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Ricordando Giuseppe Fava

Il 5 gennaio del 1984 moriva Giuseppe Fava. Lo ricordiamo con un pezzo di Mario Valentini. (Fonte immagine: Coordinamento Fava.)

di Mario Valentini

Nel mese di maggio del 2012, durante i giorni del ventennale della strage di Capaci, ero impegnato a progettare un evento pubblico su Giuseppe Fava all’interno di una rassegna su Werner Schroeter, uno dei principali autori del Nuovo Cinema Tedesco. Tra i film di Schroeter programmati c’era Palermo oder Wolfsburg, mai circolato in Italia, un film sull’emigrazione siciliana in Germania che nel 1980 vinse l’Orso d’oro a Berlino. Il film era stato sceneggiato dallo stesso Schroeter con Giuseppe Fava, che poi aveva rimesso mano alla sceneggiatura e ne aveva tratto il suo ultimo romanzo, Passione di Michele. È forse il suo romanzo più bello e non parla, direi quasi per nulla, di mafia. Speravo che l’evento palermitano potesse essere una buona occasione perché qualcuno cominciasse a riconsiderare in sede critica una parte della sua opera forse troppo frettolosamente accantonata.

In quei giorni, le vicende di Fava e di Falcone mi avevano portato a riflettere sui rapporti mai semplici che intercorrono tra memoria storica e memoria pubblica, soprattutto nei discorsi riguardanti la mafia.

La memoria pubblica, pensavo, è quasi sempre regolata sul presente. È patrimonio largamente condiviso di un popolo che la fa funzionare anche per definire una propria identità collettiva. Attraverso la memoria pubblica si aspira sempre a creare una forma di egemonia affermando un sistema di valori e rintracciando un qualche tipo di esemplarità che abbia anche funzione morale.

La memoria storica invece, come per lunghissimi anni è stato per figure come Fava Impastato Rostagno Siani e numerose altre vittime delle mafie, può anche essere pura resistenza: essa può ridursi a essere difesa da una sparuta minoranza di persone, mantenendo nonostante questo tutto il suo vigore e la sua spinta propulsiva.

Nel rievocare un evento in quanto memoria pubblica spesso i documenti vengono fatti funzionare come storie significative. In quanto memoria storica, invece, i documenti sono sempre reperti archeologici e, appunto per questo, sono inizialmente illeggibili e non assimilabili al presente. È proprio la loro distanza, la loro radicale differenza, a renderli strumenti dotati di un potenziale critico capace di sovvertire le nostre certezze. Solo a fatica e con grande sforzo di persuasione, pensavo poi, alcune verità storiche si fanno strada pian piano nella memoria pubblica affermando la propria autorevolezza. Non di rado, quando questo accade, nel produrre una nuova visione dei fatti passati si fanno anche portatrici di nuove visioni del mondo. Iniziano a funzionare nel presente modificandolo.

L’uccisione di Giuseppe Fava, di cui oggi ricorre il ventinovesimo anniversario, già ai tempi in cui è avvenuta era portatrice di una verità storica, per affermare la quale tanto per cambiare ci sono voluti poi anni e anni di battaglie in tribunale: un atto di accusa circostanziato contro un sistema di potere, di tipo mafioso, attivo a Catania tra gli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80. Verità fino a quel momento diffusamente negata dal comune discorso pubblico e che Pippo Fava come voce isolata, o lupo solitario come gli piaceva definirsi, con il suo aggressivo giornalismo di denuncia, gettava in faccia senza mezze parole alla sua città e all’Italia intera.

Giuseppe Fava negli ultimi anni di attività si era trovato a dovere difendere la sua indipendenza, resistendo a licenziamenti, pressioni indebite, censure. Si era inventato uno spazio di assoluta autonomia che gli consentisse di continuare a lavorare in modo libero. Per fare questo aveva messo in campo ogni strumento espressivo a sua disposizione: la caricatura accanto all’inchiesta, la rappresentazione ferocemente sarcastica accanto all’articolo d’opinione, il travestimento istrionico accanto al reportage. Inventava verbali grotteschi di finti convegni di mafia in cui i padrini dibattevano come se fossero la giuria di un grande festival su quale dovesse essere votato come “delitto dell’anno”. Accompagnava questi articoli con schizzi di “mafiosi acrobati” o di “mafiosi sopra e sotto”. Si faceva beffe del killer mafioso mostrandone tutta la pochezza. Poi scriveva anche l’articolo ben noto sul sistema di potere instaurato dai “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” a Catania. In questo modo di procedere, tra guitto e giornalista informato, assomigliava al Peppino Impastato di Onda pazza, che si faceva beffe di Tano Badalamenti sfottendolo con il nome di grande capo Tano Seduto e poi denunciava la spartizione di denaro pubblico avvenuta nella commissione edilizia del Comune di Cinisi.

Se oggi esiste una memoria pubblica di Fava, sempre piuttosto flebile, riguarda il Fava fondatore del periodico I Siciliani. È stata l’attività di denuncia portata avanti con quel mensile autofinanziato a condurre il giornalista alla morte ed è grazie ai suoi compagni di quegli anni e ai suoi familiari se almeno questa memoria è rimasta viva, resistendo a insabbiamenti e depistaggi. Ma nella percezione collettiva diffusa il riconoscimento di Fava come vittima della mafia ha comportato una strana forma di smemoratezza rispetto a tutto ciò che di altro aveva fatto.

Nato nel 1925, Giuseppe Fava è stato ucciso all’età di quasi 59 anni, il 5 gennaio 1984. Il primo numero de I Siciliani era uscito esattamente un anno prima, a gennaio del 1983. Ci sono dunque circa 35 anni di attività che non vengono considerati quasi mai. Un recente libro di Massimo Gamba dal titolo Il Siciliano rappresenta il primo tentativo di trattazione biografica dell’intera attività dell’autore siciliano e fornisce una quantità di notizie preziose per una sua riconsiderazione critica. Ma è solo il primo passo di un lavoro ancora tutto da impostare.

Negli anni ’70 Fava era noto forse più come scrittore e drammaturgo che come giornalista. Due suoi romanzi, Gente di rispetto e Prima che vi uccidano, oggi li definiremmo dei best-seller, con le circa 70.000 copie vendute. Da uno di essi era stato tratto un film per la regia di Luigi Zampa. I suoi testi teatrali, molti dei quali messi in scena dallo Stabile di Catania di Turi Ferro, circolavano in tutta Italia vincendo premi.  Verso la fine degli anni ’70 si era trasferito a Roma, dove aveva collaborato con la RAI a programmi televisivi e radiofonici. Aveva firmato per Raitre una serie di inchieste televisive sulla Sicilia. Nel 1977 aveva condotto un programma radiofonico del mattino per Radio Rai, dal titolo “Voi ed io”. Un bel libro di inchieste dal titolo Processo alla Sicilia lo aveva pubblicato molti anni prima, nel 1970. E ancora prima era uscita la sua prima opera narrativa, Pagine, che raccoglieva racconti pubblicati nel corso degli anni ’60 sui quotidiani in cui aveva lavorato come cronista. Insomma, una attività intensa che gli aveva dato, tra gli autori siciliani suoi contemporanei, una notorietà seconda forse solo a quella di Sciascia.

Una produzione, rispetto a quella di Sciascia, più apertamente contaminata, che si prefiggeva di essere popolare. Ma che proprio per questo possiede tratti di piena contemporaneità. Fava riusciva infatti a utilizzare, con grande facilità e con una versatilità dirompente, tutti i mezzi che l’industria culturale del tempo offriva: teatro, cinema, radio, giornalismo, televisione, letteratura, perfino arti visive. Cos’è allora che ci allontana oggi da una riconsiderazione critica della sua opera che ne sappia leggere pregi e limiti, considerandone i tratti distintivi accanto ai punti di caduta (che certamente ci sono, dovuti forse a una grande velocità di esecuzione e a una generosità che ogni tanto sulla pagina trasborda per difetto di misura)? Può davvero l’identificazione del suo personaggio con il suo destino di vittima di mafia avere posto in ombra tutto il resto?

Di certo la letteratura di Giuseppe Fava è totalmente alternativa rispetto al canone più accreditato nella tradizione siciliana del secondo Novecento, la cosiddetta linea Sciascia-Bufalino-Consolo, e per questo forse i critici non sanno bene come considerarlo. Se come giornalista, scrittore, autore teatrale, intellettuale scomodo o che. Nei suoi confronti aleggia tra gli specialisti una sorta di snobismo. Perché la sua opera non è mai professorale, i suoi costrutti non sanno mai di latino. La sua è piuttosto l’opera spuria di uno che non si è tirato mai indietro quando c’era da sporcarsi le mani, che ha battuto da cronista in cerca di storie le strade di tutta la Sicilia, fino ai più fetidi catoi, per poi sistemare nel chiuso di una fumosa redazione, più in fretta possibile, pezzi veloci da consegnare alle rotative. E di questa velocità di esecuzione e di giudizio, con i rischi che implica, è innervata tutta la sua opera.

A rileggere, oggi, alcune delle sue opere però si hanno non poche sorprese.

Il consiglio è di cominciare la rilettura, anche per sottrarre la figura di Fava al tema unico della lotta alla mafia, proprio da Passione di Michele, romanzo che si fa leggere tutto d’un fiato. Vi si narrano le vicende di un giovane ragazzo di Palma di Montechiaro costretto a emigrare nella Germania dei grandi stabilimenti industriali, finché non approda alla catena di montaggio della Volkswagen, a Wolfsburg. Attraverso un crescendo di eventi drammatici ispirati alla cronaca del tempo, con una resa sempre molto precisa e documentata dei contesti e degli ambienti dell’emigrazione italiana, la vicenda si trasforma pagina dopo pagina da possibile romanzo di formazione al romanzo di uno sradicamento senza alcuna possibilità ricomposizione. Michele diventa lo straniero. Il processo finale per omicidio, attraverso una serie di passaggi visionari e un gioco delle parti dai toni spesso grotteschi, è anche la messa in scena di un’insanabile frattura culturale, con tutta la componente di pregiudizio che normalmente si incista nei dibattimenti quando un fatto di cronaca diventa evento mediatico che agita l’opinione pubblica.

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