Ricci vs Lagioia

A proposito dell’argomento: qual è oggi il linguaggio del potere?, si è consumato di recente, sulle colonne de Il Fatto Quotidiano, uno scontro tra Nicola Lagioia e Antonio Ricci. Aveva iniziato Lagioia scrivendo in un suo articolo:

Credo che un buon libro sia sempre di per sé contro il potere, visto che parla, per sua intima natura, una lingua antitetica rispetto a quella dominante, che oggi per intenderci è la lingua pubblicitaria, intesa ovviamente in senso lato (il linguaggio della politica è quasi sempre pubblicitario). È per questo che ritengo che l’opera televisiva di uno come Antonio Ricci sia ad esempio una fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi: usa lo stesso linguaggio. E chi se ne frega se lo fa per criticare Berlusconi o Brunetta: se usi la stessa lingua del tuo nemico dichiarato, sei già lui.

Antonio Ricci ha risposto sullo stesso giornale.
È seguita la replica – sempre sul
Fatto – di Lagioia.

La risposta di Antonio Ricci

Caro Nicola Lagioia,
Fascista sei tu! Con tracotanza e violenza, mi accusi di essere una «fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi», perché uso il loro stesso linguaggio.
Le prove di quello che scrivi non esistono, naturalmente, per la tua esecuzione sommaria bastano i pregiudizi razzisti di cui grondi. Mi spiace che tu non capisca che quello che si propone Striscia è un lavoro di smontaggio, di messa a nudo di quei meccanismi che sono in grado di rivelare al telespettatore la natura di finzione della Tv. Se la televisione è l’oggetto da decostruire, la scelta più efficace è cercare di demolire il genere televisivo che più di tutti gli altri chiede, ottiene credibilità, e si propone come contrario della finzione, come “finestra sul mondo”: l’informazione.
Il dubbio è il padre di Striscia. Il linguaggio usato è quello dell’ironia. Nessuno al mondo ha mai conosciuto un fascista dubbioso e ironico. Te lo dico dalla mia continua e consapevole esperienza di antifascista (pensa che, ironia della sorte, l’ANPI mi dà la tessera onoraria).
Striscia da sempre ha dato voce ai consumatori, ai più deboli, agli handicappati. Tu senz’altro dirai «me ne frego», come hai scritto «me ne frego se Striscia critica Berlusconi». «Me ne frego», te lo voglio ricordare, è lo slogan del tipico fascista.
Molto «arcitaliano» è il tuo tentativo (come questo per altro) di cercare espedienti per avere «un posto al sole», una qualunque visibilità per promuovere il tuo successino librario, peraltro basato su analisi sociologiche farlocche. I tuoi contorcimenti pseudo-intellettuali per giustificare la tua appartenenza editoriale ti rappresentano più come una rampante ballerina del ventre che come un giovin scrittore coraggioso e impegnato come vuoi martellantemente far credere.

Tu speri di ottenere l’immortalità con i tuoi libri scrivendo contro i «poteri di ogni tempo e latitudine», a me ricordi il linguaggio di quello che voleva conquistare «I territori d’Oltremare».
Comunque, caro Nicola, anche se so che hai un’altissima concezione di te stesso, anche se «tirerai dritto», anche se forse non vorrai mai diventare capomanipolo, permettimi di darti un consiglio da fratello maggiore: rischi di trasformarti in una macchietta. Forse tu, con la furbizia che dimostri, ne sei pienamente consapevole e lo vuoi, con tutti i vantaggi che essere “macchietta” in Italia oggi comporta. Il tuo posto in scena è già pronto.
Virilmente Antonio Ricci.

La replica di Nicola Lagioia

Caro Antonio Ricci,
se il compito di Striscia la Notizia fosse davvero lo smascheramento della finzionalità televisiva, come tu non puoi che raccontarci e raccontarti per questioni di sopravvivenza emotiva, oltre vent’anni di programmazione con ascolti altissimi avrebbero dato come risultato un pubblico televisivo consapevole, responsabile, di un livello culturale accettabile, e non quel bacino di share composto da delatori frustrati, aspiranti veline, casalinghe in stato confusionale che si riversa poi nel bacino elettorale coi risultati che sappiamo. Quando dici che non s’è mai visto un fascista ironico, temo tu abbia in mente i gerarchi in fez e camicia nera, e dunque rispetto al presente mi sa che viaggi in differita, come la tua trasmissione. Pasolini deve aver davvero lottato e vissuto invano se oggi dobbiamo insomma credere che il fascismo si esprima ancora con il linguaggio stentoreo e logoro di un Mussolini. La lingua del fascismo contemporaneo è al contrario una lingua eminentemente pubblicitaria: ironica, elementare, suadente. Berlusoni racconta barzellette.
Il Gabibbo rimanda solo a se stesso, proprio come uno spot pubblicitario. L’ironia e la comicità di un Lubitch, di un Kubrick, di un Carmelo Bene, dei fratelli Marx, di Ciprì e Maresco è libera e liberatoria perché è al contrario polifonica e antitetica – ripeto – alla lingua dominante, e non starò qui a spiegarti perché ci siano più cose in una loro inquadratura che nell’intero ventennio di Drive In e Striscia la Notizia. Sorvolerò per decenza sugli handicapatti usati come foglia di fico. Quello che trovo invece per te fallimentare, è quando dici che ti ho attaccato per avere visibilità. Dimentichi che il compito degli intellettuali è da sempre rompere le scatole ai potenti, e tra noi due il telecomando l’hai sempre avuto in mano tu. Ma forse appartieni a quel tipo di uomini convinti dalla carriera che ogni gesto si faccia per tornaconto personale e trovo triste, che con i sessant’anni, tu debba tagliare un simile traguardo.
E comunque un dubbio enorme la tua lettera me l’ha fatto venire. Ti saluto infatti senza capire se concederti l’aggravante della buona fede,

Nicola Lagioia

Commenti
18 Commenti a “Ricci vs Lagioia”
  1. Francesco Longo scrive:

    Ho sempre pensato: antonio ricci è uno di quelli che riesce a fare per tutta la vita cose che vanno contro la propria coscienza. Sa come funziona il sistema tv, il linguaggio, la satira, il potere, etc e sceglie di far soldi e avere successo usando la sua intelligenza per qualcosa che va contro ciò che riconosce come il Bene.
    Certo questo non basta per stimare una pesona, ma almeno ogni tanto la questione mi interrogava. Come tutte le storie di talenti buttati al vento e di gente che viene a patti con il proprio pensiero.

    Questo carteggio con Lagioia è quasi deludente (se avessi stimato Ricci sarebbe stato addirittura deludente). Ricci oltre a fare una tv ignominiosa non è neanche consapevole di ciò che fa. Non sa quello che dice, pensa di “dare voce ai deboli”. Non sa come funziona l’ironia. L’unico augurio è che sia solo in mala fede.

  2. giuseppe genna scrive:

    Non avrei mai immaginato una risposta di Antonio Ricci. Antonio icci è ironico in qualunque atto, è il veicolatore, uno non sa chi, tra lui e Berlusconi, sia la marionetta e chi il marionettista. Le sintetiche, petrose, durissime affermazioni di Nicola sono pienamente condivisibili e, almeno sul piano sociologico, costituiscono una credo che per me è nato da una fenomenologia effettuata con la mia stessa pelle.

  3. Graziano scrive:

    Mettiamo per un attimo che io non abbia mai visto “Striscia la notizia” e non abbia la benché minima idea di chi siano tanto Antonio Ricci quanto Nicola Lagioia. La differenza di stile, di acume argomentativo, di originalità linguistica parla da sé. Una persona che argomenta in maniera astiosamente annaspante come Ricci, che scende nel personale, che mostra di non aver assolutamente recepito il senso del discorso del suo interlocutore, che si difende dall’accusa di essere “espressione del fascismo del mondo dei consumi” sostenendo che fascista sarai tu, lui non è mussoliniano, che l’ANPI gli dà la tessera onoraria eccetera, cioè travisando completamente il senso di una frase che anche solo per citarla ha dovuto quantomeno ridigitare sulla tastiera – “fascismo del mondo dei consumi” – che solo chi non abbia una minima preparazione su quanto di analisi sociologica e massmediologica è stato sfornato negli ultimi quarant’anni nonché l’intelligenza di superare l’impatto della prima parola può confondere col fenomeno storico-politico verificatosi in Italia nella prima metà del Novecento; una persona con simili requisiti argomentativi e linguistici, dicevo, è ovvio che non può essere in grado di operare quel raffinatissimo “lavoro di smontaggio, di messa a nudo di quei meccanismi che sono in grado di rivelare al telespettatore la natura di finzione della Tv” che Ricci attribuisce a se stesso. Forse ha ragione il Lagioia del primo intervento a usare l’aggettivo “inconsapevole” perché Ricci non sembra proprio in grado di andare oltre la superficie dello standard semantico di alcune parole-concetto (basti osservare a quante espressioni di uso comune per giunta tra virgolette faccia ricorso); o forse ha ragione il Lagioia della replica a dubitare di poter concedere a Ricci “l’aggravante della buona fede”: “ci è” o “ci fa” è infatti la grande questione che solleva la visione di una qualsiasi puntata di “Striscia la notizia” o peggio l’ascolto o lettura delle dichiarazioni del suo ideatore. Resta, ripeto, la differenza di stile. L’accusa che “rispetto al presente mi sa che viaggi in differita, come la tua trasmissione” è, ad esempio, di un’ironia e icasticità ché, per parafrasare Nicola, “ci sono più cose in questa sola frase che nell’intero ventennio di Drive In e Striscia la Notizia”.

  4. Giorgio Specioso scrive:

    Ricci, quantomeno, fa un programma orrendo. Come non rendersene conto? Mah!

  5. LUCA T. scrive:

    Ma cosa vuole questo povero Ricci? Adesso dobbiamo berci la panzana che lui smonta demistifica e dissacra? Striscia è un mostro a tre teste: tettone, giochi di parole e piccole, direi infime, denunce. Innanzitutto le cosce e i seni come verme per far abboccare quei pesciolini fritti dei cittadini maschi medi; poi un umorismo ripetitivo, banale, stereotipato, che ricicla delle battute senza energia né estro ed è costretto a ricorrere alle pietose risate registrate; infine una veloce inchiesta su un avvenimento certamente riprovevole e indegno, ma troppo circoscritto e marginale per scuotere davvero. Si fa luce sul particolare per nascondere meglio il marcio del tutto. Ed anche quando ci si occupa di questioni più serie, si fa di tutto per non ricercare le cause più generali, perché sarebbe pericoloso scoprire che i processi più grandi hanno colpevoli enormi e potenti. Solo in quest’Italia logo-immune potevano avere un tale successo le pagliacciate di chi crede sia coraggioso limitarsi a mostrare che il re ha la patta aperta.
    Intanto il re, impegnato in una captatio benevolentiae costante, in una seduzione tesa a capitalizzare i difetti di una cittadinanza pre-democratica e talora pre-civile, cambia il linguaggio, scende al livello della gente, finge, come ha fatto Tremonti di fronte alla platea leghista esultante, di aver letto pochi libri, ripudia congiuntivi e concessive, ripete alla nausea slogan e concetti comprensibili da un settenne, eleva il bar ad agorà, fa battute razziste, sessiste, classiste e come in ogni fiction che venda bene, elimina ritualità seriose e analisi consapevoli delle verità drammatiche. In fondo erano solo battute quelle di Gentilini sugli immigrati da impallinare come i leprotti, quelle di Bossi sui Bingo-bongo, quella di Storace che preferiva l’essere fascista all’essere frocio. Nel comico finiscono tutte le cazzate e le iniquità, come in un volgare gorgo di cesso. L’atomismo amorale diventa un carnevale goliardico di massa. Il potere castigat ridendo cives, denigra l’amore per il bene comune e butta tutto in vacca, sobilla il chiacchiericcio irriflesso e fazioso, insegna a ridere con la coscienza tranquilla, come chi, dopo il terremoto, si fregava le mani per i soldi della ricostruzione, come Sottile e Vespa atelefono per le puntate di Porta a Porta accuratamente cucite su Fini, come i leghisti che urlano “Più Rum Meno Rom”, come le barzellette su Hitler morto d’infarto per la bolletta del gas. E’ stato il Vanna Marchi di Arcore, durante un comizio-convention, a raccontare (e perfino a spiegare!) ai suoi ierofanti della battuta che lo appella come “Al Tappone”!

  6. Laura scrive:

    Trovo la chiosa della lettera di Nicola micidiale, per quello che c’è dentro.

  7. Enrico Macioci scrive:

    Ricci sconfitto dieci a zero proprio sul piano della retorica. La risposta di Lagioia mi ha entusiasmato per cattiveria e celerité. Direi: la buona retorica che sbugiarda la cattiva retorica, e poi la picchia mettendola kappaò in un lago di sangue (finto: tutto in Ricci è finto, plasticoso).
    ps: odio Striscia con tutte le mie forze, l’ho sempre odiato ‘sto programma sin dagli anni ’80, quando ancora non capivo il perchè.

  8. Luca Lacone scrive:

    Se ironia fosse, le veline dovrebbero pesare almeno ottanta chili l’una.

    Lagioia 1 (con riserve sul tono: mai sollevare un problema facendo incazzare l’avversario)

    Ricci 0 (basta con quest’arroganza geronto-postmoderna)

  9. Luigi scrive:

    Caro Nicola,

    Ti scrivo – dandoti del tu, nella speranza di non approfittare troppo di una confidenza che non mi è stata concessa – come scriverei ad un fratello maggiore (ci separa solo qualche anno).

    Ho apprezzato molto il tuo “successo librario” intitolato “Riportando tutto a casa” (umilmente recensito sul mio piccolo blog senza pretese), che mi ha concesso di rivivere la Puglia (mia regione d’origine) degli anni ’80; la mia pubertà (che fu la tua adolescenza) la Domenica, seduto all’angolo di un lunghissimo tavolone attorno al quale le trame dei fili parentali tessevano la loro tragicità tra gli intervalli pubblicitari del Martini-Milano-da-bere e un quiz di Domenica In. E anche io, come il protagonista del tuo ultimo romanzo, non capivo perché mia cugina volesse a tutti i costi far parte delle ragazze di Non è la Rai; né capivo le risate di tutti alle battute dei comici di Drive In o i sorrisetti cattivi con cui le mie zie rispondevano ai cinici commenti dei loro rispettivi mariti sulle veline con i pattini a rotelle.

    Striscia la notizia rappresenta per me un ulteriore segreto mediatico: da dove tira fuori tutto quello share? Chi la guarda e perché? Perché a me non piace? La lucidità delle tue critiche mosse alla trasmissione e ad Antonio Ricci mi porta a credere di essere dello stesso parere, o uno stupido se non pensassi la stessa cosa. Dalla lettera di Ricci si capisce quanto l’autore dei programmi che hanno fatto la storia delle televisione commerciale in Italia sia talmente parte di un sistema che egli crede di de-costruire da non rendersi conto che, in realtà, è proprio tale sistema che ha strutturato la sua intera vita, assorbendolo completamente. Ricci è una parte funzionalmente necessaria, indispensabile anche, al subdolo fascismo contemporaneo di cui egli fa parte (come ognuno di noi, d’altronde), non rendendosi conto che questo non si combatte con una tessera onoraria dell’ANPI.

    Fossi in te, dunque, concederei a Ricci l’aggravante della buona fede. Un’aggravante che, se non gli venisse concessa, dovrebbe essere democraticamente rifiutata a tutti i Lagioia che scrivono per la Einaudi, a tutti i Saviano che pubblicano per la Mondadori, a tutti i Nori che collaborano con Libero.

    Non ho le intenzioni né possiedo strumenti e statura atti a pormi in difesa di una delle parti in causa. Né sto banalmente mortificando il tuo romanzo paragonandolo ad una puntata di Striscia la notizia – foss’anche quella con lo share più alto. Mi chiedo, però, quanto anche la tua scelta di pubblicare per l’Einaudi non sia il frutto di un compromesso che parla la stessa lingua del sistema a cui si oppone.

    Ci tengo a precisare ancora una volta che il mio non vuole essere un giudizio o una critica, di cui non sarei all’altezza. Semplicemente, con umiltà mi chiedo: che fare?

    Con i miei più sinceri auguri per il futuro – di cui tutti siamo orfani – ti saluto.

    Con stima,

    Luigi Bosco

  10. Nicola Lagioia scrive:

    Caro Luigi, la mia versione dei fatti – opinabile quanto si vuole – era nel mio precedete articolo pubblicato per “Il Fatto Quotidiano”, il pezzo (per intenderci) da cui è nato lo scontro con Ricci. Il dibattito in materia, molto interessante, si è svolto soprattutto su Nazione Indiana, dove per esempio anche i Wu Ming dicevano la loro, sia a proposito dei propri libri che di Saviano.

    A proposito invece del mio pezzo, dal momento che non è in rete, te lo posto qui sotto:

    Sono convinto che la più grande responsabilità che uno scrittore possa avere sia scrivere buoni se non ottimi se non eccellenti se non immortali libri. E non vorrei che l’antiberlusconismo diventi lo scarico di coscienza per chi ritiene che firmare petizioni pareggi il fatto di non aver neanche tentato di scrivere la propria Recherche, il proprio L’urlo e il furore, il proprio Viaggio al termine della notte. Credo che un buon libro sia sempre di per sé contro il potere, visto che parla, per sua intima natura, una lingua antitetica rispetto a quella dominante, che oggi per intenderci è la lingua pubblicitaria, intesa ovviamente in senso lato (il linguaggio della politica è quasi sempre pubblicitario, spesso lo è quello giornalistico, certe volte lo è quello informale nelle chiacchiere tra intellettuali, nei casi più penosi si infila nel privato delle case e nelle camere da letto). È per questo che ritengo che l’opera televisiva di uno come Antonio Ricci sia ad esempio una fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi: usa lo stesso linguaggio. E chi se ne frega se lo fa per criticare Berlusconi o Brunetta: se usi la stessa lingua del tuo nemico dichiarato, sei già lui.
    Ma a uno scrittore oggi si richiede un impegno a basso costo: non licenziare un capolavoro, ma abbandonare la Mondadori o l’Einaudi. Così, non è raro che mi chiedano: “ma perché, tu che disprezzi Berlusconi, hai pubblicato i tuoi due ultimi romanzi con Einaudi?”
    A questa legittima domanda, rispondo quanto segue: a) l’Einaudi è stata acquisita da Berlusconi con mezzi che la giustizia ha giudicato fino ad ora illeciti. Il 90% degli autori Einaudi nonché il 95% delle persone che ci lavorano sono antiberlusconiani. Se tutti decidessero di cambiare casa editrice, verrebbe distrutto un patrimonio culturale del nostro paese destinato altrimenti a sopravvivere all’attuale presidente del consiglio, il cui decesso avverrà entro un lasso di tempo inferiore rispetto a quello che colma la misura tra il giorno di fondazione dell’Einaudi e questa primavera; b) cercare di scrivere un grande romanzo è appunto uno dei migliori atti antitetici al potere che io possa sperare di compiere, e l’Einaudi mi è sembrata la casa editrice che in questa missione poteva supportarmi meglio, o comunque meno peggio di altri.
    A queste considerazioni se ne aggiunge un’altra. Il fatto di ritenere Berlusconi una minaccia per la normale vita democratica del paese non mi impedisce di rintracciare più di un briciolo di cattiva fede nei funzionari dei gruppi editoriali concorrenti che, nei mesi scorsi, hanno invitato gli auori di sinistra di Mondadori e Einaudi a cambiare editore per coerenza. Le mie coerenti ragioni in materia le ho appena espresse. Ma perché però, mi chiedo, questi funzionari – visto che sono di un’opinione opposta – non danno l’esempio cessando di vendere i loro libri nelle librerie Mondadori? Il che sarebbe per casa Berlusconi un danno economico ben più grosso rispetto a quanto possa fare uno scrittore che decida di non pubblicare più per il gruppo. Ma il punto, lo ripeto, per ciò che mi riguarda non è questo.
    Infine, certo, anch’io ho firmato le mie belle petizioni. Quando Cossiga se ne uscì criminalmente qualche tempo fa con i consigli a Maroni su come far picchiare gli studenti universitari, ho aderito a tutte le raccolte di firme contro l’ex presidente della Repubblica, e non ho nessun problema a esprimere di nuovo qui, pubblicamente, il mio disprezzo per un simile individuo. Ma so bene che, in quanto scrittore, si tratta di un atto che per coraggio e impegno non è nulla rispetto al coraggio e all’impegno necessari a scrivere un libro importante – al quale, vera arma antiretorica a lungo raggio, è affidato il compito di risalire finché può la scala degli anni contro i poteri di ogni tempo e latitudine.

  11. Luigi B. scrive:

    Caro Nicola,
    ti ringrazio molto per la risposta – avevo letto il tuo articolo, ma hai fatto bene a riproporlo.

    Ribadisco che il mio non era un giudizio né una critica, se non la mera espressione di un dubbio che, ovviamente, non coinvolge solo te o gli scrittori di Einaudi, ma anche me consumatore di libri pubblicati da tale casa editrice.

    Senza alcuna vena polemica, aggiungo solo un paio di motivazioni al perché c’è qualcosa nel tuo discorso che non mi convince. Ma la mia è solo un’opinione, opinabile almeno quanto la tua se non più.

    1) io non chiedo agli scrittori di non scrivere capolavori e di limitarsi ad abbandonare l’einaudi; bensì di scriverli per altre case editrici. (Purtroppo, in Italia si pubblica per Berlusconi o per De Benedetti. Il mio non è un antiberlusconismo a priori, piuttosto è un rifiuto di tutto quanto il berlusconismo rappresenta – che si parli di Berlusconi o dei suoi corrispettivi politici o aziendali).

    2) nel momento in cui tu scrivi un capolavoro che viene poi inserito in un determinato sistema che lo trasforma in merce, il tuo capolavoro rischia di prostituire la verginità che vuole conservare rinnegando il tempo in cui è stato concepito. Rischia di abbandonarsi all’unidimensionalità (Marcuse docet) della mercificazione e del profitto – non tuo o di chi lo scrive, ovviamente, ma della casa editrice che lo pubblica. E se lo pubblica è solo perché aggiunge nelle sue collane un elemento in più, funzionale a quell’equilibrismo delicatissimo su cui si fondano le democrazie moderne: libere, ma fino ad un certo punto (Saramago ne sa qualcosa, nonostante il testo rifiutato non fosse un capolavoro). Sta proprio qui la differenza tra fascismo e fascismo subdolo: il primo ti dice chiaramente tutto quello che non puoi fare; il secondo ti lascia scorribandare entro certi limiti, lasciandoti l’illusione della libertà (corrotta). La tua critica alla TV commerciale è assolutamente condivisibile. Nel tuo romanzo Berlusconi, Craxi, Canale5 e tante altre cose non sono nominate ma la loro presenza è assolutamente palese. La questione è, però, che il tuo (meraviglioso) romanzo l’Einaudi l’ha pubblicato perché i tabù che tu descrivi restano impliciti, innominati e (purtroppo per molti) non immediatamente riconoscibili. Per quei pochi che invece riconoscono, si son fatti due conti e si è visto che per ogni lettore di Lagioia ve ne sono tre di Totti: pericolo scampato, il conflitto (di interessi) è salvo. Come dice Junger nel Trattato di un ribelle, l’importanza di dire no, anche del singolo (che assieme a tanti altri singoli fa gruppo), è enorme. E dire no in un certo modo, perché anche il no se detto in un determinato contesto rischia di essere funzionale a ciò che rifiuta: nella maggiorparte dei casi, il 99% dei si si salva proprio grazie a quell’1% di no.

    Un ultimo appunto, prima di salutare e smettere di tediare te ed i lettori del blog, lo voglio fare riguardo alla presenza di Busi all’Isola dei Famosi. A mio avviso – ci ho riflettuto ma potrei sbagliarmi – il no di Busi ha fatto centro, anche se non so quanto sia stato capito. Più che rendersi funzionale al sistema che ha rifiutato, il no di Busi ha sfruttato il sistema, rendendolo funzionale al suo rifiuto, facendo vedere la falsità e l’irrealtà della TV, la pochezza del medium e di chi ci lavora/partecipa, la pochezza di chi lo usa, il suo subdolo fascismo che ha dovuto necessariamente palesarsi. (Si, lo so, Busi ha pubblicato per la Mondadori).

    Spero di non essere stato troppo contorto e petulante. Mi scuso se il mio sembra un sermone, ma non c’è mai stata l’intenzione di salire su alcun pulpito – anche perché mi rendo conto che parlare dalla mia posizione è piuttosto semplice.

    Grazie mille ancora per la pazienza.

    Luigi

    P.S.: è vero, l’Einaudi è un patrimonio che sarebbe un peccato perdere. Ma è anche vero però che morto un Berlusconi si fa presto a farne un altro.

  12. Luigi B. scrive:

    Visto che sono riuscito a trovre il paragrafo lo posto :)

    “(…)Ma tali forme di protesta e di trascendenza non contraddicono più lo status quo e non hanno più carattere negativo. Esse sono piuttosto la parte cerimoniale del comportamentismo pragmatico, la sua negazione innocua, e sono prontamente assimilate dallo status quo come parte della sua dieta igienica”.

    (L’uomo a una dimensione, Herbert Marcuse. Piccola Biblioteca Einaudi (!), pag. 28).

  13. mogol_gr scrive:

    Proporrei a Lagioia di lasciar stare Pasolini (nella sua risposta) e anche Berlusconi (nel suo articolo). Altrimenti potrei scomodare Enzo Siciliano (per l’Italia) e Norman Mailer (per gli USA). Ho 4 anni più di Ricci (credo di aver giocato con lui nel Martinez, terzino spigoloso, io sono Mc) e il buon libro correva allora per altre vie il criticismo appunto.

  14. maria scrive:

    caro Nicola,sono d’accordo al 100/100 su quanto scrivi a proposito del linguaggio,ma più difficile è giudicare il linguaggio delle immagini. che cosa pensi,per esempio dell'”arte povera”,o di un artista come Maurizio Cattelan?
    io penso che l’opera di quest’ultimo sia una critica al sistema di potere, anche se apparentemente si serve dello stesso linguaggio.E’ vero: in modo molto ambiguo…non so se ti sei fatto un’idea in proposito.le immagini ci assalgono, ci travolgono e ci lasciano paralizzati e confusi.non si riesce a capire se si tratta di arte o no, o se neppure vuole essere arte, ma qualcos’altro

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  1. […] Ricci (la sequenza è: articolo di Lagioia, lettera di Ricci, lettera di Lagioia), segnalato qui da Minima et moralia, è interessante di per sé. Nello specifico però, colpisce che nella lettera […]

  2. […] un piccolo scontro tra Nicola Lagioia e Antonio Ricci. Il botta e risposta tra i due, riportato sul blog della Minimum Fax, riguarda il linguaggio del potere. Riporto qui sotto la mia lettera pubblicata […]

  3. […] di dodici, per un ragazzo di sedici, avere coscienza della stupidità di quell’Italia. Ho pubblicamente litigato con Antonio Ricci, per questo. E invece è così. Ignoravo cosa fosse “la marcia dei quarantamila”, ma […]

  4. […] di Lagioia, lettera di Ricci, lettera di Lagioia); lo scambio è riportato da Minima et moralia qui.Nella lettera di Ricci si leggono tre argomenti. Il primo argomento è che «se la televisione è […]



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