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Tra alberi e letteratura: intervista a Richard Powers

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

È difficile riparare le cose e in alcuni casi sono perse per sempre, ricorda lo scrittore statunitense Richard Powers, insignito del Premio Pulitzer per la narrativa, raccontando nel romanzo Il sussurro del mondo (La nave di Teseo, 672 pagine, 22 euro, traduzione di Licia Vighi) le profonde connessioni tra le persone e gli alberi.

I personaggi del romanzo di Powers sono disposti a mettere in pericolo le proprie vite, per salvare il 2% delle foreste nordamericane vergini che ci rimangono. Essi hanno compreso le conseguenze del disboscamento di foreste antiche e della scomparsa di un’ecosistema complesso, denso e così interconnesso. Nelle pagine di Powers si percepisce l’ingresso in un mondo diverso: nella foresta cambiano la qualità della luce, i suoni e gli odori dell’esistenza. Lo scrittore spinge il lettore a liberarsi dal pensiero della solitudine della specie umana. Lo invita ad ammettere che c’è una continuità con le altre creature, da cui dipendiamo: al mito dell’autonomia sostituisce quello dello scambio.

«Da quando i miei occhi si sono aperti all’intelligenza, alla flessibilità e alla diversità del mondo vegetale la mia vita si è impreziosita. Non vedo gli alberi come risorse a mia disposizione, bensì come un gruppo incredibile di buoni vicini che hanno fatto cose incredibili per arricchire e trasformare il mondo», dice Powers.

La scrittura de Il sussurro del mondo come ha cambiato il suo modo di vivere?

«Lo ha fatto in ogni modo immaginabile. Ho cominciato a pormi delle domande: dal luogo in cui vivere alla scelta di come trascorrere le ore della mia giornata. Per quasi sei anni ho condotto una ricerca, prima di scrivere questo romanzo. Ho letto qualsiasi cosa sugli alberi, sul mondo vegetale e in particolare sulle foreste. Per osservare l’aspetto di una foresta di latifoglie allo stato vergine negli Stati Uniti occorre recarsi nelle Great Smoky Mountains degli Appalachi meridionali. E ho deciso di intraprendere questo viaggio, che ha rivoluzionato le mie giornate».

Ha influito anche sul ritmo della scrittura?

«Prima se non scrivevo almeno mille parole al giorno, mi sentivo un irresponsabile. Ora se non esco per una lunga passeggiata nei boschi, mi sembra di non aver lavorato quanto dovrei. Con il cammino sviluppo tante idee. La scrittura, la foresta e il camminare sono diventati inscindibili».

Quali sensazioni le ha lasciato il contatto con le foreste vergini superstiti d’America?

«Le Great Smoky Mountains sono uno dei pochi luoghi in cui sia ancora possibile vedere delle distese di foreste come apparivano decine di migliaia di anni fa. Scalando le montagne in direzione di questa antica foresta, mi sono innamorato e ho percepito quanto mi sentissi vivo in quel luogo. La sensazione provata non è svanita dopo il viaggio di ricerca».

Quale elemento la meraviglia maggiormente dello sviluppo evolutivo dell’arborescenza?

«È interessante e sorprendente. L’idea di arborescenza è un progetto così resiliente e ampio. Gli alberi esistono da un periodo duemila volte più lungo rispetto a quello dell’uomo. Durante quell’arco di tempo di quattro milioni di anni sono sopravvissuti a numerose estinzioni di massa e credo sopravvivranno a quella che stiamo infliggendo loro. L’arborescenza è un’idea talmente geniale che l’evoluzione è confluita verso di essa almeno sei distinte volte. Gli alberi sono socievoli; comunicano tra di loro con segnali chimici sia nell’aria sia sottoterra. Si mantengono in vita grazie a sistemi immunitari condivisi e allo scambio di cibo e medicine mediante connessioni fungine. Sono dotati della capacità di reazione, di memoria».

Come ha reso gli alberi dei personaggi letterari?

«Ho cercato di farlo in due modi. Innanzitutto ritraendo degli alberi individualmente, poi con la descrizione di gruppi di alberi suddivisi per specie e per la collocazione geografica dove si possono trovare. Così come con i personaggi più forti e caratterizzati emergono e si affermano nel romanzo nell’interazione con le persone, che lottano per difendere la loro esistenza. L’albero è un testimone straordinario dello svolgersi delle generazioni».

Il deterioramento ambientale è il manifesto del fallimento di un sistema economico?

«Sono numerosi i segni di tale fallimento. Al vertice c’è il degrado del capitale naturale che ci circonda. Le parole economia ed ecologia condividono la stessa radice greca, che significa economia domestica. Ma culturalmente parlando, siamo arrivati a un punto in cui esse sono contrapposte. Ciò che ha sempre senso economicamente non lo ha per l’ecologia. Sembra non sussistere una reciproca profittabilità ed è profondamente sbagliato. Fino a quando queste due parole non torneranno al significato originale avremo dei problemi gravi. La terra è la casa di tutti noi e sul lungo periodo imparare a manutenerla sarà il reale arricchimento individuale e collettivo».

Finora che cosa abbiamo perso?

«Nello scrivere questo romanzo, sono rimasto sconvolto dall’apprendere che tra il 92 e il 98 per cento della foresta vergine degli Stati Uniti è stato distrutto e in particolare sono state colpite le sequoie».

Che cosa vuol dire imparare a vivere alla velocità degli alberi?

«Il loro senso del tempo, della lentezza, ci forza a ridefinire il nostro in un’epoca caratterizzata dal collasso della storia. Se osserviamo il legno prelevato da un tronco, constatiamo la diversa velocità di crescita dell’albero a seconda di quello che la terra consente. Per durare a lungo, dovremo imparare a rinunciare al tutto e subito in qualsiasi luogo del mondo. Un’altra grande lezione degli alberi è l’attenzione tanto alla propria vita quanto a quella degli altri».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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