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“Ricrescite” di Sergio Nelli: la prefazione di Antonio Moresco

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione al libro Ricrescite di Sergio Nelli, uscito per Tunué.

di Antonio Moresco

Rileggo dopo molti anni questo piccolo gioiello di genere indefinibile, questo piccolo libro che respira e fa respirare, pubblicato per la prima volta nel 2004 da Bollati Boringhieri e che adesso viene ripubblicato da Tunué, ad apertura di una serie di ristampe annuali che si prefiggono meritoriamente di salvare alcune opere che la macina editoriale e culturale di questi anni, e le logiche puramente mercantili e mediatiche che le governano, destinerebbero altrimenti all’oblio; di andare a ripescare alcune perle sepolte.

Un po’ di storia.

All’inizio – come spesso succede – ci si è messo il caso. La prima volta che ho letto questo libro, ancora manoscritto, stavo infatti pubblicando da Bollati Boringhieri, casa editrice che aveva un’idea forte della propria funzione. Dopo averlo letto e amato, avevo girato questo manoscritto ad Alfredo Salsano, uomo ed editore coraggioso, capace di elezione e passione, esploratore e sperimentatore, che non aveva paura di compiere scelte dettate da intima convinzione e non solo da piccoli calcoli, che non viveva nello stato di doppia verità e falsa coscienza in cui vivono tranquillamente molti degli editori di oggi.

Così, per un incontro fortuito tra persone e per le sinergie che si erano immediatamente create, il libro aveva potuto vedere la luce.

La prima volta che l’avevo letto mi avevano colpito la sua particolare, sotterranea atmosfera, la sua eccentricità, il suo passo a volte grave a volte scherzoso, la sua disperata grazia, il suo essere sempre in bilico tra narrazione e pensiero, autobiografia intima e sguardo allargato sul mondo, spunti lirici e riflessivi, illuminazioni e affondi.

Ma di che cosa si parla in questo libro?

Si parla – sotto forma di un diario steso nell’arco di un anno – di un uomo non più giovane, che porta su di sé i segni di molte ferite sia fisiche che mentali, la cui vita subisce uno spiazzamento per l’irruzione di un figlio bambino. Questa presenza scatena un sentimento di possibile ricominciamento e ricrescita della vita nonostante la depressione e la disillusione dell’adulto. La magia di questo libro sta nella sua atmosfera sotterranea, nel non detto o nel solo accennato, nell’allegria strappata alla malinconia. La presenza del bambino, dei suoi gesti e delle sue spiazzanti osservazioni sul mondo spiazzano infatti anche la quieta disperazione del padre, la presenza oscura e incombente della morte, della malattia e del male.

Rileggendo adesso il libro prima di scrivere queste righe, a distanza di molti anni, mi colpiscono ancora le stesse cose. Ma mi arrivano anche, e ancora di più, tutto il sotterraneo tessuto di riflessioni, i passaggi improvvisi e ariosi, i cortocircuiti: i vulcani, il bambino con i vermi, le osservazioni sul mondo naturale, la comunità di recupero per alcolisti, che è anche quello un luogo dove si sperimenta il sogno di un possibile ricominciamento e di una ricrescita… Perciò questo libro è anche una cura. È stato una cura scriverlo ed è una cura leggerlo.

Ricrescite è il vero punto di partenza di Sergio Nelli scrittore ed è emblematico non solo della sua concezione ma anche del suo sentimento del mondo, sempre minacciato dalla malattia e dalla sofferenza ma nel quale si possono aprire degli improvvisi spiragli, per irriducibilità personale, per controspinta e addirittura per spirito di contraddizione. Questo modo di porsi di fronte al mondo ricorre anche negli altri libri pubblicati via via dall’autore, tutti attraversati dallo stesso anelito e meritevoli di essere riscoperti. In essi si parte spesso da una pregressa situazione di dolore, di malattia o di dipendenza, quando non sono ambientati in vere e proprie comunità del dolore (ospedali, comunità di riabilitazione per alcolisti e persone soggette ad altre schiavitù e dipendenze), perché – sembra dirci l’autore – sono sempre meglio queste piccole comunità del dolore che il deserto che ci circonda. Però, a un certo punto, succede che in queste situazioni che parrebbero senza via d’uscita, che in queste comunità del dolore si creino le condizioni per degli incontri che possono portare a una ricrescita intima della vita, addirittura all’invenzione dell’amore.

Ma poi – mi domando – questo particolare punto di vista, questo sogno che sembra dettato anche dalle condizioni personali dell’autore, non ha invece molto a che vedere con la vita segreta e i desideri degli uomini e delle donne in generale e di questa epoca in particolare?

Però adesso, per far sentire direttamente la voce inconfondibile dello scrittore e del libro, riporto qui alcuni brani:

Appena svegli, dico a Federico, che ha da poco compiuto quattro anni: “Domani è l’ultimo giorno dell’anno. Si entra nel 2000”. “Quando si va da Cosimo?” mi chiede preoccupato, ancora sotto le coperte, ancora assonnato. Cosimo è un suo amico e dovrebbe, secondo lui, regalargli un babbuino.

***

Fumo al buio, di notte. Non so che tempo faccia. Ho a un passo una stella cometa brillantina, sbilenca in vetta all’alberello natalizio. Quando tiro, il tizzone della sigaretta risplende… Credo si possa dire: ormai ce la faremo.

E poi altri tre brani, lunghi e brevi, pescati qua e là dalle prime pagine:

Stamattina, mentre mi facevo la barba, Federico mi ha tirato giù il pigiama e mi ha baciato il culo. Non è la prima volta. Lo lascio fare.

***

Gli animali domestici devono aver prodotto nel corso dei secoli, dei millenni, un apprendimento profondo, genetico, che li mette di fronte alla consapevolezza della fine procurata loro dall’uomo. Sanno, lo sanno, che chi li prende per le zampe, li spinge, cerca di afferrarli o li trascina fuori dal loro spazio, quella volta lo fa per ucciderli. E non c’è uno straccio di possibilità di finire diversamente, nemmeno quella che avrebbero di fronte al più feroce e forte dei predatori.

Che le bestie morissero uccise mi sembrava naturale come cavare con le dita e con le unghie una rapa bianca dalla terra. Che il maiale urlasse il suo strazio era un segno di festa, la cui sontuosità era accresciuta dal senso di un sacrificio. Mi faceva impressione invece il lamento delle mucche sulla strada per i macelli. Tutte le volte che le ho viste era d’estate e di mattina. Recalcitravano con occhi umidi di pianto, lanciavano lamentiimmedicabili che riecheggiavano dalle colline, dalle buche, dal tufo scricchiolante. Era l’ultima resistenza prima che fosse lavato il sangue, mentre un sole senz’ombra frugava i denti cavi delle torri…

 ***

Il nulla, ha scritto un mio alunno cicciottello in una mezz’ora che abbiamo dedicato alle metafore, il nulla è un panino vuoto. 

Mi fermo qui perché un libro magico come questo, a parlarne troppo, a starci troppo addosso, lo si soffoca.

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