Bret Anthony Johnston is the director of creative writing at Harvard. He has a new novel coming out and was instrumental in planning LitFest. He is pictured in his office in the Barker Center at Harvard University. Stephanie Mitchell/Harvard Staff Photographer

Ricordami così. Intervista a Bret Anthony Johnston

Bret Anthony Johnston is the director of creative writing at Harvard. He has a new novel coming out and was instrumental in planning LitFest. He is pictured in his office in the Barker Center at Harvard University. Stephanie Mitchell/Harvard Staff Photographer

Ricordami così (Einaudi editore, pp.468 €21 traduzione di Federica Aceto) verrà ricordato come il libro che ha conquistato la Rete nella scorsa estate. Il libro d’esordio del romanziere statunitense Bret Anthony Johnston è stato fortemente sospinto sui social ottenendo la giusta visibilità.

Eppure, sbaragliando i luoghi comuni sul vasto consenso, Ricordami così non è affatto un libro semplice. L’adolescente Justin Campbell è scomparso da anni e i suoi concittadini di Corpus Christi cercano di formare un cuscinetto attorno alla sua famiglia che affronta il dramma, oscillando fra l’autocommiserazione e il senso di colpa, cercando disperatamente di riuscire a sopravvivere.

In pagina il Male si presenta nella forma peggiore, con le sembianze dell’uomo comune della porta accanto e Johnston è bravo soprattutto nel non affondare mai la testa sotto la superficie. Restano sul piatto tante domande e grandi silenzi. In questa intervista concessa per Minima&Moralia Johnston chiarisce il senso del tutto: non si tratta di un romanzo sulla perdita ma sull’importanza di essere trovati e una volta che ci si avvia sulla via della scrittura bisogna essere disposti ad annullare se stessi,  persino a sanguinare per cercare la verità.

Ricordami così non è un romanzo sulla perdita, ma sull’importanza di essere trovati. Era questo l’intento originale del libro?

«Penso che questo sia esattamente ciò di cui il libro parla. Ma in realtà non c’era nessun intento originale se non quello di voler seguire i personaggi attraverso questa particolare estate della loro vita. Non sono quel tipo di scrittore che usa il proprio libro per sviluppare un tema o una tesi precisa. Cerco personaggi interessanti in luoghi difficili nella loro vita, e poi li seguo da vicino mentre cercano di negoziare con tali avversità. Piuttosto che le intenzioni in una storia mi attirano le curiosità e le domande».

Perché hai scelto Corpus Christi come location? Sembra un luogo pieno di contraddizioni…

«Esattamente! È un ambiente pieno di contraddizioni, proprio come lo sono i miei personaggi. Ma è anche un luogo molto, molto caldo in estate, e volevo che il calore fosse qualcosa di oppressivo e inevitabile come le difficoltà dei personaggi. Anzi, volevo che questa temperatura opprimente aggiungesse un ulteriore grado di tensione. Allo stesso modo, la comunità di Southport dove vivono i personaggi è quasi un’isola. Sono isolati nel loro dolore e nella paura, e ho sperato che anche l’isolamento divenisse parte del tutto».

Le relazioni fra i genitori e i figli sono centrali nel libro. Rendi il senso della fragilità del vincolo e la sua importanza durante la crescita. È stata dura?

«L’intero libro è stato estremamente difficile da scrivere, ma non sono sicuro che ci sia stato un aspetto più impegnativo rispetto agli altri. Con i genitori e figli, ho lavorato duramente per mostrare la gamma delle loro emozioni, il loro amore, la paura, la rabbia e la confusione. Mi affascina la spaziosità di quei rapporti, la fragilità e la forza, le emozioni sfumate e la loro struttura sfaccettata, sia in senso positivo che negativo».

Un punto di forza del romanzo sono i silenzi. Nessuna risposta è consegnata al lettore cui non altro che porsi delle domande. Era una scelta voluta?

«Assolutamente, è stata una scelta deliberata, e apprezzo molto il fatto che sia emerso questo fatto. Per certi aspetti, credo che questo sia un libro di segreti, riguardo le cose che legano intimamente le persone fra loro. Proprio come i genitori di Justin, anche il lettore attende che lui si apra. Volevo fare in modo che il lettore si trovasse lì, condividendo quella scomoda posizione. Il libro è fatto di segreti e di questa attesa, così quando le parole vengono in superficie i personaggi diventano più intensi e cresce l’empatia con il lettore».

Dwight è la personificazione del male nel suo aspetto quotidiano e inaspettato. Per queste ragioni, fa più paura?

«Dwight è terrificante perché somiglia a tante persone che pensiamo di conoscere. Quando i suoi vicini lo hanno visto con Justin, hanno visto un uomo che sembrava amare il ragazzo, un uomo che sembrava si stesse prendendo cura di lui, dandogli protezione. La “vita lontana” (away life, nel testo originale) di Justin aveva elementi di normalità, ma ha subito gravi e violenti abusi. Una delle cose che provoca un vero e proprio terrore è l’apparenza di normalità, la facciata di amore che maschera l’abuso. E i genitori di Justin si trovano dinnanzi a questi fatti all’improvviso, impreparati, proprio come il lettore».

Laura sembra convinta di meritare il dolore e tutte le sofferenze inflittele dalla vita. Per lei è impossibile fuggire via. Perché?

«Laura è preda di un profondo senso di colpa e di una profonda rabbia, ancor più potente rispetto ai suoi familiari. Per quattro anni, era convinta che avrebbe potuto fare di più per salvare Justin, per ritrovarlo, e ora sente addosso tutta la responsabilità della sicurezza del figlio. La tormentano il passato e tutto ciò che potrebbe ancora accadere in futuro. Laura vuole punirsi proprio come vorrebbe punire chiunque abbia ferito suo figlio».

Sei stato uno skater professionista. Ci sono aspetti comuni con la scrittura?

«Sono stato un grave skateboarder per trent’anni, e per un estate ho girato l’America con una squadra di skater pro. Guardo il mondo con gli occhi dello skater e dello scrittore e sono prospettive assai simili. Entrambe richiedono una pazienza immensa, l’impegno e l’immaginazione. Entrambe vi lasceranno contusi e sanguinanti. E se ciò non accade, probabilmente non state rischiando abbastanza. Un sacco di gente dice che la scrittura e lo skate sono modi attraverso cui ci esprimiamo. Non sono d’accordo. Penso che siano una via per fuggire da noi stessi, un modo con cui ci arrendiamo a cose più grandi di noi».

Hai impiegato più di cinque anni per scrivere questo libro, approfondendo in profondità la psiche dei tuoi personaggi. Hai avuto paura di perderti, di non riuscire a trovare la via d’uscita?

«Indipendentemente da ciò che sto scrivendo, il mio obiettivo è sempre quello di perdermi, nella storia e nei personaggi. Ed è il medesimo obiettivo che ho come lettore».

Ovvero?

«Voglio allontanarmi, riuscendo ad allontanarmi dalla mia esperienza personale per essere consegnato ad un’altra coscienza. Quando scrivo voglio approfondire i personaggi, sfuggire alle mie idee, dimenticare quello che so e imparare a conoscere i miei personaggi, senza alcun filtro ideologico. Per questo la mia paura non è quella di smarrirmi, al contrario, la mia paura onnipresente è quella di non riuscire a perdermi del tutto».

Francesco Musolino, classe 1981, giornalista siciliano. Scrive sulle pagine culturali del quotidiano nazionale Gazzetta del Sud. Ha ideato su Twitter il progetto lettura noprofit @Stoleggendo. Alcuni suoi racconti sono sparsi online.
Commenti
2 Commenti a “Ricordami così. Intervista a Bret Anthony Johnston”
  1. francesco scrive:

    Questo romanzo e’ di una bruttezza rara, non compratelo.
    Noioso, pomposo, pretenzioso, prolisso, evanescente; “tell” tutto e “show” quasi niente.
    I personaggi sono banali, scontati, piattissimi, e la storia non va da nessuna parte.

  2. Daniele scrive:

    Addirittura “di una bruttezza rara”. Ne ho letto bene ovunque, qualche pregio dovrà pure averlo.

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