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Ricordando David Bowie – L’influenza culturale

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In occasione dell’anniversario della nascita di David Bowie si sono moltiplicate le iniziative in tutta Italia, in memoria di uno degli artisti più iconici e amati al mondo.

Personalmente, avrò il piacere di moderare l’8 Gennaio al Cinema Trevi di Roma (ore 19) la presentazione di Bowienext, libro di Francesco Donadio e Rita Rocca (collegato al documentario realizzato da quest’ultima) e intervenire il 12 Gennaio al Castello degli Ezzelini di Bassano del Grappa (ore 15), all’interno delle celebrazioni del 21° David Bowie Birthday Bash, parlando con Flaviano Bosco dell’esoterismo nell’opera dell’artista inglese.

Per esplorare gli aspetti meno evidenti della personalità artistica di Bowie, ho chiesto a uno degli attori più colti e attivi della scena contemporanea, Marco Cavalcoli (che ha anche impersonato Bowie, accanto a Paolo Poli, nel brillante reading Santa Rita & The Spiders from Mars presentato al Teatro Valle in occasione della mostra dedicata al compianto attore fiorentino) alcune riflessioni sull’impatto culturale del Duca Bianco.

Qual è il significato, l’eredità dell’icona di Bowie, per te che sei un attore?

“Per te che sei un attore”, è il modo giusto di iniziare. Perché David Bowie (me ne sono reso conto avvicinandolo) non può essere catalogato solo come un musicista, pur essendo stato un grande musicista. È più un performer, un performer dell’arte visiva, se vogliamo, dell’arte musicale e dell’arte tout court.

Si definiva così anche lui.

Certo, ma ha avuto un tale successo pop in campo musicale che questi suoi aspetti sono sempre stati considerati, sì, una sua ricchezza, ma comunque di contorno. Credo, invece, che il suo grande lascito sia quello di un artista da riscoprire (post mortem)e rileggere come un paradigma: il paradigma del crollo delle distinzioni di genere.

In tutti i sensi!

Esatto. Crollo delle distinzioni che si è manifestato vorticosamente nel secondo Novecento. Credo che lui fosse consapevole di questo aspetto. E che fosse consapevole anche che alcune cose sarebbero state scoperte dopo la sua morte. Credo anche che abbia pianificato la sua carriera artistica con molta lungimiranza e con molta pazienza, proprio con questo obiettivo.

La stessa preparazione mediatica della sua morte è stata un capolavoro teatrale.

Un capolavoro teatrale anche perché lui era consapevole di essere malato durante la gestazione dell’ultimo disco. Aveva saputo verso la fine della preparazione del progetto che le terapie non avevano avuto effetto e che quindi avrebbe avuto pochi mesi di vita. E, senza coinvolgere i collaboratori in questa consapevolezza, ha davvero lasciato una sorta di testamento. Non nel senso che in Blackstar ci siano significati reconditi, ma perché esso è l’atto finale di una vita passata a interrogarsi sulla morte. E interrogarsi sulla morte vuol dire interrogarsi sulla profondità della vita. Considero uno dei più grandi problemi dell’età contemporanea la mancanza di profondità psichica; una superficialità non intellettuale ma proprio psichica, ovvero il rifiuto di considerare la morte come un aspetto della vita, nutrendo ad esempio l’ossessione dell’eterna giovinezza.

Il fatto che Bowie, poco prima di annunciare la notizia della morte, abbia fatto pubblicare una foto che lo ritrae elegantissimo e ridente l’ho sempre ritenuta una splendida lezione filosofica. Ha riso in faccia alla morte, consapevole che l’Opera l’avrebbe reso immortale.

Certo. Anche perché la vicinanza con la morte non è morbosità gotica, la quale, al contrario, proviene proprio dall’allontanamento di questa prospettiva. E che quindi poi ritorna sotto forma demoniaca. Il rapporto con la morte è il grande rimosso della nostra civiltà e da questo punto di vista il gesto più radicale possibile da parte di un artista come David Bowie è stato quello di considerare sempre l’Ombra come una compagna di strada. Questo conferisce una grande profondità alle sue opere, anche quelle più pop.

Pensiamo a come video di Lazarus, in cui indossa lo stesso costume dell’interno delle foto di Station to Station, sancisca il ritorno cabalistico da Malkuth a Kether, ovvero il percorso contrario alla Caduta, come nella canzone che dà il titolo a quel disco e ovviamente come nel film contemporaneo L’Uomo che cadde sulla Terra. La Resurrezione di Lazzaro come ritorno dalla dimensione terrena al “mondo delle stelle”, ritorno all’Uno, il compimento della Grande Opera.

Da questo punto di vista, è senza dubbio un lascito importante. Mi viene in mente anche il modo con cui Laurie Anderson racconta come ha affrontato i suoi ultimissimi giorni Lou Reed, artista molto legato a Bowie e che amo molto. Un artista che ha vissuto la sua malattia in silenzio, senza coinvolgere altre persone, senza spettacolarizzarla ma con il senso di un cerchio che si chiude. Il cerchio compiuto di una vita piena. Che contempla l’Ombra.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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