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Riflettendo sull’identità: “Un matrimonio americano” di Tayari Jones

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Un matrimonio americano (Neri Pozza, 368 pagine, 18 euro, traduzione di Ada Arduini), finalista al National Book Award e appena insignito del Women’s prize for fiction, è un romanzo coraggioso già dal titolo.

L’autrice Tayari Jones, protagonista a Roma del Festival Letterature nella Basilica di Massenzio, affronta il disfacimento di un universo famigliare ancora nella fase embrionale, toccando le contraddizioni irrisolte della società americana. È un racconto dal profondo sud degli Stati Uniti distante però dagli stereotipi della miseria nera, capace di parlare a tutto il paese. Il corpo e la vita degli afroamericani sembrano non potersi mai sottrarre alle circostanze politiche e sociali.

Celestial e Roy sono sposati da diciotto mesi. Lei è un’artista venticinquenne, che inizia a riscuotere l’apprezzamento dei critici e del pubblico. Lui ha creduto nel sogno americano di mobilità sociale con un percorso ineccepibile, ma non è stato sufficiente a restare lontano dal pericolo di un sistema giudiziario diseguale. I due rappresentano l’idea di una generazione post razziale, poi il loro amore complicato piomba nell’incubo e nel retaggio di un’ingiustizia dalle radici antiche. Roy è accusato e poi condannato a dodici anni di reclusione per una violenza sessuale, che in realtà non ha mai commesso.

Jones, la scelta del titolo, Un matrimonio americano, nasce da una riflessione sull’identità?

«L’identità degli Stati Uniti è inscindibile dalla storia degli afroamericani e non può essere esplorata senza la cultura afroamericana. Ho intitolato così il romanzo, perché l’esperienza di Celestial e Roy può avvenire solo negli Stati Uniti. Una larga parte della cultura nordamericana è fondata e tuttora segnata dallo schiavismo. Lo sfruttamento del lavoro dei neri sia nella costruzione del paese si perpetua nell’economia corrente. I neri d’America come Celestial e Roy si sentono costantemente in pericolo e vivono con la paura d’istituzioni come il sistema giudiziario e penitenziario».

Che cosa l’ha colpita maggiormente della ricerca condotta ad Harvard sulle carceri americane prima di scrivere il romanzo?

«Lo scoprire la dimensione schiavistica del lavoro in carcere e quanto l’economia dipenda anche da esso. Il salario medio dei detenuti impiegati nelle fabbriche di proprietà statale è pari a 86 cent all’ora. Sono rimasta sbalordita da come anche le aziende private traggano beneficio dal carcere. I programmi per il lavoro durante la detenzione non sviluppano competenze da utilizzare per il reinserimento sociale dopo il rilascio. Si tratta di sfruttamento di chi spesso già viveva ai margini».

Nel 2018 l’Oklahoma è diventato lo Stato col più alto tasso di incarcerazione, rimpiazzando la Louisiana che deteneva il primato da vent’anni. Qual è l’impatto di questo dato sulla società?

«È interessante, perché mia madre è originaria dell’Oklahoma e mio padre proviene dalla Louisiana. Secondo le rilevazioni più recenti ci sono rispettivamente 719 e 712 detenuti ogni centomila residenti. Numeri così elevati affliggono l’intera comunità. Equivale a vivere in una città in cui la maggior parte degli uomini sono partiti per la guerra. Si percepisce un profondo senso di vuoto: chi resta lotta per riempire le distanze emotive e per la sopravvivenza».

Il tasso dei detenuti afroamericani è cinque volte più alto dei bianchi americani. Questa differenza quanto dipende dal sistema giudiziario?

«Il sistema penale statunitense è un’eredità dello schiavismo. Ed è strettamente connesso alla questione razziale».

Quali sono le aspettative culturali, le aspirazioni e le paure della classe media afroamericana?

«I sogni non divergono da quelli dell’America bianca: educazione, sicurezza sociale e rispettabilità. Ma c’è anche il senso di responsabilità di sollevare e aiutare gli altri, mentre si scalano posizioni nella società. Si avverte la necessità di condividere la buona fortuna con i membri della famiglia più in difficoltà. Insieme a stati d’animo complessi, c’è la paura che il razzismo, nella forma di violenza pubblica statuale, possa sottrarre tutte le conquiste in poco tempo, senza riguardo del duro impegno profuso e della fedina penale immacolata».

Quali sono le conseguenze più intime sulla giovane coppia dell’ingiustizia?

«Durante la mia ricerca, ho constatato come il dolore della separazione non differisca in base alla reale colpevolezza dell’imputato: è lo stesso che abbia commesso o meno il reato. Ci sono molte e complesse ragioni a causa delle quali le persone finiscono sul lato oscuro della legge. Celestial e Roy prendono coscienza della distanza sociale delle rispettive vite e solitudini. Sono sposati, ma le circostanze che determinano il percorso individuale sfumano il senso più alto del matrimonio».

Che cosa rappresentano le lettere dal carcere nella fitta corrispondenza tra Roy e Celestial?

«Le lettere mantengono un’importanza per almeno tre ragioni: lo scambio d’informazioni su quanto accade fuori dalle sbarre, raffigurando la cura, il tempo e l’attenzione per l’altro. Poi contano la fisicità della carta da toccare e la possibilità di rileggere. La corrispondenza tra i due rivela la progressiva rottura del rapporto. Le lettere sono molto più rilevanti per Roy, ormai privato di tutto. Lei invece è un’artista con una carriera in ascesa, che mantiene il dialogo ma ha un’alternativa».

Che cosa mostra Roy nella difesa solitaria della propria innocenza?

«La coppia impara che l’amore assomiglia a un’orchidea o a un’altra pianta dal temperamento imprevedibile. Vorremmo invece pensarlo come un albero secolare solido, robusto e resistente. Quando deflagra il disastro sono appena sposati. Roy vuole dimostrare l’innocenza dalle accuse, ma nelle lettere Celestial scrive di essere anche lei innocente. L’amore è la cura delle condizioni complesse, che consentono la fioritura e di prosperare».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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