zanotti

Ricordando Paolo Zanotti

Se ne è andato Paolo Zanotti. E se ne è andato troppo presto. Un modo per ricordarlo è rileggere ciò che ha scritto. Pubblichiamo il suo contributo dall’antologia Best off, curata da Antonio Pascale nel 2005 per minimum fax.

La cella geografica

Stesa in margine a un’insenatura del Tigullio, fra pini, lecci e buganvillee, palme e pitosfori, Santa Margherita Ligure se ne sta vicina al mito di Portofino, nientemeno, e l’area protetta del monte ne preserva l’antico carattere di delizia di pochi, la Santa dei milanesi, dei pavesi, dei cremonesi, di qualche altro sperduto piemontese come me, che è da quando sono bambino che Santa mi ha preso, il mio primo mare e la mia prima estate.

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«Pronto Camilla? Sono Paolo».

«Ciao Paolo».

Telefonata dopo tanti anni, e sempre la stessa telefonata. Ha iniziato a lavorare per i suoi giornali friulani, ma solo adesso mi dice che ha iniziato perché faceva l’amante (sospirando, correggo mentalmente in «seconda ragazza») di uno che c’era dentro. Mi sembra molto divertente, sono storie vere, sono dentro alla realtà, sono anch’io la realtà. Ci sono. Oggi piove a dirotto qui, e anche in Carnia mi dice.

E son passati tre anni tre anni da quando c’era venuta anche lei, qui a Santa Margherita, conciati un po’ male tutti e due e la bella carezza chic dell’anoressia sulle nostre aliscapole – così in quella stanza di Santa Margherita non s’è fatto niente – così ancora Santa Margherita non è cambiata, mi ha incollato alla sabbia e al sole dell’estate, la più brutta delle stagioni, la più brutta l’estate, irredimibile, e al sole dell’estate mi sono annoiato, la sabbia si è attaccata alla carne.

«E figurati, la mamma prima di partire mi ha detto di stare attenta a non fare sciocchezze!»

«Ehm… io non ci volevo credere, ma anche la mia…»

La sessuofobia
è una brutta malattia,
come l’anoressia,
la rosolia
e la malinconia.
Sessuofobia sessuofobia
vai via.

Oh che bello che bello raccontare una storia! Anche Santa Margherita, dai, anche Santa vuole una storia. Chi offre di più? Chi la vuole l’avventura balneare? Chi la vuole la vecchia Liguria? Chi offre di più? Non mancheranno i proustismi belle époque? Non sia. Chi offre di più?

Ma Santa non l’avrà una storia, dovrà raccontarsi da sé. Io ho vissuto solo qui, solo qui, Santa Margherita non cambia, non l’avrà una storia, non l’avrà, peggio per lei.

All’hotel Miramare c’è la mostra dell’antiquariato, una signora bianca vaporosa mi guarda dalla cornice. Paola Spada, bionda novarese insopportabile carina però, passeggia tra le cose con il suo ragazzo biondo. La vecchia signora li guarda.

La storia ci dice che Santa Margherita non era una sola città una volta. Dottamente vi svelerò che le antiche borgate di Corte (marinara) e di Pescino (agricola) si congiunsero nell’Ottocento, e che la patrona di Pescino, al mazzo, prese tutto.

Corte non è poi così mia. A Corte ci sta il porto con le barche che non ho mai avuto, ci sta il molo con il faro che la sera ci vedi le luci di Chiavari. Da Corte c’è la strada per Portofino. A Corte ci son gli scogli da correrci a tutta birra quando sei piccolo e robusto e porti i sandaletti, i portici noir e qualche ristorante da genitore, la gelateria Simonetti. A Corte la sera il mare si tinge di latte quando viene la luna, che la frase suona così bene che lo capisci subito che Corte o chi per lei ti sta prendendo per il culo.

Dagli scogli sali dal mercato del pesce dalla salita della chiesa e arrivi al forte e a villa Durazzo-Centurione, ricordo del lago Maggiore da dove vengono i tuoi ma luogo indubbiamente più magico di Premeno, perché ci sono le statue e la villa del Cinquecento e il parco sproporzionato dove ci danno concerti romantici. Oh, cerco fanciulle con l’arpa!

Alla sommità sorge, circondata da un ampio terrazzo con balaustra in pietra decorata da statue allegoriche sei-settecentesche, la villa Durazzo-Centurione. L’imponente edificio, a pianta quadrata, presenta sui quattro piani un impianto decorativo a bugnato e modanature in rilievo alle ampie finestre che ne spartiscono le fronti; davanti a quella occidentale è situata una vera da pozzo cinquecentesca in marmo rosa, con stemma degli Sforza; dalla parte opposta il piazzale, piantato a giardino all’italiana con elegante vasca ornata di un satiro, offre un bel panorama sulla città, il porto e il golfo del Tigullio.

Pizzerie e pizzerie inavvicinabili e i giardini uniscono Corte a Pescino. Ai giardini il sole è un bel guaio, fa salire la rabbia. Le mattine di primavera la gente cammina per i giardini con i cani e i bambini al guinzaglio, e io li odiavo, santa anoressia che ci fai sentire puri, alle volte compiangevo la signora di mezza età, ma i maschi li odiavo, e le signore grasse, e i ragazzi, ma sole sole sole per favore fai un po’ l’alchimia, sii cristallo e giallo e verde e immobilizzali tutti e fa’ che mi sembrino un quadro di Seurat (l’avevo pensato) – così non se ne parla più, non odio più così.

Ho fatto delle foto con Camilla, lì.

La spiaggia è sempre uguale da vent’anni. È lì che ho visto mia madre invecchiare, non so se ho preferito sacrificarmi io o uccidere lei – è lì che ho letto tutto quello che ho letto. Me le sognavo per tutto l’inverno, le ragazze della spiaggia – Claudia, Laura, Lauretta, Anna – paura di non essere amato. Paura. La carne non mi faceva paura, un po’ mi attraeva ma non c’era bisogno di alleggerirla.

Me lo vuoi dire di cosa hai parlato col Fabio?

No, niente.

Guarda che non ti compro più niente. Di cos’avete parlato?

Niente. Non posso.

Che cos’è che non puoi dire?

E come potevo dire alla mamma che il Fabio, con cui facevo il corso di nuoto, veniva da un altro pianeta, dunque era un extraterrestre, e sapeva pilotare i sassi che lanciava sull’acqua con la sola forza del pensiero, e li indirizzava dove voleva, verso il sole al tramonto.

Le vecchie case di Pescino, da un lato della spiaggia! Che labirinto elementare, e ancora tutto da costruire! Archi su archi – la chiesa catturata dai piccioni in un angolo in cui si rifugia l’autunno quando capitola – scaline e salite che porteranno ai gerani, ai paradisi dei gatti, alla lavagna e all’ardesia della Liguria ideale di adesso, non prima, di adesso che l’anoressia non c’è, e anche Camilla non c’è, e che io l’ho creata la Liguria ideale. Baciami, Liguria ideale!

Dall’altra parte i grandi alberghi. Metropol, Imperiale. La spiaggetta del sole, dove ho pensato che mia madre mi abbandonava per un altro bambino, l’ho vista sulla panchina che lo accarezzava, lui col cappottino marrone e i capelli a caschetto che io li ho sempre avuti troppo ricci, e dove ho guidato una schiera dalla spiaggia, capo per la prima volta della ricerca delle conchigliette – e li ho perduti nel catrame – normale che non mi amassero.

Ho fatto delle foto con Camilla, lì.

Salendo dalla spiaggia alla stazione, che già è bellissima che festa!, ci sono due posti perduti.

Uno è la salita Banchi, l’ho scoperta da pochi anni e c’è voluto molto a salirla, prima non volevo farlo perché sognavo ulivi al sole con foglie di giada e l’amore del pomeriggio ad aspettarmi, poi sono salito anche se la pioggia le ha provate tutte e la salita Banchi non porta alla felicità ma alla via Aurelia (va negli ulivi, comunque).

L’altro posto non lo trovo più, è il parco giochi di quand’ero bambino, grande e autunnale, con fontane e una pista da go-kart dove mio cugino era bravissimo. Non c’è più, vedete. Gli amici perduti sono morti.

Santa Margherita dei milanesi, prega per noi.

Il mare di Santa Margherita non è mica un mare avventuroso, neh?, latteo-spermatico sotto la luna, la perla di Labuan può magari fare l’occhiolino, ma di giorno e al sole la Malesia è veramente lontana, e neanche dei Caraibi s’è mai sentito parlare. Tutto quel che si sa è che dietro quella punta si arriva a San Michele di Pagana e poi alla squallida Rapallo, mentre dall’altra parte Portofino è lontano. E allora un solo orizzonte, un mare non caldo e ribollente, senza le alghe mefitiche del mar dei Sargassi che salgono – tentacoli della grande piovra rossa – e niente meduse giganti, calamari grandi come campanili, niente acque rosse e verde smeraldo, blu cobalto e azzurro aggrumato in isole verdi.

Niente isole! Proprio. Niente isole niente isole isole isole! Non ci si arriva più alle isole, non si sfugge più alle nostre città, di pietra dura le nostre città, con mura che non riesci a spaccare, azzurre le mura.

Neanche quell’isola di Mortorio, qui a Santa, no, neanche quella che stava davanti alla finestra del terzo vertice del mio triangolo chic infantile: Portorotondo di mio zio e di mio cugino, Portorotondo di solo mare e di costrizione, secondo palcoscenico dopo Santa e dopo i monti di Courmayeur.

Avere una barca per vedere le isole! Avere un flying dutchman, un quattroeventi un quattroesettanta, avere il Pilar che c’è nel molo di Portorotondo, ma uscire con la barchetta blu del marinaio, per imparare! Bolinare fino a Mortorio! Gettarsi sott’acqua lungo la costa di Mortorio e vedere tutto quello che c’è là sotto, senza paura delle meduse, dei pomodori di mare, degli anemoni, dei ricci, delle conchiglie giganti – e sapere che nel mare di Santa Margherita non c’è niente che valga una febbre!

Secondo la tradizione, avvalorata anche da reperti ritrovati in zona, un insediamento esisteva già in epoca romana. Nel Medio­evo il borgo divenne feudo dei Fieschi, per passare poi nel xiii secolo al diretto controllo di Genova, che lo pose sotto la giurisdizione di Rapallo; solo sul finire del xviii secolo, quando assunse il nome di Porto Napoleone (che smise dopo l’annessione al Regno di Sardegna), ebbe amministrazione propria.

Perché il tempo non passa mai o passa così veloce, a Santa Margherita Ligure? Non sono mai lo stesso a Santa Margherita, per la stessa giornata… Sono nello stesso giorno il bambino e l’adolescente cinico (timido) e anoressico e l’innamorato di Camilla, che anche lei è sempre qui in giro, dietro l’angolo che mi aspetta per mordermi. Guardala lì!

Per anni, dai quindici ai diciotto, uscivo la sera dopo cena e vagabondavo, fingendo che Santa Margherita fosse enorme, e se incontravo qualcuno (perché allora qualcuno lo conoscevo, ora i ragazzi della mia età non ci vengono più) mi nascondevo, pensavo a poesie.

Bella. Quant’era bella Camilla. Era la cosa più bella che avevo visto mai. Veniva da dietro le montagne e dai ghiacciai su un cocchio di cavalli bianchi, aveva labbra di corallo e gote di rosa, anche se so bene che è impossibile. Aveva lunghi denti da roditore o da predatore – ne porto ancora i segni. Still I love my lovely… the Lily of the West ecc… D’inverno – Camilla c’è solo d’inverno, con la pelliccia del cappuccio, l’inverno le dona.

Piazza Caprera è serena, è il cuore di Pescino ed è di tutti i colori, Liguria ideale anche qui, una perfezione semicircolare, una grande chiesa barocca con due campanili così alti che lì l’ora la vedo anche quando sono in acqua ai bagni Vicini. Nella piazza semicircolare il mosaico del sagrato è al tatto qualcosa di eterno, quelle uova bianche e nere come bianco e nero è tutto quel che è eterno in Liguria.

Alla bella piazza arrivano due stradine che credo siano pittoresche, sono proprio uguali e scegliere è questione di bellezza e di ozio.

Dopo le due stradine pittoresche c’è la piazza del Municipio, circolare questa, e più perfetta dunque, con gli aranci a segnare le ore, la statua in mezzo che segue quello che facciamo, villa Durazzo là sullo sfondo. La sera io e la mamma telefonavamo dai biliardi al papà che lavorava ancora. Io avevo qualche sacchetto ancora sigillato di soldatini e catapulte di plastica-finto legno.

Ho sognato il Nord. Ho visto isole verdi, la nebbia sul mare anche di giorno smorta, le isole Ebridi le ho incontrate con la mia nave, ho pensato di leggere la letteratura gotica, che non mi piace, la letteratura e la letteratura e «la» Camilla, per renderla più tollerabile, per renderne l’esistenza più credibile e più credibili i suoi lunghi incisivi. Una stanza alle isole Ebridi, con tanto tè per non mangiare e le candele e carta e penna (d’oca) per scrivere cose adolescenziali e terribili.

Tutta la parte di Pescino che sale verso San Siro e verso il monte è la parte noir della mia infanzia a Santa Margherita. È la città ottocentesca, un lungo viale di platani con la fila delle vecchie case, e vecchie statue allegoriche ogni tanto sulle facciate, e il negozio del fiorista, e qualche edicola, e i bar dove bambino bevevo la camomilla. Questa Santa Margherita è solo una parte della Grande Città Ottocentesca, che è una città autunnale, fatta di palazzi marroni tra qualche parco che perde le foglie, piogge e portici, vecchi negozi di scarpe e d’abbigliamento dove mi portava la mamma (e quella era Novara, credo, non più il paese), retrobottega con il ritratto della vecchia signora in bianco, ma la Grande Città Ottocentesca cresceva fino a che le vie non diventavano gigantesche, e i marroni sempre più cupi, e le vetrine sempre scintillanti, e allora capivo di essere andato a trovare mio cugino a Milano. Mi fanno paura questi posti, mi sento solo, mi sembra di averci già vissuto prima, di aver fatto il liceo a Torino, di aver visto un qualche assassinio nel parco dell’Allea di Novara, di essere svenuto davanti a una vetrina di scarpe.

Sotto il vialone ottocentesco ci scorre il torrente. Una volta stava allo scoperto, proprio come ora si vede sotto casa mia, ma dopo l’hanno coperto di cemento, sigh, e sbuca fuori all’improvviso nel mare, tra Corte e Pescino, con un buco misterioso nella compattezza del lungomare. È un posto di paura.

La chiesa di San Siro è panna e gialla, l’hanno sempre ridipinta di fresco. Dall’altra parte della strada c’è una piazzetta con due pini marittimi in mezzo, dove i bambini vanno a giocare a pallone e i vecchi a leggere il giornale. È sereno qui la sera quando c’è ancora il sole. Ci fanno il mercato, il venerdì. Mi piacciono i mercati.

Casa mia ci si arriva da San Siro prendendo verso il monte. Sono case bruttissime, queste, casermoni si dice, fabbriche abbandonate che la notte si accende qualche luce dietro i vetri rotti e dentro sai che non c’è nessuno. Ma io un giorno scendendo ho visto la luce di un tardo pomeriggio e su una facciata di giallo cadente ho riconosciuto un angelo di Licini che ci salvava tutti, noi abitanti dei casermoni di Santa Margherita e della periferia di Genova che vedevo arrivando al mare in macchina (guidava mio padre e io non capivo come faceva a sapere la strada). L’angelo era bianco bianco sulla facciata gialla, non aveva contorni precisi, era come gli spiriti che vedevo aleggiare sulle acque delle risaie nei miei giri serali a Romentino, quando mi sdraiavo sulle straiole e socchiudevo gli occhi per vedere visioni. Le risaie erano i giardini pensili di Babilonia.

Sull’angelo poi ci ho costruito una storia che sapeva delle cose della casa: i prodotti per pulire liquidi e in polvere, gli adesivi di Topolino attaccati alle piastrelle bianche, ormai strappati a metà, la lavatrice, le mollette per la biancheria, le vecchie réclame in televisione. Così si ricorda.

A casa mia a Santa Margherita c’è la camera dove ha dormito Camilla. Mia mamma non la conosceva ancora ma la odiava già, e io non avevo ancora dovuto pensare a come avrei potuto liberarmi di lei (Camilla) – sicuramente uccidendola. Camilla! Che bello vederti alla mattina spettinata! Che serenità, che bello vederti così tranquilla, con gli occhi lucidi, e che buon profumo di limone c’era nella tua stanza dopo che avevi vomitato!

Carmilla era il mio vampiro, perfetto come il freddo e come i monti della Carnia, e io l’ho preso dall’ospedale, Mircalla, e l’ho fatto dormire nel mio letto e io per terra, e me lo sono coccolato e se fosse stato possibile gli avrei fatto la pappa. Dormi Camilla, dormi, che eri ancora piccola allora, Camille, dormi Carmilla Campolla, Alibutto e Alirutto – sempre più piccola, Campovilla Cam, fai la ninna e fai la nanna che c’è il tuo sciocco efebico complessato (s.e.c.) che veglia su di te. Dormi Millarca, che ti prendo tutta tra le mani e ti cullo e ti canto, Camilla Cam.

Dalla mia casa si può salire fino allo stadio (l’hanno usato come campo di allenamento ai mondiali del ’90, forse ci veniva la Scozia, credo). Ai piedi ti trovi il colle verde del parco di villa Durazzo, dietro c’è un mondo di montagna tutto da scoprire – ci andavo con mio cugino Andrea, che le nostre parti le ho scambiate così spesso che nelle mie storie a volte morivo io e a volte lui.

Da quando Camilla se n’è andata Santa Margherita l’ho rinchiusa in un quadro di terz’ordine, di quelli con la Liguria d’inverno, in trattoria, e ho cominciato a viaggiare. Nella mia testa scoppiava di colori la Liguria ideale, la Genova volante e multicolore dei gatti e della poesia, delle mattine che ci si alza presto e si cammina verso il mare con passo leggero e con scarpe ideali.

La mia casa di Santa Margherita la si vede dal treno, ma io mi giravo dall’altra parte. Volevo fare il povero musicante viandante mendicante che invernale cammina di piazza in piazza e la domenica mattina, prima della messa, incontra la povera fioraia cieca sulla piazza bagnata dalla rugiada e la frotta dei ragazzini festanti e racconta loro di come – sciocco! – ha perduto il suo amore di vento, ma lo aspetterà finché non tornerà cippirimerlo. Nel mio mondo ci sono da una parte Genova e dall’altra Venezia, ci sono verdi pianure con Parma, Mantova e Bologna, ci sono le domestiche felicità di Verona e Treviso, i misteriosi paesi friulani Sacile Gemona Faedis Codroipo o l’ebbrezza di arrivare la mattina alle sei a Trieste, in un treno gelido, per poi entrare in un bar all’alba, amore mio che inverno lungo e che brivido attenderti qua.

Tellaro la mattina, le stradine di ardesia con i gatti e i gerani, l’acqua della mattina che ti rischiara la vista e fa quasi freddo, qualche rosa e qualche giallo, Sarzana anche la mattina, in pianura per quanto può esserlo in alto, le sue piazze più grandi, e Levanto la mattina, spopolata, e le Cinque Terre, e la spiaggia di Camogli! Nonsense.

Anche qui a Santa ci sono dei luoghi ideali, di limone tufo e sole, ma ragazze dalle scarpette rosse mica tante. Pescino alla destra del vialone ottocentesco è triste e cadente – ospedale fabbriche scuole materne – ma dall’altra s’inerpica capretta sul monte e le case e le scale tra i rododendri non le becchi più. Al tramonto di un 21 marzo ho baciato Camilla per la prima volta e mi sono quasi sentito in colpa. Rosa dappertutto.

«E mi amerai per sempre?»

«Per sempre».

Dappertutto.

«Per sempre per sempre?»

«Per sempre per sempre».

«Per sempre per sempre per sempre?»

«Per sempre per sempre per sempre».

«Per sempre… ?»

Dappertutto.

«E mi scriverai tvb sul diario?»

E giù a squilli le campane.

Ai piedi della villa Durazzo c’è anche un cimitero, piccolo piccolo e molto meno monumentale e seconda città, città nella città, di Staglieno. È come una piramide, col vertice che scala la collina e s’incunea, per visitarlo si sale e c’è il colle e il sole dietro. Non ho morti qui, e il posto mi piace, i milanesi non ci vengono, e si può vedere qualche sammargheritese, che per il resto non esistono, sono tutti qui sono tutti qui ecco la verità. A volte qualche sammargheritese si annida negli antichi ingressi, bui con le fasce di pietra a due colori, le scale ripide. A volte io penso di essere un abitante di Pescino, da generazioni e generazioni, di avere antenati marinai, e penso che anch’io vengo qui al cimitero a trovare i miei morti, i crisantemi in mano.

I denti. Non erano perfettamente bianchi i suoi denti, aveva anche una chiazza scura sull’incisivo destro. Ma a me sono sempre piaciuti i denti strani. Aveva gli incisivi molto lunghi, alcuni lo consideravano un difetto, il dentista le aveva detto di limarli quando ne aveva scheggiato uno. Io urlavo disperato no e no.

Dopo che aveva vomitato mi sembrava di tenerla in mano, il suo stomaco non esisteva più, ci potevo entrare io, passare da quei denti, scendere giù per la gola, che del corpo è la più affascinante dopo le articolazioni delle ginocchia. E allora, nello stomaco della faina dai bei ciuffi di capelli dietro le orecchie, pensare al profumo del limone.

Bambina Cam! Twist and shine bambina Cam! Bambina Cam! Bambina Cam!

«Allora se vieni ci sentiamo prima».

«Ochèi, ti telefono».

«Ciao bello».

«Ciao Camilla. Ciao».

(Ciao Campolla.)

Carmilla mi ha scacciato dalla sua stanza di limone, ma io Camilla nel mio armadio di Santa Margherita non ce l’ho voluta tenere più, no mamma no, no no no, e to’, l’ho smembrata e l’ho sparpagliata sulle mie città con tanti palloncini colorati, Campolla Cam, se la voglio rivedere prima devo girare città per città, in treno, a recuperare gli occhi e il sorriso e i capelli e i denti paurosi e le mani lunghissime da ermellino – se la voglio rivedere.

 

(da Il caffè illustrato, maggio-giugno 2004)

Commenti
13 Commenti a “Ricordando Paolo Zanotti”
  1. Maurizio scrive:

    Ho avuto modo di conoscere Paolo una sola sera, e poi di sentirlo qualche volta per telefono. Era una persona dal silenzio loquace, molto gentile e simpatico.

  2. maria laura vanorio scrive:

    La foto che avete scelto ritrae Paolo e Lorenzo , un liceale che aveva partecipato al concorso “La pagina che non c’era”. Eravamo a Napoli, due anni fa, Paolo parlò per ore con i ragazzi del suo “Bambini bonsai”, Lorenzo lo accompagnò con la chitarra. E’ una bellissima immagine dell’intensità di quella giornata.

  3. luca scrive:

    ciao paolo

  4. Tommaso Giartosio scrive:

    Caro Paolo. Gentile e profondo. Che tristezza, che spreco.

  5. emanuele trevi scrive:

    ho lavorato con paolo zanotti all’editing di due miei libri, “qualcosa di scritto” e la ristampa di “musica distante”, inoltre conoscevo un suo notevole profilo della letteratura francese contemporanea. le persone come paolo sono molto rare, la cultura in lui non annullava l’ironia, l’intelligenza non offuscava la complicità. posso dire che il suo contributo a “qualcosa di scritto” è stato fondamentale, paolo aveva la capacità di collegare tra loro punti molto distanti del testo al quale lavorava, scovando minime contraddizioni, proponendo soluzioni perfette. avevo in lui una fiducia totale, ed è stato bello capire che condivideva molte idee del libro. abbiamo passato molte, molte ore al telefono, lui a bologna e io a roma, e ci siamo anche divertiti molto, non c’è lavoro ben fatto senza un po’ di rilassamento nel ridere e nell’infantilismo. le vite possono durare tanto o poco, questo è il destino, ma mi sembra, da come l’ho conosciuto, che quella di paolo sia stata ben spesa, e questa è la cosa più importante. aveva una pofonda gentilezza d’animo, e un senso vivissimo della poesia. è stato un onore sottoporgli i miei libri e farglieli lavorare ad arte.

  6. Sono davvero addolorato. L’ho conosciuto solo tramite i suoi libri, e già da lì si capiva che era un piccolo maestro.

  7. Francesca scrive:

    non lo conoscevo, son arrivata fin qui da un blog che leggo spesso, di una sua ex alunna.
    parole vaporose quelle del suo racconto che ho letto qui. ciao Paolo

  8. Anna scrive:

    Paolo mi manca…per sempre

  9. sergio garufi scrive:

    mi spiace tanto, lo incrociai un paio di volte e scambiammo poche parole ma sembrava una bella persona.

  10. carolina scrive:

    Continuo a scorrere i siti che lo ricordano, leggere commenti, rileggere le sue parole, non ci riesco Prof., Amico, Poeta, proprio non ci riesco.

  11. Iacopo scrive:

    Una lettura di Paolo Zanotti
    http://poetarumsilva.com/2014/02/03/24373/

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  1. […] minima&moralia e leggo la prima frase ed è uno schiaffo e sono di nuovo sul tram, a ottobre e leggo di Santa […]

  2. […] e qui. La ‘povna, di suo, ne aggiunge un altro, con tutto l’amore del mondo. E poi lascia […]



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