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Ricordando Valter Binaghi

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Ci è arrivata la notizia della morte di Valter Binaghi. Il funerale sarà domani, sabato 13 luglio, alle 10.30, nella chiesa principale di Busto Garolfo (Mi). Vogliamo ricordarlo invitandovi a leggere due suoi pezzi usciti su Nazione Indiana e vibrisse, bollettino.

di Valter Binaghi

L’ultima religione

(Adattato da: Robinia Blues, Dario Flaccovio Editore, 2004)

Alle ringhiere del metro accendo una sigaretta e mi fermo ad osservare la fiumana, come un cineasta in pensione. L’ora del tramonto rovescia sul corso casalinghe in libera uscita, drappelli impiegatizi e ciurmaglia adolescente in cerca d’amore. Comincia la ronda dell’eterna giovinezza che si prepara al rito notturno. Sciamano a gruppetti di tre o quattro, ostentando diverse divise e scuole di pensiero, promettendosi diverse nottate. Di che famiglia sei? Tribù ostili si squadrano da un capo all’altro del marciapiede. Di che serata sei? Anche molta sfiga in giro: tamarri troppo al verde, divise approssimate, ragazze quasi niente, mani in tasca a penzolare dai lampioni. E militari, facce sperdute di ragazzi di campagna, guardiani di un gregge svagato e irridente. Peggio di tutti gli sbarbati, condannati a spiare la goduria dei grandi da lontano: loro due lire in tasca ce l’avrebbero, ma ancora niente chiavi della macchina .

– È incredibile, sei proprio tu! – dice la voce al mio fianco. Un tipo piuttosto male in arnese: giacchetta stinta, capelli corti radi, una piega sofferente agli angoli della bocca. Chi diavolo è? Annaspo per un lungo istante nei corridoi male illuminati delle mie memorie giovanili: università, groppuscoli, riviste underground. Cristo. Paglierini. Paglierini Dario, detto “Paglia”. Certo è cambiato molto da quando eravamo redattori ventenni della gloriosa Rivista di Controcultura, infognata nello scantinato di via Pastorelli. Tempo assassino.
– Non mi riconosci, eh? – fa lui abbassando gli occhi sulla punta delle scarpe da tennis.
– Ma sì, “Paglia” – lo rassicuro, tendendogli la mano. – Solo che ci ho dovuto pensare un attimo. È passato un casino di tempo dall’ultima volta…
– Sarà stato nell’80, ‘81, giù di lì – sorride per un attimo.
– Bisogna festeggiare. Ci beviamo una birra?
– A stomaco vuoto… poi mi fa gli acidi… – dice mestamente.
– E allora ci mangiamo sopra.
– Sarei un po’ al verde… sono uscito senza…
Mi sa che se la passa maluccio.
– Ma va’ – taglio corto – offro io. Dai che ci facciamo due chiacchiere…
Finiamo in uno di quei bar laccati del centro, dove camerieri filippini in divisa da Rudy Valentino ti servono tavola calda e fredda, long drink e musica diffusa con la stessa surgelata compostezza. Sediamo al tavolino, senza far troppo caso alla cornice: il più meschino qui dentro ha addosso una milionata in griffes. Paglia divora due tranci di capricciosa e attacca un toast farcito quasi senza parlare. Per me un panino alla piastra tipo schiaffo-alla-miseria: cuore di palma, gamberetti, lattughino e salsa aurora.
Due giovanotti tirati a lucido entrano scortando una ragazza elegante come una top model. Si appoggiano al bancone per l’aperitivo. Parlano di una pratica interminabile. Studio legale o assicurazioni? La ragazza vista da dietro è maestosa: le gambe lunghissime sbocciano in un culo che merita un a capo.
La pratica sarà liquidata il quindici del mese: assicurazioni. Uno dei tizi getta uno sguardo sopra la spalla e si accorge dell’unica nota stonata nel tempio del buon gusto: i due tipi di mezza età al tavolino. Jeans e scarpe da tennis, e l’amico Paglia che divora il toast come se fosse digiuno da due giorni. L’occhiata gelida mi arriva in fronte come un fiotto di ossigeno liquido. Anche la ragazza si volta, e non è una bella sorpresa: dalla fulgida chioma color miele spunta un naso minaccioso come la pinna di uno squalo.

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Lettera all’amico miscredente

La prima volta che ti ho incontrato eri uno scolaro sporco e malvestito, l’abominio della maestra di terza elementare, quello che graffiava le pagine col pennino spuntato e regolarmente prendeva due in calligrafia. Te ne fottevi del bello scrivere, e succhiavi castagne secche fregate al cartolaio: mentre col mio sussiego di bravo figlio d’impiegati ti mettevo in guardia dalle spaventose reprimende della zitella, allargavi il tuo sorriso sgangherato:
– Dagli una spanna di cazzo e vedrai come si calma –
E così grazie, amico, per avere una prima volta sgomberato l’altare dall’idolo.
Nessun Dio nel candore pastorizzato della pagina di scuola, ma solo addestramento all’obbedienza, e il castigo dei sensi che mimava la virtù.

Ti ho incontrato più tardi, all’angolo della strada, mentre allungavi circospetto una banconota al ragazzino, a venti passi dalla farmacia: – Alcol a 95 gradi. Capito? Di che è per tua mamma, per fare il nocino – A te, nessuno nel paese serviva più nemmeno un bicchierino: eri il barbiere rovinato dal delirium che ha fatto uno sbrego alla guancia paffuta dell’assessore, ubriacone con un piede nella fossa, strafelice di esplodere nell’alto dei cieli come un’inutile cometa, obbrobrio del borghese che amministra i suoi giorni.
E così grazie ancora, per avermi insegnato che siamo figli del lusso e dello spreco: nessun Dio nella partita doppia, nell’economia pelosa dei buoni propositi, nel programma fariseo che affetta il paradiso giorno per giorno senza lacrime e senza gioia: solo uno sbirro cosmico a guardia di quei loro sudati risparmi.
E di nuovo sei venuto sulla mia strada, a scardinare le premesse di un’educazione scientifica mentre imparavo i segreti del motore e dell’accelerazione che ha nome Progresso: eri un bidello che masticava bestemmie, smerciavi panini al salame sottocosto agli studenti alla faccia dell’azienda incaricata dal Consiglio d’Istituto, e ogni giorno deridevi i miei sforzi: – Bella cosa la macchina, e il concerto dei pistoni, e le ruote come mandibole affamate di strada, ma chi guida? – dicevi – chi è che schiaccia il pedale, e decide dove si deve andare? Questa, caro mio, è la scienza che qui ti si nasconde! –
E di nuovo grazie, per avere infranto con una sassata lo specchio mentitore: nessun Dio nell’algido silenzio dei laboratori, nè davanti alle lenti del cannocchiale di Galileo, solo volontà di dominio, e lavori forzati per la natura stuprata.

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