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Ricordando Alvaro Mutis

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Il 22 settembre è morto lo scrittore e poeta colombiano Alvaro Mutis. Lo ricordiamo con un articolo di Andrea Bajani uscito sul Sole 24 Ore ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Andrea Bajani

Gli ospedali li aveva passati in rassegna in maniera meticolosa, e dentro uno di questi Alvaro Mutis è andato a morire. A Città del Messico – una settimana fa – a 90 anni compiuti. Si intitolava Reseña de los Hospitales de Ultramar, quell’incursione ospedaliera, ed era composta di undici testi in prosa che Mutis aveva pubblicato nel 1955 sulla prestigiosa rivista colombiana Mito. Li avrebbe poi ripubblicati più tardi in volume, e li avrebbe intitolati Memoria de los Hospitales de Ultramar.  Degli ospedali, diceva, lo affascinavano i confini, lo stare stretti tra due fuori: tra la vita e la vita, se il ricovero avrebbe portato la cura, oppure tra la vita e la morte, se il tempo avesse chiuso la porta. L’ospedale è comunque un passaggio, diceva. Da lì si va verso la salute o verso la fine. È il terreno, gli piaceva dire, in cui la speranza resta sospesa, si alza dal tavolo e lascia le carte al destino. E per Mutis non c’era niente di più ricattatorio della speranza, che dava dipendenza, era la carota sbandierata di fronte al somaro per fargli apprezzare la vita.

Gli ospedali, per lo scrittore e poeta colombiano autore di Un bel morir e di L’ultimo scalo di Tramp Steaner, era un porto in mezzo a un inferno. Quello che succedeva lì dentro era la “enumeración interminable de los requisitos exigidos para zarpar de aquel puerto de maldición”, la ricerca di quei requisiti che, soli, avrebbero potuto portarlo fuori da lì. E se la morte fosse arrivata, pazienza. Avrebbe tolto alla vita la maschera: “La morte benvenuta – scriveva – ci esime da ogni vana speranza”.

D’altronde era uomo di porti e destini anche il leggendario gabbiere Maqroll, che proprio negli Ospedali d’oltremare si era affacciato e che poi sarebbe diventato l’eroe di tanti romanzi, da Ilona arriva con la pioggia a La neve dell’ammiraglio. Sarebbe probabilmente inesatto dire che Alvaro Mutis prediligesse quei luoghi in cui la vita se la gioca fino all’ultimo, in cui non è un dato di diritto riportartarla a casa. Però è un fatto, che nella sua prosa la vita scorreva lì dove la morte le faceva da liquido di contrasto. E il gabbiere, che è l’uomo che sale sui pennoni degli alberi per manovrare la vela, è quello che più di tutti poteva capire dove il mare finiva e dove cominciava la terra.

Era questo il Gabbiere Maqroll, in cui forse in tanti lettori si sono riconosciuti per l’essere a metà del guado, uomo del mistero e del confine, avventuroso, malinconico, fatalista, arreso e inarreso al contempo. In tanti avevano provato a imparentarlo con qualcuno, a procacciargli un pedigree. I più gli proponevano Lord Jim o Marlow di Conrad, e Mutis lasciava parlare. Poi avanzava candidamente, e forse senza prendersi troppo sul serio, Melville e la lotta metafisica di Ishmael contro la balena.

In fondo i personaggi di Alvaro Mutis erano uomini di scoperta e di attesa, di solitudini estreme e di bramosa ricerca di una relazione con l’umano. Lui stesso l’aveva sperimentata sulla sua pelle, un’altra attesa, un’altra gabbia, un altro ospedale: nel 1959 era stato rinchiuso dentro il carcere messicano di Lecumberri, accusato di peculato. Da lì nacque il dolorosissimo Diario di Lecumberri, e quel libro in qualche modo unico che sono le conversazioni in carcere con Elena Poniatowska, le Cartas de Alvaro Mutis a Elena Poniatowska. Da dentro la cella 52, sulla cui parete aveva appeso una foto del suo Marcel Proust, Mutis per quindici mesi salì su altri pennoni, cercando di capire dove finisse quel mare plumbeo che tecnicamente chiamavano detenzione e dove ricominciava la vita.

Privato della relazione umana, per la quale sempre aveva vissuto, Mutis si sentiva stretto dentro una morsa, un gabbiere sopra una nave senza vento. Poi uscì e il resto lo si trova nei libri, nei ricordi di Gabriel Garcia Marquez, nella Smisurata preghiera di Fabrizio De Andrè, che gli diede in qualche modo la fama in Italia. E infine, oltre le porte di quell’ultimo ospedale d’oltremare dove Alvaro Mutis è andato a morire, a portare via ogni sua ulteriore vana speranza. È lì che si spalanca qualcosa di più grande e di più misterioso: “Oh signore! – queste le parole ormai celebri di Maqroll – accogli le preghiere di questo scrutatore / supplicante e concedigli la grazia di morire avvolto / nella polvere delle città, addossato alle gradinate di / una casa infame e illuminato da tutte le stelle del / firmamento”.

Commenti
3 Commenti a “Ricordando Alvaro Mutis”
  1. Mariateresa scrive:

    Questo articolo mi è molto piaciuto e mi riprometto di conoscere meglio un autore di cui ignoravo l’esistenza; Bajani lo ricorda con sentita partecipazione, del resto chiunque abbia varcato la soglia di un ospedale sa che contatta già un altro mondo…

  2. Valerio Fiandra scrive:

    Grazie, Bajani. Grazie per questo carotaggio di Mutis. E per tutto il resto, da quel viaggio da frigorifero a frigorifero alla elegia per Tabucchi. Stia bene.

  3. margherita scrive:

    Bello, però: L’ultimo scalo del Tramp Steamer, Maqroll il Gabbiere, Alvaro con l’accento sulla A.

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