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Riforma della scuola: la vera posta in gioco

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di Luca Illetterati

(fonte immagine)

A leggere e ad ascoltare molti dei discorsi chi si fanno sui giornali e in televisione sulla riforma della scuola l’impressione è che perlopiù non ci si accorga o non ci si voglia davvero accorgere di ciò che è in gioco dentro a questo scontro che vede contrapposti da una parte il governo, con in prima fila il premier , la parte maggioritaria del Pd (gli altri partiti della coalizione e i partiti dell’opposizione si limitano a guardare) e dall’altra gli insegnanti; quasi tutti, finora. C’è addirittura chi pensa (e ovviamente c’è chi vuol fare pensare) che si tratti semplicemente di una partita corporativa. Come se gli insegnanti fossero lì a protestare in difesa di rendite di posizione, peraltro difficili anche solo da immaginare per chiunque abbia davvero lavorato qualche giorno dentro una scuola. O che si tratti comunque di una sacca di resistenza di arcigna conservazione ipersindacale rispetto a una necessaria e urgente modernizzazione che non può più attendere.

Una semplificazione che a volte tocca dei picchi formidabili e degni forse di qualche considerazione.

La signora Giorgia Perra è un’insegnante, probabilmente; sicuramente è una lettrice di Repubblica e soprattutto della rubrica che da molti anni Umberto Galimberti tiene sull’ultima pagina di D, il magazine settimanale che esce il sabato insieme al giornale. La signora Perri ha molta stima di Galimberti, lo legge con passione, trova i suoi commenti e le sue risposte alle lettere delle lettrici e dei lettori argute e intelligenti. Così, piena di fiducia ed entusiasmo, decide di scrivergli, indignata per il silenzio che l’opinione pubblica in generale, ma soprattutto gli intellettuali – categoria, se così si può dire, alla quale Galimberti appartiene – stanno dedicando alla questione della riforma della scuola che è in questi giorni in approvazione in Parlamento (già approvata alla Camera e ora in discussione al Senato). Una riforma che alla signora Perra provoca profonda indignazione e sconcerto.

Galimberti risponde; ma con il coraggio di chi non teme l’impopolarità, dichiara subito la sua avversità alle contestazioni degli insegnanti e con l’argomento di voler mettere al centro gli studenti piuttosto che i professori (i quali evidentemente, nell’opinione di Galimberti, dei loro studenti se ne fregano) spiega perché queste proteste gli facciano venire l’orticaria e conseguentemente perché sia disposto dunque a spendere una parola a favore della riforma.

Provo a riassumere i punti del ‘discorso’ di Galimberti:

  1. Le scuole elementari hanno fatto passi in avanti significativi (e infatti gli scolari si piazzano bene nei ranking internazionali)
  2. Le scuole medie e superiori sono invece un disastro (e infatti si piazzano male sempre negli stessi ranking);
  3. Il disastro delle scuole medie e superiori è dovuto al fatto che non ci sono insegnanti all’altezza (al massimo, quando va benissimo, dice il filosofo overground, uno per classe);
  4. I bravi insegnanti sono tali per natura (e quindi sono pochi, si inferisce) e sono coloro che sono in grado di emozionare;
  5. Per questo vanno selezionati attraverso un accurato test di personalità, come si fa nelle migliori aziende;
  6. Gli insegnanti ‘demotivanti’ devono essere segnalati dagli studenti e dalle loro famiglie e dopo opportune verifiche, nel caso effettivamente non funzionino, è giusto che il dirigente scolastico, magari coadiuvato dai docenti più bravi e impegnati, li cacci;
  7. Nessuno scandalo dunque a che i presidi assumano i capaci e dimettano gli incapaci “premiando la meritocrazia, l’eccellenza e la concorrenza tra le varie scuole”.
  8. Ben vengano i finanziamenti privati alle scuole migliori: anzi proprio la quantità di finanziamenti consentirà di discriminare tra scuole migliori e scuole peggiori, perché nessuno vorrà, giustamente, investire su queste;
  9. Ai professori bravi e meritevoli non sarà necessario dare alcun premio speciale, basteranno gli scatti di anzianità su uno stipendio che, compatibilmente con quel che ci si può permettere, dovrebbe essere aumentato: il premio sarà quello di non essere esonerati in quanto non meritevoli;

10. Le prove Invalsi vanno rispettate, anche se inadeguate per valutare l’effettiva preparazione degli studenti.

Rispettando questo decalogo, dice Galimberti, le scuole italiane sarebbero finalmente in grado di risalire la china nei ranking internazionali che ora li vedono in posizioni vergognose.

Umberto Galimberti è un filosofo e uno psicanalista. Come è noto Wittgenstein riteneva che il lavoro della filosofia e quello della psicanalisi fossero effettivamente piuttosto simili. Così come lo psicanalista cerca di mostrare che un sintomo è la realtà evidente e superficiale di un qualche disagio più profondo e nascosto, altrettanto la filosofia deve cercare di portare in superficie l’origine logica e linguistica di alcuni problemi che ci complicano l’esistenza. Insomma per Wittgenstein, se si passa la semplificazione, tanto la psicanalisi quanto la filosofia hanno una funzione di smascheramento, di andare a vedere cosa sta sotto la crosta più superficiale e immediata dei problemi, di svelarne la dinamica e la logica interne e profonde.

Della necessità di questa fatica e di questo lavoro Galimberti deve essersene decisamente dimenticato scrivendo la risposta alla povera signora Perra. Forse era impegnato a fare altro. Forse non aveva tempo di leggere, informarsi e capire. Forse non ne aveva voglia e aveva invece voglia di scandalizzare non si sa bene chi (forse la povera signora Perra) acquietandosi sulla vulgata più banale, superficiale e ignorante; che in confronto Renzi&Giannini sembrano quasi dei critici dell’ideologia di francofortese memoria.

Ad esempio sarebbe stato interessante e utile ai lettori di Repubblica e di D sapere come mai la scuola elementare italiana era riuscita a diventare (uso il passato perché dopo la cura Tremonti/Gelmini non sono sicuro potrà ancora vantare i successi acquisiti) una delle migliori scuole elementari del mondo. Avrebbe scoperto, Galimberti (e avrebbero scoperto così anche i suoi lettori), che non si era fatta, per fortuna, nelle scuole elementari nessuna delle cose da lui auspicate, ma si era fatto un investimento sulle persone all’interno di un piano educativo innovativo – il tanto famigerato ‘modulo’ che la retorica del maestro che tanto piace a Galimberti ha contribuito a far fuori e che vedeva la copresenza di più insegnanti all’interno della classe – aprendo in modo deciso alla formazione in servizio e modificando nel profondo la prassi didattica. Insomma se la scuola elementare, come ha appreso Galimberti “in un congresso internazionale sull’istruzione nel mondo”, ha fatto progressi significativi e importanti, ciò è dovuto a un investimento di risorse, intelligenza e buona volontà che niente ha a che fare con gli slogan della meritocrazia, con il mito l’eccellenza, con l’ideologia della valutazione che all’intellettuale Galimberti paiono evidentemente ovvie e sacorsante..

Quello che sconvolge dell’intervento di Galimberti non è però tanto l’ignoranza e la faciloneria con cui tratta il tema della scuola, quanto piuttosto il suo adagiarsi, totalmente aproblematico, sulle parole d’ordine del buon senso borghese, si sarebbe detto un tempo; ciò che lascia cioè esterefatti è la totale incapacità di pensare il problema cercando di scalfire il discorso ordinario, l’indolenza nei confronti di una qualsiasi logica che sia in grado di produrre un orizzonte di senso minimamente significativo per comprendere la crucialità che è in gioco.

Quello che è in gioco in questa storia è in realtà qualcosa che a che fare con il concetto stesso di scuola e di educazione e con l’idea di società che vogliamo in qualche modo costruire.
Questa riforma (che sempre più si pretende di far passare come una sorta di aggiustamento tecnico in nome di una maggiore efficienza) muove da un’idea di formazione per molti versi vincolata e orientata alla conquista di un saper fare misurabile e comparabile: una formazione intesa come addestramento, come acquisizione di competenze in grado di sviluppare adeguate capacità di eseguire correttamente, e cioè velocemente ed efficacemente, protocolli di azioni replicabili. E il modello di società dentro cui assume senso questo stile formativo è un modello di società basato sulla competizione, su un’idea di merito inteso come elemento selettivo talmente potente, nella retorica che lo si accompagna e nella carica etica con cui lo si dipinge, da oscurare qualsiasi altro tipo di considerazione.
Don Milani diceva che la scuola così come è organizzata funziona solo con chi non ne ha bisogno. Le cose, dopo don Milani e anche grazie a lui, sono un po’ cambiate. Il nemico però oggi sembra essere tornato l’egualitarismo – “causa, sia detto, di non poche inefficienze”, scrive curiosamente lo stesso giorno su Repubblica, sempre in risposta a una lettera, Corrado Augias.

In qualche modo, senza volerlo, Galimberti e Augias, con il loro buon senso, rivelano la vera posta in gioco: l’idea di una scuola che mette al primo posto l’uguaglianza degli individui in una scuola che è di tutti e di ciascuno. In tempi di meritocrazia, eccellenza e conseguenti azioni finalizzate alle scalate nei rating e ranking che sempre più determinano il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, ciò che è bene e ciò che è male, si ritiene di dover legittimare e giustificare (con quella sana ragionevolezza che fa a pugni con la ragione) ciò che a don Milani pareva orribilmente e scandalosamente contraddittorio: scuole buone per i buoni, e per il resto pazienza; scuole ricche per chi può e scuole come vengono per gli altri; professori bravi a chi se lo merita, agli altri quel che passa il convento.

Chi non se lo merita (chi è nato nel posto sbagliato, da una madre sbagliata o da un padre inadeguato) paghi il fio.

Commenti
23 Commenti a “Riforma della scuola: la vera posta in gioco”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Fare pubblicità ai pirla non rende un buon servizio agli studenti, siano essi meritevoli o meno.

  2. RobySan scrive:

    “Gli insegnanti ‘demotivanti’ devono essere segnalati dagli studenti e dalle loro famiglie e dopo opportune verifiche, nel caso effettivamente non funzionino, è giusto che il dirigente scolastico, magari coadiuvato dai docenti più bravi e impegnati, li cacci;”

    Ci sono insegnanti “demotivanti” che paiono armadi a due ante e il “dirigente scolastico”, da solo, potrebbe non farcela.

  3. Cristina Biagiotti scrive:

    Ho letto l’articolo di Galimberti, sono rimasta spiacevolmente sorpresa e non ho potuto fare a meno di rispondergli direttamente al suo indirizzo di posta elettronica a Repubblica, se dovesse riscrivermi vi farò sapere, grazie per questo articolo, sicuramente più completo e preciso della mia lettera, che condivido pienamente!
    Cristina Biagiotti (insegno inglese in un ist secondario della prov di Livorno)

  4. fra scrive:

    Dispiace un po’ che Umberto Galimberti sia disinformato sulla scuola… ma rimane un milione di volte più simpatico e caro di Illetterati!

  5. tinas48 scrive:

    State parlando di Umberto Galimberti, di cui si scopri’ che nei suoi libri usava brani di altri autori senza citarli?

  6. Marinella scrive:

    Sulla scuola chiunque si sente autorizzato ad esprimere un parere, forse perché tutti ci siamo transitati e qualcuno, il mio caso, c’è rimasto. Conosco la faciloneria con la quale se ne parla ed apprezzo la sintesi del Galimberti pensiero ma: attenzione! Altrettanta faciloneria e superficialità ho trovato nella definizione di ‘competenze’.

  7. mauro piras scrive:

    Non condivido la posizione di Galimberti (per come è riassunta qui). Ma anche la posizione di Illetterati è molto semplicistica. Dire che la riforma vuole solo imporre un modello competitivo è la solita critica generica con cui si intende criticare il sistema. La scuola dell’eguaglianza non è la scuola italiana attuale, che promuove i forti e ferma o lascia come sono i deboli. Se non si riconosce che ci sono problemi reali, oggettivi, che ricadono su studenti e famiglie, non si fa nulla per l’eguaglianza. Se non si riconosce che non è possibile per una famiglia vedersi cambiare continuamente il corpo docenti. Se non si riconosce che la mancanza totale di valutazione degli insegnanti rende il loro potere nei confronti degli studenti del tutto arbitrario. Se non si riconosce che ci vogliono incentivi al miglioramento della didattica, e che questi possono venire solo dalla valutazione dalla didattica. Se non si riconosce che le scuole devono essere più autonome e i presidi avere più libertà di scelta, assumendosene la responsabilità. Se tutto questo è solo “il neoliberismo che avanza”, si chiudono gli occhi di fronte alla realtà.

  8. Subhaga Gaetano Failla scrive:

    Commento solo il numero 1 dell’elenco in 9 punti:
    “Le scuole elementari hanno fatto passi in avanti significativi (e infatti gli scolari si piazzano bene nei ranking internazionali)”.
    Così si dice al primo punto.

    E’ evidente che non si sa di cosa si parla. La “scuola primaria” (questa la dicitura ufficiale da circa dodici anni; e per inciso, nel pezzo di grande cabaret, quello con lavagna e gessetti, il maestro Renzi parlava di “scuola materna” e non di scuola dell’nfanzia, come si chiama invece ufficialmente tale ordine di scuola da una dozzina d’anni), la scuola primaria, dicevo, era scuola di qualità a livello internazionale fino a una quindicina d’anni fa. Poi, tra tagli di fondi economici e sforbiciate varie, fino a giungere alla mannaia della cosiddetta Riforma Gelmini, la scuola primaria è precipitata nel disastro. Supplenti dopo un mese se va bene, custodi e insegnanti di sostegno ridotti, sono spariti gli specialisti di inglese e gli insegnanti di classe, oltre a occuparsi di altre materie, si sono dovuti improvvisare insegnanti di inglese, talvolta anche a quasi sessant’anni e con una manciata di ore di corso di seconda lingua. Il numero di bambini per classe è gravemente aumentato, gli insegnanti hanno perso qualsiasi prestigio sociale (e non si sa perchè, con la laurea come titolo d’accesso e con numero di ore maggiore rispetto agli ordini di scuole superiori, tali docenti debbano avere invece uno stipendio minore), e non di rado non ci sono soldi nemmeno per le spese scolastiche ordinarie e minime.
    I vari governi e governicchi che si sono succeduti a Berlusconi & C. hanno totalmente ignorato il disastro in cui vive la scuola primaria, e Renzi è un degno continuatore di tale totale disinteresse.
    Per quel che riguarda il buon “piazzamento” (cos’è, una corsa di cani o di cavalli?) nei “ranking internazionali” (!?) non si ha neanche in tal caso la minima conoscenza del reale valore scientifico di questi test, delle condizioni in cui sono somministrati, ecc. (ammesso e non concesso il valore scientifico, a priori, di questi test).

  9. girolamo de michele scrive:

    Galimberti scrive su un supplemento patinato di un quotidiano, che è allegato al sabato se non erro. 630.000 insegnanti in lotta (parlo di quelli che hanno scioperato il 5 maggio), più le famiglie che concordano con le motivazioni della lotta, sono abbastanza per una piccola, indolore class action: comprando il quotidiano, restituire al giornalaio il supplemento patinato perché ha permesso a un suo collaboratore, con un articolo che non è stato esaminato con serietà (si chiama fact checking, nei meritocraticissimi USA sarebbe la norma), di offendere la professionalità dei lavoratori della scuola banalizzando una rivendicazione che ha solo orecchiato. E rendere nota l’iniziativa. Poi vediamo gli inserzionisti pubblicitari come la prendono.

  10. Luca Illetterati scrive:

    @piras conosco, credo, piuttosto bene i problemi della scuola. E non trova certo in me qualcuno che li nega. Quello che sostengo e che ho più ampiamente sostenuto altrove è che far passare questa riforma per semplice operazione mirata a dare efficienza al sistema e a risolvere l’elenco di problemi a cui lei si riferisce, significa fare ideologia.

  11. Marco Magni scrive:

    condivido completamente l’articolo di Illetterati. Galimberti da anni ha assunto il ruolo (e la sua capacità di scrivere bene è innegabile) di “moralista moderno”, che predica la psicanalisi come antidoto spirituale all’appiattimento del desiderio, a sua volta generato dalla società di consumi. E, nella risposta data alla lettera della signora Perri, finisce per svelare quanto sia integrata e perfettamente adeguata all’ordine costituito la sua visione generale delle cose: la psicanalisi rigenera il “desiderio” (leggi “lo spirito”) pur dentro l’inevitabile caos dell’ordine del mercato; la psicanalisi è criterio di selezione di pochi “meritevoli”, dotati del potere delle parola, all’interno della massa. Il paradosso è che, mentre questa sua concezione consapevolmente elitaria lo porta a schierarsi a favore della “buona scuola”, la “buona scuola” tipo Invalsi (come dimostrano le esperienze Usa e Gb), genera un sapere misurabile che spinge proprio gli insegnanti migliori ad abbandonarla. Ma tant’è, negli Usa le scuole dei ricchi si erano sottratte ai test e a far parte dei ranking, e glielo hanno lasciato tranquillamente fare (… era l’argomento degli insegnanti di Seattle nella loro lotta vittoriosa di un paio di anni fa contro i test statali)

  12. girolamo de michele scrive:

    @ mauro piras
    Se solo avessi dato una letta, ma veloce, al testo della Legge di Iniziativa Popolare (L.I.P.), sapresti che molti di quei problemi che elenchi sono tenuti in considerazione, altro che negati. Ma (primo) riconoscere il problema (scusa la lezioncina di logica dell’argomentazione, ma te la sei andata a cercare, ed è mestiere mio) non ha alcun valore euristico: devi dimostrare che La Buona Scuola li risolve, quei problemi.
    E (secondo) devi fare un elenco di argomenti logicamente connessi fra loro, non infilare dentro alcuni temi di senso comune, sul quale non ci sarebbe bisogno di argomentare [“ci sono problemi reali, oggettivi, che ricadono su studenti e famiglie”, “non è possibile per una famiglia vedersi cambiare continuamente il corpo docenti”], altri che sono tutti da dimostrare [“i presidi avere più libertà di scelta”], altri ancora che sono una banalità del tipo “i neri hanno il ritmo nel sangue” [“ci vogliono incentivi al miglioramento della didattica”] che scivola in una vera fallacia logica – “e che questi possono venire solo dalla valutazione dalla didattica”, dove la fallacia sta nel lasciar intendere che c’è una sola valutazione possibile, senza entrare nel merito di quale valutazione per quale scuola, senza argomentare perché la valutazione promessa dalla Buona Scuola (per la quale si chiede una delega in bianco invece di esporne i contenuti) dovrebbe essere migliore di quella dettagliata nella LIP all’art. 15.
    Altrimenti fai solo sofistica, di quella deteriore: tipo nominare la valutazione come Vichi di casapound urla “e le foibe???”

  13. Marco Rossetti scrive:

    Viva il buon senso borghese che ha portato l’Italia ad essere uno dei sette paesi con il maggior reddito pro capite del mondo.
    Se fosse stato per voi amanti dell’egualitarismo, caro Illetterati, saremmo finiti in Unione Sovietica quel mondo giusto che tanto ammiravate.
    Con l’avvento finalmente, anche in Italia, di una sinistra riformista (anche se con grande ritardo rispetto a Blair, Schröder, Clinton..) la vostra ideologia è finita in un olocausto culturale.
    Finalmente possiamo lasciarvi nella vostra marginalità e dirvi… ADDIO!!!

  14. Enrico Marsili scrive:

    Come lo psicanalista, anche il filosofo non porta numeri e dati ma solo concetti generali e facilmente interpretabili ad minchiam. A quanto pare vale anche per l`autore di questo post. Almeno ROARS qualche numero lo ha dato, anche se non sempre convincente. Da studente anziano, ringrazio Girolamo di Michele per la semplice, ma efficeace spiegazione logica.

  15. Maria Paola Fanni scrive:

    Sì, pienamente d’accordo; anch’io ho spesso la sensazione che non si voglia parlare di ciò che è in gioco con la “riforma Renzi”.
    E quel che mi irrita maggiormente è che in questo paese non si costruisce mai a partire dall’esistente, perchè le classi dirigenti, sempre più incapaci di governare i processi in atto, per lasciare traccia del loro devastante passaggio e immortalarsi alla storia, fingono che si debba costruire dal nulla in un delirio di onnipotenza. Così, anzi che fare una seria analisi dei bisogni e delle criticità della scuola reale, propongono, come nuova e “bella”, una scuola che non ha nessun aggancio con quello che la scuola italiana è stata finora. Si misconosce, negandolo, il passato e il presente della scuola repubblicana e della sua valida tradizione pedagogica. Si fa passare l’idea che finalmente si faccia la scuola dell’autonomia e non si dice che l’autonomia c’è già dai primi anni novanta e con essa i poteri di gestione, di programmazione, di governo agli Organi Collegiali, che invece , questa riforma governativa, vorrebbe vanificare e attribuire al capo-sceriffo.
    Insomma si demolisce (così è stato per il Job Act) anzi che costruire! Con il risultato di smantellare l’impianto di diritti e garanzie faticosamente conquistato sul solco della Costituzione.
    Il pareggio di bilancio in Costituzione era un segnale forte e inquietante ma non è bastato a mostrare che lo Stato, forse con moto rotatorio internazionale, sta agendo negli interessi dei mercati a cui anche la pseudoriforma renzi, è funzionale.

  16. Corrado scrive:

    … che tristezza, Maestro.
    Proprio Lei che da sempre ha predicato contro la riduzione del mondo a “pura tecnica”, a spese della poesia, della letteratura, della logica, della semplificazione della realtà con modelli procedurali prevedibili e inefficaci per risolvere problemi complessi?
    E ora esalta le crocette delle prove invalsi?
    Soprattutto: Lei si crede “motivante”? Io credo di si, a patto di seguire solo qualcuna delle sue lezioni o di leggere solo uno dei suoi libri o ascoltare solo una delle sue conferenze… perché (spiace ridirglielo), DICE SEMPRE LE STESSE COSE.

  17. vincenzo scrive:

    Ha scritto “soloUnaTraccia” che “fare pubblicità ai pirla non rende un buon servizio agli studenti”,
    e ciò è vero, se per “pubblicità” s’intende far passare Galimberi come un “filosofo”, che avrebbe i titoli per stigmatizzare quegli insegnati che non avendo “carisma”, non essendo “in grado di emozionare”, ecc., secondo lui, non dovrebbero salire in cattedra.
    Ma Galimberti, non solo è uno che è pervenuto alla notorietà e alla cattedra con la frode e l’impostura sistematica, in quanto i cosiddetti “suoi” libri sono fabbricati a plagi, [si veda: http://www.vincenzoaltieri.net, sezione: Il paese dei ciarlosofi], ma va in giro propalando delle autentiche perle d’asineria, come il 06 febbraio 2014 al Teatro Franco Parenti di Milano, e poi a settembre 2014, alla “Fiera delle parole” di Padova, dove predicò:

    “C’è un esempio, per esempio, nell’Odissea in cui Agamennone sottrae ad Achille la sua schiava preferita Briseide, e Achille irato non va più in battaglia. Quando Achille non va in battaglia le sorti degli Achei non vanno bene, e allora bisogna trovare una soluzione. Non si può chiedere ad Agamennone di chiedere scusa ad Achille, perché un re che chiede scusa non è più un re. Allora Ulisse organizza dei giochi, nei giochi in mezzo si mettono dei premi, tra i premi si mette anche Briseide. I giochi sono vinti da Achille e Achille si porta a casa la sua schiava.”

    Nella fattispecie non si tratta “dell’Odissea”, ma bensì dell’Iliade, prima altisonante asineria;
    e Omero non ha mai scritto nell’Iliade quello che Galimberti gli mette in bocca, ossia che “Ulisse organizza dei giochi”, in cui “tra i premi si mette anche Briseide”, seconda altisonante asineria.
    Uno studente che dicesse asinerie del genere, verrebbe subito bocciato, invece Galimberti non solo seguita ad andare in giro a predicare asinerie e scempiaggini, ma è tuttora spacciato per “filosofo grandissimo”.
    È la propaganda di “amici” e “parenti”, bellezza! Pertanto, è sì giusto fare “pubblicità” a Galimberti, ma per mostrarlo per quello che lui è davvero, ossia un “falso intellettuale”.

  18. Francesco Paolo Magno scrive:

    Le affermazioni di GALIMBERTI e quelle di AUGIAS sono una evidentissima conferma dell’appartenenza di questi due signori all’IDEOLOGIA CONFORMISTICA. Questi due personaggi hanno rinunziato ad affinare il SENSO CRITICO, che alimenta i COMPORTAMENTI DI DISSENSO. Essi hanno preferito accettare e accodarsi alle convinzioni di chi ha nelle mani il potere : questa scelta li salvaguarda dalla EMARGINAZIONE, che colpisce gli INTELLETTUALI DELLA CRITICA E DEL DISSENSO. Essi hanno tradito quella , che già per FICHTE era “LA MISSIONE DEL DOTTO”, e rientrano nella categoria degli INTELLETTUALI, contro cui BENDA lanciava i suoi strali e il suo DISPREZZO.

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