconfitto: non è servito a nulla andare al Nord, studiare a Harvard, perché è vicino il momento in cui la gente si renderà conto che non ha più bisogno di uomini al comando: e Tucker è il simbolo di un’azione personale che diventa lotta collettiva. «I Tucker si alzeranno e diranno: “Posso fare quello che mi pare; non devo aspettare che qualcuno mi conceda la libertà; me la posso prendere da solo”».

La famiglia Kelley si trasferisce a Parigi poco dopo il processo agli assassini di Malcolm X, e al rogo del Tempio n. 7 della Nation of Islam. In Francia apprenderà dell’omicidio del dottor King, mentre sarà a Roma quando sentirà dell’assassinio di Kennedy: «era quella che i giamaicani chiamano guerra tribale», dichiarerà Kelley a proposito di quei giorni. Lo scrittore decide quindi di non voler crescere i figli in America: non è giusto, non c’è dignità. Tornerà a New York solo nel 1977, e si stabilirà a Harlem, di cui sarebbe diventato uno dei cantori più raffinati. La trama di Un altro tamburo dipinge le azioni autonome degli afroamericani lungo il racconto dei soli bianchi, lasciati soli, indietro; e resta come la versione letteraria dell’affermazione dello storico Lerone Bennett, Jr., «there is no Negro problem in America. The problem of race in America is a white problem».

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