pinketts

Ricordando Andrea G. Pinketts

Ricordiamo Andrea G. Pinketts, scomparso ieri (20 dicembre 2018), con l’incipit del suo “Il conto dell’ultima cena” (1998, Mondadori).

*

E mangi mangi tutti
e mangi mangi tutto,
la pancia piena in festa
allegra sopra un rutto.

E mangi mangi ancora
la fetta della torta
se poi era di un altro
a te che te ne importa.

E mangi mangi sempre
divori anche la foglia
e mordi con mordente
persino controvoglia.

E quando il piatto è vuoto
ti mangi pure quello,
ti mangi le posate
ma, “toh, non c’è il coltello”.

Dove sarà sparito?
Ti serve per l’arancia
e poi improvvisamente…
te l’han ficcato in pancia.

Barcolli sanguinante
adesso arriva il conto,
qualcuno con più fame
te lo consegna pronto.

Si paga con il sangue
ma ne varrà la pena
pagare caro il conto
di questa ultima cena?

Poi cadi e resti fermo
come uno stoccafisso
poteva andarti peggio
finire crocefisso.

E muori e gridi Dio
perché m’abbandonasti?
O forse è solo vero
che fai pagare i pasti.

Anch’io ti rispettavo,
anch’io ero tuo figlio
ma poi fatto il leone
qui muoio da coniglio.

E mentre stai schiattando
e Dio non ti dà retta
qualcuno al suo coltello
aggiunge una forchetta.

Implori come un servo
tu ti credevi re,
tu che hai mangiato tanto
adesso mangian te.

 

Cercavamo di ammazzare il tempo prima che il tempo ammazzasse noi. Era una lotta impari. A volte sembrava stecchito, proprio un tempo morto, poi improvvisamente, prima del tepore della noia, si rialzava e, con uno scatto da centometrista drogato, passava quasi più veloce delle lancette del mio orologio, che in effetti, come molti Rolex, era in ritardo di cinque minuti.

In ogni caso, noi cocciuti, duri come il marmo dei nostri monumenti funebri, insistevamo a giocare col tempo, a giocare col morto senza sapere, o forse preferendo ignorare che il morto in quel gioco eravamo noi. Seguitavamo, sparati come siluri, nel tentativo di ammazzare il tempo. Come? Oh, le provavamo tutte, chi con l’alcol, chi con le droghe, chi col bricolage. Qualcuno addirittura si metteva a lavorare. Ma il paese, per un verso o per l’altro, brulicava di disoccupati, che non potendo nemmeno permettersi il (discutibile) privilegio di lavorare, per evitare di farsi ammazzare dal tempo lo prevenivano suicidandosi.

Non che ci fossimo fissati necessariamente con l’idea di far fuori il tempo, ci saremmo accontentati di farlo prigioniero. Macché, neanche così funzionava. Quando eravamo sicuri d’averlo ingabbiato, il tempo, sgusciante come un’anguilla oliata dallo sperma di Nettuno re del mare e talvolta dei fiumi, schizzava via e… altro che prigioniero, diventava il famigerato tempo libero.

E noi? Noi lì, a bocca aperta, senza fiato e senza nemmeno saliva. Mi spiego: la saliva ci era servita quando, una volta capito che non potevamo battere il tempo, cercavamo di sfuggirgli. Così scappavamo a Honolulu o a Montecatini Terme, e usavamo la saliva per appiccicare francobolli sulle cartoline che spedivamo dai luoghi in cui ci sentivamo sicuri perché fuori dal tempo, fuori dalle nostre abitudini, quotidiane come il pane. Un pane raffermo. Rien à faire. Neanche così funzionava. La fuga era inutile. Le fughe lo sono sempre. Il tempo libero ti raggiungeva anche in vacanza nel buco del culo del mondo. E ti scopriva senza fiato e senza saliva. Talmente senza saliva, che non dico ucciderlo, ammazzarlo, ma non riuscivi nemmeno a sputargli addosso. E allora: cui prodest? (A chi giova? Traduzione per quelli che non masticano il latino e quindi non possono sputare sentenze.) La risposta è boh! Come sempre.

Aggiungi un commento