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Rileggere Grazia Deledda

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(fonte immagine)

In occasione dei novant’anni dall’assegnazione del Nobel e degli ottant’anni dalla morte della scrittrice, nel 2016 e in questo primo scampolo del 2017, gli editori si sono rincorsi in ristampe o monografie sull’autrice sarda Grazia Deledda. L’anniversario, di per sé nient’altro che una ricorrenza, ha avuto però, come spesso accade in letteratura, l’importante merito di riportare l’attenzione su una scrittrice oggi purtroppo un po’ dimenticata.

Al di là della brevità della permanenza in libreria, si tratta di un’occasione importante per ripensare a Deledda, unica donna italiana a vincere il Nobel, e alla pesante eredità che ha lasciato. Se infatti si pensa all’ambiente più intimo della scrittrice, la natia Sardegna, gli studi sulla letteratura d’immigrazione e su quella postcoloniale hanno un ruolo fondamentale nella diffusione di quel tipo di scrittura (un nome su tutti, quello della purtroppo mai finemente analizzata Savina Dolores Massa: da recuperare almeno Mia figlia follia e Dolce madre), ma l’impressione è che la Sardegna rappresenti un rimosso letterario italiano per il grande pubblico. Riguardo invece l’eredità di Deledda, proprio lo scorso anno è uscito Quasi Grazia, pièce teatrale scritta da Marcello Fois, di Nuoro anche lui come la scrittrice e forse il più deleddiano tra gli scrittori sardi di oggi.

Questa opera teatrale è un ottimo viatico per entrare nella vita della scrittrice, perché ne ripercorre con calore i tratti biografici salienti (i tre atti sono infatti il racconto del momento di addio alla Sardegna, del giorno in cui vince il premio Nobel e quello in cui un dottore dovrà comunicarle la recidività del suo male) e lo fa incrociandoli con gli aspetti della sua opera, non interrompendo mai quell’interrogazione personale sul ruolo della scrittura, dell’amore e, più in generale, del compito dell’arte nella società.

Un romanzo che è riapparso nel 2016 è Dopo il divorzio, originariamente uscito nel 1902 (ed è da questa edizione, e non quella rivista del 1920, che prende le mosse questo libro), pochi anni dopo il trasferimento a Roma, edito da Studio Garamond. Si tratta di una ristampa molto felice, perché Dopo il divorzio è uno dei romanzi più ingiustamente sottovalutati della scrittrice sarda. Il soggetto di questo romanzo, come suggerisce il titolo, è quello del divorzio, in un periodo in cui in Italia parlarne era impossibile. Con la caparbietà che sempre la ha contraddistinta però, Deledda forza il pensiero comune e scrive un romanzo forte e triste, riuscendo nel tentativo di affiancare alla critica della modernità la liricità di una storia d’amore, quella tra i protagonisti Costantino Ledda e Giovanna Era, che sfida la ratio comune attraverso la sofferenza e la solitudine, ma con il fine, forte, di un possibile ricongiungimento.

Nella sua assai acuta introduzione, Renato Marvaso propone con grande convinzione una lettura che non ha mai trovato una forte eco, ma che si attesta sicuramente come una delle più preziose e vicine al testo. Il romanzo infatti si apre con, in epigrafe, una citazione tratta dal Vangelo di Luca che recita: «E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… ed essi nulla compresero di tutto questo» (tale epigrafe non ci sarà nell’edizione del 1920, così come cambieranno alcuni passaggi importanti: anche per questo un ritorno all’edizione originale è assai importante). La citazione evangelica acquista un ruolo fondamentale se inserita nella natura del protagonista Costantino e nelle situazioni che gli gravitano attorno. Costantino infatti è accusato di aver ucciso suo zio e alla fine condannato.

Nonostante sia innocente però, accetta il verdetto della giustizia per amore della moglie Giovanna che così, ed era uno dei pochi casi in cui questo era consentito, può divorziare dall’amato marito. Una scelta dolorosa, ma compiuta sulla spinta di un amore che sembra superare le caratteristiche terrene e che poggia invece il suo sguardo su una riconciliazione superiore, raggiungibile solo attraverso il sentimento ed estraneiandosi dalle preoccupazioni umane. Il percorso di Costantino, che proseguirà poi con la scoperta del vero colpevole e la sua scarcerazione, ricalca, come quello dei personaggi che si muovono intorno a lui, i simboli più originari della cristianità.

Le lamentele di Giovanna che si trovano all’inizio del libro e che ricordano, per linguaggio e figure evocate, le parole di Cristo, sono già un indizio importante: «Costantino mio, Costantino mio, – diceva con nenia, come cantano le prefiche davanti ad un morto, – tu sei morto per me, io non ti riavrò mai più, mai più. Quei cani rabbiosi ti hanno preso e legato, e non ti lasceranno più andar via. E la nostra casa resterà deserta, e il letto sarà freddo, e la famiglia andrà dispersa. Bene mio, agnello mio, tu sei morto per il mondo, così siano morti co- loro che ti hanno legato!». Ma, come detto, la storia di Costantino è quasi un’allegoria di quella di Cristo: basti pensare a come egli viva la sua prigionia ingiusta, cioè come la punizione per un matrimonio celebrato con rito civile e non religioso, e cioè come il suo più grande peccato («Era convinto di espiare il “peccato mortale”, come egli lo chiamava, di aver vissuto a lungo con una donna senza sposarla religiosamente»).

Ma in quella situazione estrema, e precisamente durante il duro periodo di isolamento, che è nient’altro che una tappa del suo personale martirio, come Cristo si rivolge al Padre così Costantino cerca nella pietà divina il conforto interiore e riconosce nel momento estremo della sua vita il suo peccato. Inoltre ci sono molti altri passaggi in cui è possibile rintracciare la vicinanza di cui si parla: basti pensare, per esempio, alla convinzione dei concittadini circa la colpevolezza di Costantino in cui si rintraccia la parzialità del popolo che condanna Cristo e gli preferisce Barabba, oppure al riconoscimento della sua grandezza solo dopo l’uscita dal carcere, con una scena che, come ricorda Marvaso nella sua Introduzione, riporta alla mente l’ingresso di Gesù a Gerusalemme il giorno della Domenica delle Palme: «Appena si sparse la voce del ritorno di Costantino, la catapecchia del pescatore si riempì di gente, e tutto il giorno fu un andirivieni di amici, di parenti, di persone che prima non avevano mai scambiato parola col poveretto, ed ora venivano, lo abbracciavano, gli offrivano la loro casa».

Più in generale, ed è questo uno dei motivi per riproporre la lettura di questo libro insieme al fatto che ci si ritrovano anche le caratteristiche più autentiche e profonde della scrittura dell’autrice sarda, Deledda sembra avere l’intento di aprire una riflessione autentica e sincera, senza quindi nascondere debolezze o difficoltà, su alcuni dei caratteri decisivi dell’umanità e anche su un passaggio legislativo tanto delicato quanto importante, come quello del divorzio nello stato italiano del primo Novecento. Nel carattere allegorico della vicenda di Costantino e degli altri personaggi, si può leggere un’interrogazione continua sul senso della cristianità, e della religiosità in sé, sulle intemperie che l’istituzione della famiglia si trascina da secoli e sulla lotta personale e morale che ogni individuo compie, ogni giorno, nella sua intimità.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
Commenti
11 Commenti a “Rileggere Grazia Deledda”
  1. francesco scrive:

    casa editrice, studio garamond, non certo facile da trovare in libreria.

  2. Gentile Francesco, Studio Garamond è un marchio registrato di ‘Edizioni della Sera’.
    La nostra distribuzione: http://www.edizionidellasera.com/distribuzione

    La qualità di queste pubblicazioni, purtroppo, risente del momento difficile dell’editoria italiana in cui si privilegia il commerciale al volume di cultura. I nostri primi quattro titoli, tuttavia, si sono ritagliati un ottimo spazio in libreria soprattutto all’uscita, per poi essere riforniti con continuità ma sempre scontando il trend a cui facevo riferimento prima.

    Glieli segnalo qui: http://www.studiogaramond.com/libri

    Cordiali saluti.

  3. Andrea scrive:

    Onestamente riproporre nel 2016 una scrittura cosi manifestatamente inattuale mi sembra un azzardo quasi autolesionistico… è difficile poi lamentarsi se il fatturato delle case editrici cola a picco. Se la scrittura è inattuale le tematiche affrontate sono sel tutto indigeribili. Al di là del modesto interesse storico-politico per una questione come quella del divorzio che grazie a dio appartiene ad un passato quanto mai remoto, la metafora del sacrificio e della redenzione in odore di santità è attraente come può esserlo un picnic su una coperta bagnata… nello sterminato patrimonio di testi che ci precedono e nell’altrettanto sterminato oceano di scritture in cui siamo immersi era davvero necessario accendere i riflettori su questo piccolo esempio di ciò che più non ci appartiene?

  4. Andrea, per quanto ci riguarda il fatturato non cola a picco e tanto meno per questa collana dove, oltre a ricevere patrocini e una rassegna stampa clamorosa, siamo stati protagonisti di buone vendite e presentazioni. In sintesi, per ora, un progetto di recupero letterario riuscito.

  5. Andrea scrive:

    Sono immensamente felice che Grazia Deledda possa contare su oceaniche schiere di estimatori, e sarei ancora più felice se si trattasse di giovani estimatori… sarebbero braccia tolte alla playstation e occhi sottratti alla televisione. Ma questo clamoroso e insospettabile successo non sposta di una virgola il punto della questione: non tutto ciò che ammuffisce è meritevole di essere salvato. La cultura non è un santuario è un ring, un campo di battaglia, aspro e doloroso, dove sopravvive solo ciò che è capace di aggredire il presente e dargli una nuova direzione, un nuovo sviluppo. Non si può recuperare qualsiasi cosa, fare cultura e fare antiquariato sono due cose diverse. Davvero Grazia Daledda può rappresentare un punto di osservazione e una chiave di lettura della modernità, un nuovo canone capace di traghettarci verso un altra idea di letteratura ? Mi perdonino i così numerosi lettori della Deledda ma rimane in me più di qualche ragionevole dubbio.

  6. Stefano Trucco scrive:

    Sospetto fortemente che “Andrea” abbia autopubblicato una trilogia fantasy di circa 1000 pagine che inizia con un cavaliere, un elfo, un nano e un mago che si incontrano per caso in una locanda… oppure un noir con un commissario disincantato con un oscuro segreto che deve dare la caccia a un serial killer che colleziona i nasi delle sue vittime… oppure un romanzo di formazione con quattro amici degli anni Novanta di cui uno ha successo, un’altro muore di overdose, il terzo va a fare il santone in India e il quarto, il narratore, rappresenta tutti noi… oppure un violento pamphlet di denuncia contro la casta dei radical chic… insomma, cose nuove, nuove direzioni, nuovi sviluppi, capaci di traghettarci verso un’altra idea di letteratura.

    (nel caso “Andrea” fosse una donna la lista sarebbero un po’ diversa)

  7. Andrea scrive:

    Rimango sempre affascinato dalla straordinaria rapidità con cui l’accusatore si ritrova sul banco degli imputati. È un ribaltamento meraviglioso che richiede grande preparazione atletica. Nelle arti marziali per ribaltare l’avversario bisogna portarlo fuori dal suo asse di equilibrio. Sembra facile ma non lo e’. Se non suonasse un po’ troppo evangelico risponderei che sono colpevole come tutti gli innocenti e innocente come tutti i colpevoli. Mi limito a rispondere che il sospetto intossica o quanto meno non migliora la digestione. Venendo al merito dell’accusa mi sembra di capire che il ragionamento sia più o meno questo. Il profluvio di immondizia che sommerge i lettori non è smaltibile con la raccolta differenziata, pertanto si accumula e per così dire ricade su se stesso come in un ciclo dell’eterno ritorno. Qual’è allora la soluzione? Per salvare i lettori da questa banalità del male, perpetuata a loro danno da editori senza scrupoli, la soluzione è scoperchiare le tombe dei mondi che furono e piazzare sul mercato la riscoperta di Grazia Daledda…. non sono un esperto di logica ma mi sembra che tra la premessa e la tesi del ragionamento ci sia un rapporto difficile o quanto meno litigioso. Sarà che non mi piacciono i rapporti a distanza.

  8. Stefano Trucco scrive:

    Se il discrimine è la ‘modernità’ allora non c’è niente da dire: quelle sono le storie che vanno sul mercato moderno, italiano e non solo, e bisognerebbe pubblicare solo quelle.
    La manutenzione del canone e la riscoperta di autori del passato sono funzioni tradizionali e essenziali dell’editoria. Le riscoperte a volte funzionano e a volte no. Negli anni scorsi, per esempio, in Gran Bretagna e Stati Uniti è stato rilanciato con grande successo il dimenticatissimo Hans Fallada, un autore che riporta alla mente i vecchi Medusa verdi sulle bancarelle. E Irene Nemirovsky? E John Williams? Ce n’è almeno uno ogni anno.
    Potrei avere anch’io i miei dubbi sulla ristampa di Grazia Deledda ma, ripeto, questa è una cosa che le case editrici fanno normalmente e ovunque, non solo in Italia.

  9. Andrea scrive:

    Mi hai fatto venire in mente Gramsci e la sua felice defininizione della crisi… “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati (…)”.
    Inutile dire che per Gramsci lo stallo della classe dirigente è lo stesso stallo delle élite culturali: se il passato non arretra il futuro non avanza e nell’incapacita’ di guardare avanti ci si rassegna a voltarsi indietro.
    La riscoperta, persino di Grazia Deledda, non è il male è piuttosto il sintomo… il male sta dietro, sta nella rassegnazione, nella cedevolezza con cui abbiamo rinunciato all’idea di partorire qualcosa di nuovo. Siamo tutti colpevoli e non perché ci ritroviamo a leggere Grazia Deledda ma perché ci siamo disconnessi dal presente, non riusciamo piu a trovare uno sguardo che ricongiunga i frantumi di questa realtà esplosa, e c’è ne stiamo qui isolati in questa tribù di indiani a guardarci l’ombelico e a parlare della riscoperta di Grazia Deledda….

  10. Matteo Moca scrive:

    Credo Andrea che il tuo discorso abbia qualcosa di veritiero, anche se preso da un’angolatura molto diversa: il fatto cioè che Deledda non rappresenti ovviamente un’autrice “attuale”. Eppure non credo che sia l’attualità o l’inattualità di un autore a dover muovere le scelte di una casa editrice (e lo dico perché tu le tiri in causa). Potrebbe forse essere più interessante andare alle radici di questa inattualità, superando le difficoltà stilistiche, e andare a vedere se, nei tempi di pubblicazione, questi libri hanno significato qualcosa per il pubblico. Mi è sembrato che questo accadesse con Dopo il divorzio che, oltre al tema principale, fortunatamente inattuale, questo sì, per noi, ha questa tematica religiosa che doveva senza dubbio parlare in maniera più diretta ai lettori di inizio Novecento. Nello stesso tempo poi, rileggere un’autrice come Deledda non significa aver sbagliato qualcosa, perché non vedo come dovrebbe escludere la realtà presente di cui tu parli.

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