hemingway

Come Vivere Nella Faccenda: rileggere Hemingway oggi

hemingway

di Leonardo Merlini

Nel 1918 in un elegante palazzo del centro di Milano il giovane Ernest Hemingway fu ricoverato e curato per le ferite ricevute sul fronte italiano della Grande guerra. Cento anni dopo, in via Armorari rimane la lapide che ricorda quei giorni, e, accanto a essa, rimane la domanda di fondo su un autore che è diventato – in una certa misura con compiacimento, in un’altra suo malgrado – “l’icona  dello scrittore americano del Novecento” (come hanno scritto nel loro Dizionario Einaudi della letteratura americana dal 1900 a oggi Luca Briasco e Mattia Carratello), ma che anche è stato schiacciato dalla sua stessa immagine e, come aveva sottolineato Italo Calvino già negli anni Cinquanta, da quella “filosofia di vita di cruento turismo”, divenuta presto, nella temperie della contemporaneità, per molti insopportabile. Era il prezzo da pagare per una popolarità che Hemingway seppe impersonare come pochi altri? Forse sì, ma sotto il suo celebre iceberg c’era, anche in questo caso, molto di più.

“Oltre le dolcezze dell’Harry’s Bar e le tenerezze di Zanzibar, c’era questa strada, oltre le illusioni di Timbuctù e le gambe lunghe di Babalù, c’era questa strada – cantava Paolo Conte nel suo brano intitolato proprio Hemingway – Questa strada zitta che vola via, come una farfalla o una nostalgia, nostalgia al gusto di curaçao, forse un giorno meglio mi spiegherò”.

Non sappiamo esattamente dove sia questa strada, però un testimone diretto ci assicura che quel giovanotto con un sorriso alla Tom Cruise (guardatevi le foto dello scrittore 18enne) è riuscito a “rompere il velo tra letteratura e vita” e dato che quel testimone si chiama James Joyce ecco che il quadro diventa ancora più interessante. Così sarà ancora bello pensare i due che nella Parigi degli anni Venti, insieme al biondissimo Scott Fitzgerald, fanno a pugni con il colosso del Modernismo, giocando ciascuno la propria solitaria ed epocale partita.

Parigi, appunto. Quella stagione da espatriato che Hemingway ha raccontato al meglio nelle pagine di Fiesta, il suo romanzo d’esordio uscito nel 1926 che, accanto ad Addio alle armi e ad alcuni dei 49 racconti, resta probabilmente la cosa migliore che abbia mai scritto (ma poi vengono in mente altri frammenti, i primi bozzetti o alcune epifanie nel colossale postumo Isole nella Corrente, e anche qualche sprazzo di Festa Mobile, come l’immaginario dialogo con una ragazza in un bar: “Parigi è mia e tu sei mia”). Restando però a Fiesta, finalmente possiamo dimenticare la ritrita citazione sulla “Generazione perduta” di Gertrude Stein, perché oggi serve a poco, perché oggi pesa molto di più la scabra e per i tempi crudele lezione formale del romanzo, il suo procedere per dialoghi impellenti, necessari in quanto inutili; il suo dare una forma essenziale all’idea di “morale pratica” di fronte all’insondabilità di ogni cosa – Parigi o la Spagna e le corride, scegliete voi – in cui si imbattono i suoi protagonisti. In questo senso, senza volere azzardare classifiche di sorta, Fiesta fa un passo diverso rispetto al quasi contemporaneo Grande Gatsby di Fitzgerald, perché sceglie di non chiudere la vicenda, ma di lasciare (oltre alla sconfinata malinconia del lettore) un fallimento sospeso e inesauribile, che neppure la morte risolve e neppure la vita (altrimenti detta anche “la faccenda”) .

“A me non importava di sapere cosa fosse tutta la faccenda – dice a un certo punto il narratore Jake Barnes -. M’importava di sapere come vivere, nella faccenda. Forse però se scoprivate come viverci potevate anche capire cosa l’intera faccenda fosse”.

Shakespeare, chiaramente, passava di lì in quel momento, ma la grandezza di Hemingway era proprio nella noncuranza apparente (nella costruita noncuranza) di quella relazione con la Letteratura (con la elle maiuscola, e oltre al Bardo ci starebbe bene anche un qualche Omero). “Chiama le cose come le vedi – dirà a un certo punto l’anziano scrittore alla massa assetata dei suoi ammiratori – e al diavolo tutto il resto”. Comunque la vogliate vedere, questa resta una lezione importante.

Poi c’è tutto il resto, ovviamente: la retorica, la caccia, l’alcol, i libri brutti, le tristissime gare di sosia cui siamo obbligati ad assistere, i cocktail con il suo nome, troppe mogli, un fucile e una domenica mattina scandalosamente radiosa  nel 1961. E ancora: la tristezza e la solitudine che il successo portava con sé; le fotografie di una vita sportiva che mostrano quanto fossero diverse le facce di Hemingway, come sembrasse a volte giovanissimo, a volte decrepito, a volte semplicemente un giornalista spaventato, a volte tutte le cose contemporaneamente. Saul Bellow ha scritto che “la felicità cui Hemingway aspira deriva spesso dalla sospensione del ricordo”. Forse questo è il (non) luogo in cui fermarsi, quel posto pulito e illuminato bene dove la notte non riesce ad arrivare e dove il tempo, cantava Enrico Ruggeri, non è ancora scaduto e il suo fantasista può sperare che l’arbitro “non fischi la fine mai più”.

Aggiungi un commento