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Ricordando Grace Paley

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L’undici dicembre del 1922 nasceva Grace Paley. Pubblichiamo la prefazione di Paolo Cognetti a Fedeltà, il diario in versi uscito per minimum fax nel 2011. (Fonte immagine)

America

L’ultimo libro di Grace Paley fu composto tra il 2000 e il 2007, mentre l’America eleggeva il suo presidente più fanatico e bellicoso, reagiva furente al trauma dell’11 settembre, invadeva l’Afghanistan e l’Iraq precipitando in un’epoca buia. Triste finale per una poetessa di ottant’anni, tutti spesi in una lotta appassionata contro le guerre, l’uso del petrolio e dell’energia nucleare, la violenza sulle donne e sul mondo. Ma non è che da vecchia si fosse ammorbidita, e le sue poesie lo testimoniano. Una volta, durante una festa del Ringraziamento, viene invitata a tenere un discorso ed esordisce in questo modo: Chiunque abbia raggiunto / gli ottant’anni rende grazie / all’Unico di turno e poi im- / mediatamente comincia a protestare. Un’altra volta si celebra l’anniversario di una certa istituzione del Vermont, e lei ne approfitta per ricordare ai poeti (anche i più gentili) che vivono in un paese impegnato in una guerra ingiusta, e il loro ruolo è quello di salire sui carri e gridarlo forte. Quando un editore le propone di pubblicare i suoi diari, taccuini pieni di me, la risposta suona più o meno così: e come la mettiamo con le mine antiuomo?

Personale e politico si intrecciano nei suoi discorsi, nella sua poesia e nella sua vita. In un’intervista disse:

Sono un’americana. Non provo orgoglio patriottico né nulla del genere, ma d’altra parte sono molto interessata a questo paese. Mi interessa la sua storia, e sento che contiene alcune idee di valore che hanno cambiato la vita a tanta gente. Penso ai miei genitori e a tutti gli altri emigranti che sono arrivati qui: sono arrivati per una ragione, e in un modo o nell’altro sono stati soddisfatti.

Amiche

«Scrivere di donne è un atto politico», disse. Ma il suo femminismo è impastato d’amore e di rabbia, è un viscerale stare dalla parte delle amiche. Come Catherine, morta di cancro ai polmoni perché il marito aveva fumato a letto per anni. O la donna incontrata sull’aereo per Chicago, allontanata dalla sua famiglia perché non riusciva a dimenticare una bambina appena nata e subito morta. O le amiche ormai scomparse e citate per nome, artiste, lavoratrici, attiviste politiche. We have one another: abbiamo solo noi stesse, ci prendiamo cura una dell’altra. Scrivere di donne è un atto politico perché significa prendersi cura di loro.

Personalmente, mi sono ritrovata a pensare da scrittrice perché avevo cominciato a vivere in mezzo alle donne. E la cosa sensazionale è che non le conoscevo, non sapevo chi fossero. Mentre avrei dovuto, con tutte le zie che avevo, giusto? Eppure non le conoscevo, e questa, secondo me, è l’origine di tanta letteratura. La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere.

Bambini

In Fedeltà ce ne sono parecchi: un bambino sulle ginocchia del padre in metropolitana; una bambina che osserva i malati e i matti in una casa di cura; bambini degli anni Sessanta, destinati a mettere a ferro e fuoco il quartiere; bambini con un bel viso e una mente limpida e nozioni universali; una bambina morta a ventitré giorni d’età; bambini che dicono cose che fanno stringere il cuore; un bambino appena nato che ti riempie d’angoscia, perché guardandolo ti chiedi a quale futuro è condannato, ma poi c’è sempre la speranza lì vicino, ad agitare la sua piccola bandiera sbrindellata.

Fede e Fedeltà

L’alter ego della scrittrice, protagonista ricorrente nelle sue storie, si chiamava Faith Darwin. Per qualcuno un ossimoro tra religione e scienza. Per me un manifesto di ottimismo: la «fede nell’evoluzione» è una fiducia nell’essere umano e nella storia, nell’idea che l’umanità migliori con il tempo, imparando dagli errori, trasmettendo saggezza ai figli. Che cosa resta, in punto di morte, di questa fede giovanile? «Credo nella fedeltà alle mie idee originarie, è il modo che ho per oppormi alle mode imperanti». Dunque la fede è per i giovani, la fedeltà per i vecchi. Fedeltà è non tradire la propria memoria. È la promessa di non dimenticare le amiche morte: non cancellare il loro nome dalla rubrica telefonica. È non lasciare un libro a metà, quando altre storie ti chiamano e sei tentato di farti sedurre, ma poi torni indietro, ti accomodi di nuovo in quelle vecchie vite, non potresti mai abbandonare i tuoi compagni inquieti.

Ironia

Nella guerra non c’è nessuna ironia. Nemmeno nella morte, se è per questo. Lei le conosceva bene entrambe: aveva passato anni a fare avanti e indietro dalle basi militari, mentre il suo primo marito era soldato. Incontrò giovani mogli che presto sarebbero diventate vedove. Era convinta che la guerra fosse un gioco tra maschi, che ne soffrivano terribilmente ma non riuscivano a smettere di farla. In questo caso, l’arma delle donne era l’ironia. Come nel racconto «Un interesse nella vita»:

Mio marito mi regalò una scopa per Natale. Non era giusto. Nessuno può convincermi che fosse un pensiero gentile. «Mi sto arruolando nell’esercito e non voglio che tu non abbia niente per Natale», disse. Gran bel regalo da dare a una donna che progettavi di non vedere più per un pezzo, con cui avevi dei figli e nel cui corpo entravi e uscivi quando ti pareva, ubriaco o sobrio, perfino prima di alzarti presto al mattino. Gli chiesi di aspettare una mezz’ora ad arruolarsi nell’esercito, così potevo fare la spesa.

Madre

Perse la madre da giovane e rimpianse sempre di non essere stata sua amica. Scrisse un racconto memorabile in cui la madre è sulla soglia delle stanze, vaga malata guardando la figlia entrare e uscire, compie i propri «inquieti preparativi per la morte». Dopo, sarebbe tornata nei sogni e nei fiori del giardino. E nella lingua madre, il russo, il cui suono ogni tanto emerge dalle nebbie dell’infanzia, a popolare le notti insonni.

È come se non avessi mai potuto scrivere di lei. Mi frena una forma di lealtà: ho il diritto di farlo? Il problema è che penso a lei in modo molto realistico. Con mio padre è diverso, l’ho inventato e reinventato più volte. Il carattere di mio padre aveva diverse sfumature, ma mia madre era una persona tutta d’un pezzo. Era saggia, non parlava molto. Per me era più facile saltare sul carro di mio padre. In altre parole, ho scelto la strada comoda. Sono stata rimproverata spesso per questo, dalle persone che conoscevano mia madre. Mi chiedevano: dov’è la mamma?

Malattia

È un rapporto difficile quello tra la malattia e le parole. Qualcuno preferisce non darle un nome, così magari scompare. La malattia è un segreto, un non detto, un tabù. Ecco che fine fanno gli eufemismi nella lingua di Grace Paley: Pensavo che mi avrebbero uccisa / i tumori nella spina dorsale ma / i tumori nella testa a quanto pare sono / straordinariamente competitivi questa settimana. O le operazioni chirurgiche subite di conseguenza: Gli organi riproduttivi / e ricreativi / di molti amici più vecchi di me sono / stati dichiarati ridondanti. La malattia le fa rabbia, è un’ingiustizia a cui non riesce a rassegnarsi, come la prepotenza armata di un servitore della legge. Solo che questa non è legge dell’uomo, è legge di natura. Quando se ne rende conto, un po’ si vergogna per le sue proteste e chiede scusa. Però resta lì, seduta a braccia incrociate, decisa a occupare la vita finché non la porteranno via con la forza.

Mondo

Ogni tanto diceva di invidiare suo marito, capace di chiudersi nello studio a scrivere per giornate intere. Per lei c’era sempre troppo rumore, gli amici, i giornali, il telefono. Diceva di non riuscire a chiudere il mondo fuori dalla porta. Certe volte il rumore del mondo le dava angoscia, era tutto un frastuono d’armi, un assordante grido di dolore. Certe altre volte, l’umanità le sembrava meravigliosa. Come in quel viaggio in macchina sulla statale 89, quando i bambini si eccitavano per l’arcobaleno e lei pensava: ma quale arcobaleno, guardate che bella città.

New York City

Aveva un rapporto strettissimo con New York. Nel 1986 ricevette dal governatore un’onorificenza inventata apposta per lei: «Scrittore ufficiale dello stato di New York». E quella volta pare che non protestò. Il Village Voice, giornale del suo quartiere, scrisse: «Grace Paley è per New York quello che William Faulkner fu per il Mississippi». Abitava sull’Undicesima Strada, tra la Sesta e la Settima Avenue, al primo piano. Sono andato a cercare il suo indirizzo in uno dei miei pellegrinaggi new­yorkesi: è una bella strada alberata in cui sorge una scuola elementare, la P.S. 41, con il cortile che nel pomeriggio brulica di bambini. Palazzine di due piani, scale in pietra davanti all’ingresso, un piccolo giardino recintato. E poi la pasticceria, il negozio di fiori, tutto molto curato e tranquillo, nello stile tipico del West Village. Alla fine della strada, la Sesta Avenue è un’ampia arteria di traffico e di vita. In quell’angolo Grace Paley ha continuato a distribuire volantini anche a ottant’anni, scarpe da ginnastica ai piedi, capelli grigi arruffati, la gomma da masticare sempre in bocca. Era piccola, una piccola vecchietta ebrea di New York. Il volantino riguardava il matrimonio omosessuale, o i diritti dei palestinesi. Se era scritto male, e se glielo facevi notare, lei un po’ avvilita rispondeva: «Hai ragione. Non l’ho scritto io. Ma ascolta, chi se ne frega, dice quello che c’è da sapere». La sua è una città di padri dai molti colori, di uomini e donne che lavorano in una dura povertà, di matti che raccontano sempre la stessa storia. È una città commovente, quando ci torni da fuori, e vedere il fiume ti fa tornare in mente la poesia di un amico: sta’ calmo cuore / casa casa. È una città in cui capita di guardarsi negli occhi con un estraneo, all’angolo di una strada trafficata, due su otto milioni di esseri umani, e sorridere riconoscendo nell’altro la newyorkesità.

Poesia

Nonostante fosse entrata nella storia della letteratura americana come scrittrice di racconti (studiati nelle università, inseriti in mille antologie, impossibili da copiare), la poesia era il suo primo amore, e alla fine decise di tornarci. Era un’urgenza di verità. Dopo tanto tempo dedicato alla narrativa, forse sentiva il bisogno di gettare le armi della finzione, spogliarsi dei personaggi-maschera e mostrarsi a viso scoperto. Qui non c’è più Faith, c’è Grace. La lingua si concentra, la frase si riduce a parola. Ma anche il lavoro di togliere, distillare, mettere a fuoco, può essere molto faticoso. Richiede pazienza e concentrazione. Ecco perché per tradurre una poesia / dal pensiero / all’inglese / serve tutta la notte. Di giorno è meglio andarsene nel bosco, portandosi una penna e un taccuino, e un pettine di emergenza nel caso che si alzi il vento.

Responsabilità

Era una delle sue parole preferite. Aveva scritto una poesia con questo titolo. Andrebbe messa all’inizio di tutti i suoi libri, come un manifesto.

È responsabilità del mondo lasciare che il poeta sia poeta
È responsabilità del poeta essere donna
È responsabilità del poeta stare agli angoli delle strade
a distribuire poesie e volantini scritti
meravigliosamente
e anche volantini che non si possono guardare
per la loro retorica altisonante
È responsabilità del poeta essere pigro     perdere tempo
e fare profezie
È responsabilità del poeta non pagare le tasse di guerra
È responsabilità del poeta entrare e uscire da torri d’avorio
bilocali su Avenue C
campi di grano saraceno e basi militari
È responsabilità del poeta uomo essere donna
È responsabilità del poeta donna essere donna
È responsabilità del poeta dire la verità al potente come
affermano i Quaccheri
È responsabilità del poeta imparare la verità da chi non
ha potere
È responsabilità del poeta ripetere sempre: non esiste
libertà senza giustizia     cioè giustizia economica e
giustizia in amore
È responsabilità del poeta cantarlo su melodie originali e
su quelle tradizionali degli inni e dei poemi
È responsabilità del poeta ascoltare ogni diceria e
riportarla come i narratori diffondono la storia della vita
Non esiste libertà senza paura e senza coraggio     non
esiste libertà a meno che terra e aria e acqua sopravvivano
e con loro sopravvivano i bambini
È responsabilità del poeta essere donna     tenere d’occhio
il mondo e gridare come Cassandra, ma per essere
ascoltato questa volta.

Uomini

Bel problema essere femminista eppure tanto innamorata degli uomini. Come nel suo ultimo racconto, «Ascoltare», in cui Faith è in macchina con un’amica che non la smette più di lamentarsi, uno sconosciuto attraversa la strada e lei pensa:

Oh uomo, proprio al centro della vita, che ancora porti con tanta eleganza la tua pelle, con le braccia probabilmente dentro una morbida camicia di cotone e la camicia dentro una vecchia giacca di tweed e l’uccello contro la gamba destra o sinistra dei pantaloni, difficile dire esattamente quale, perché sei fuori dalla mia portata sentimentale e carnale?

O la poesia in cui litiga col suo compagno e si impone di tenergli il muso, conservare il rancore, non cedere alla tentazione di far pace, non guardare la sua faccia piena di dolcezza e le sue belle mani, è tutto quello che puoi / fare alla tua età per salvarti dall’amore. Quando lui non c’è, nel letto resta almeno un buon odore di camino: ti ricordo sempre delizioso.

Il fatto che fossi una femminista ha fatto arrabbiare diversi uomini. E il fatto che mi piacessero gli uomini ha fatto arrabbiare diverse donne. Che cosa vuoi farci, sei quello che sei.

Vecchiaia

È pieno di vecchietti questo libro: ingobbiti, mutilati, infermi, variamente rintronati, ma sempre ritratti con grande dolcezza. Come la sorella ormai ridotta a polvere e cenere, la cui unica consolazione è ricordare il suo nipote preferito. O la donna che aspetta l’uomo sul molo, lui sbarca dal traghetto e le dice di trovarla un po’ sciupata, lei si alza sulle punte per sussurrargli all’orecchio: «Sono una donna anziana». Oh, da allora lui fu sempre gentile.

Della vecchiaia le dispiacevano due cose: non poter vedere la fine di tante battaglie, e lasciare il mondo in pessime condizioni. Questo pensiero in particolare non le dava pace. Fino all’ultimo era tormentata dai dubbi: come quello di aver perso di vista l’obiettivo più importante, la libertà, per la stanchezza accumulata nella corsa, l’obbedienza alle regole imposte da amanti figli una casa una / posizione politica, l’abitudine ai compromessi di una vita. In un’altra poesia riavvolge in un indietro veloce facce strade drammi personali, un brano di un discorso di chissà chi, le mani di qualcuno incontrato tanti anni prima, e ha il terrore che tutti questi detriti siano finiti come sabbia negli occhi / dei miei figli. Era il rimorso più doloroso, quello di avere messo le idee davanti alle persone.

Aveva scritto: Quando sarò vecchia / non ne sarò sorpresa / perché avrò costruito la mia / Nave della Morte. Eccola qui. La nave è questo libro caotico che poco a poco, una poesia dopo l’altra, diventa terribilmente ordinato: le divagazioni cadono come rami secchi, i veli si dissolvono davanti agli occhi. Sembra il rito di uno sciamano, uno di quei sapienti che si spogliavano dei propri averi e salivano da soli in cima a una montagna, lasciandosi indietro le cose del mondo per andare a morire. Che fine ingloriosa sarebbe aggrapparsi alla vita, distogliere lo sguardo dal fondo del baratro, andarsene con un furioso addio. Piuttosto è il caso di salutare come si deve: un uomo (un giorno / uno di noi / sarà perduto / per l’altro), gli amici rimasti (finché non ci sarà più nessuno seduto su questa panchina al sole), la propria storia (decantata piano / lungo tutta la mia vita). Negli ultimi giorni la solitudine è completa. La casa è vuota. Solo una finestra e una collina. I due grandi alberi sradicati, che hanno impiegato tanti anni a spegnersi, ora sono un conforto: è buona cosa in una vita ordinaria / essere stata testimone del duro lavoro / di una lunga morte. E poi, tanto per non smentirsi, e non concedere nemmeno alla morte di essere presa troppo sul serio, c’è ancora tempo di fare l’ultimo bucato, controllare il frigorifero e lo sgabuzzino delle scope. E poi davvero è l’ora di andare. Uscire di casa. Percorrere un sentiero ghiacciato nel bosco d’inverno, e dopo una curva ritrovarsi al sole, nell’acqua fino alle caviglie / aprile.

Verità

«Scrivere la verità è rimuovere tutte le bugie».

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. È autore di alcuni documentari – Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo – che raccontano il rapporto tra i ragazzi, il territorio e la memoria. Per minimum fax media ha realizzato la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. Per minimum fax ha pubblicato Manuale per ragazze di successo, Una cosa piccola che sta per esplodere (vincitore, tra gli altri, del Premio Fucini, del Premio Settembrini e finalista al Premio Chiara) e Sofia si veste sempre di nero (selezionato al Premio Strega 2013). Per Laterza è uscito nel 2010 New York è una finestra senza tende.
Commenti
4 Commenti a “Ricordando Grace Paley”
  1. scrive:

    Che bella questa prefazione. Tra l’altro sempre Paolo Cognetti l’estate scorsa mi ha fatto scoprire i racconti di questa bella scrittrice.
    Quanto è importante essere prima buoni lettori, e poi, magari, per chi possiede la stella giusta, anche scrittori? Cognetti è l’esempio giusto per confermare questa tesi.
    grazie!

  2. helvia gianantoni scrive:

    ho “L’importanza di non capire tutto” dal 2007, ha girato per casa in tutti questi anni…mai letto.Ora mi chiedo come è potuto accadere ma il titolo mi dà la risposta e vado avanti. Me ne sono innamorata,con una simpatia grande,ironica,profonda e lieve, “moderna”..Vedrò di trovare altri suoi libri che mi faranno ricordare questa estate.E buona estate a tutte-i magari con altre meraviglie

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Leggi commenti...
  1. […] per caso, poi un libro di racconti per curiosità, poi un altro libro di racconti per scelta. Poi questo – bellissimo – articolo di Paolo Cognetti uscito qualche tempo fa; che poi è la […]



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