Rina Durante BN

Ricordare Rina Durante

Rina Durante BN

(Foto: un’immagine del film L’isola di Rina di Caterina Gerardi)

Rina Durante è stata molte cose. Scrittrice, poeta, saggista, giornalista, “militante” culturale appartenuta a una stagione forse irripetibile della letteratura salentina, e più in generale pugliese. Rina morì nel dicembre del 2004, nove anni fa, e negli ultimi anni della sua intensa vita collaborò assiduamente al “Corriere del Mezzogiorno”.

Il suo articolo più bello, forse, è un lungo racconto dedicato alla “sua” isola, Saseno. Figlia di un sottufficiale di marina, Rina Durante aveva trascorso l’infanzia nell’isola che fronteggia il golfo di Valona, allora controllata dagli italiani. E, come ricordato nel film “L’isola di Rina” di Caterina Gerardi, in seguito ha tenuto sempre racchiuso dentro di sé, come un pungolo, questo peculiarissimo trascorso albanese e marinaro, la sua stramba infanzia tra le ginestre, che le permetteva di avere uno sguardo levantino, esterno, quasi di sbieco – si potrebbe dire –  rispetto alle faccende umane. Uno sguardo pienamente figlio del Canale d’Otranto, dei suoi intrecci e del suo meticciato culturale, che tanto ha segnato anche un’altra scrittrice che lei ha amato, Maria Corti. Ma nei suoi ultimi articoli per il “Corriere” Rina (che aveva a lungo scritto anche sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” e sul “Quotidiano”) si occupò anche d’altro, disegnando via via una costellazione di interessi e punti fermi, alla luce della quale indagare il nostro presente.

Un tema che a Rina Durante stava molto a cuore era quello del rapporto con la tradizione popolare, il rapporto con la tradizione dimenticata dei canti contadini e bracciantili, con la cultura grika, riportata alla luce a partire dagli anni sessanta da un attento e variegato movimento culturale di cui fu uno dei principali esponenti. Tale rapporto – aveva capito la Durante – non poteva essere neutrale, né poteva ridursi semplicemente a un recupero edulcorato, astorico e antistorico, come sovente è poi avvenuto nel nuovo secolo.  Rielaborare la cultura di quelle che Gianni Bosio aveva definito “classi non egemoni” voleva dire innanzitutto riconoscere le storie di sfruttamento, esclusione, miseria, fame, desiderio di rivolta che le avevano generate.

Tenerne conto era (ed è tuttora) anche il giusto modo per cogliere tutti i nessi tra cultura colta e popolare, i continui rimandi tra poesia e canti, come – riconobbe una volta la Durante proprio sulle pagine del “Corriere” – aveva compreso il suo amico e poeta Vittorio Pagano, altra figura da riscoprire della cultura salentina. “A fronte di un uso acritico del folklore, che è proprio dei nostri giorni”, scriveva Rina Durante in un ricordo del poeta scomparso nel 1979, “Pagano scompagina gli stereotipi di una letteratura anonima e spontanea, marca le linee di confine con le altre culture, e nel contempo suggerisce un’unità di fondo tra le due produzioni, la popolare e la colta. Che è un modo di guardare al folklore al di là degli schemi suggeriti dalla tradizione antropologica del secondo Novecento.” Il decennale della scomparsa della Durante si avvicina ed è tempo di un bilancio critico, oltre che della riscoperta della sua opera, in particolare di quei libri che appaiono ormai introvabili nelle librerie.

Rina è stata una scrittrice che si è mossa nell’arco del Novecento, tra due poli di scrittura che possono essere individuati nel suo romanzo “La malapianta” (edito da Rizzoli nel 1964) e i racconti contenuti in “Gli amorosi sensi” (edito da Manni nel 1996). “La malapianta”, muovendosi tra realismo e sperimentalismo, è la descrizione di un mondo contadino scombussolato, in preda a un processo di disintegrazione prima e dopo la seconda guerra mondiale (come notò ad esempio Tommaso Fiore, cui il libro piacque particolarmente). A cinquant’anni di distanza, il tono delicato e antiretorico di Rina tiene attaccati alla pagina; così come la maestria nell’adottare un montaggio corale, che spezza per certi versi i canoni del realismo più rigido, mostra tutta la tensione della sua ricerca letteraria.

“Gli amorosi sensi” sono invece racconti della piena maturità. Qui Rina Durante narra e medita l’amicizia con Vittorio Pagano e la scomparsa di un mondo culturale salentino vitalissimo (per quanto cresciuto “a parte”, per sentieri propri, rispetto ai centri metropolitani della cultura italiana: “Che vivessimo lontani dai grandi centri del potere editoriale ed economico era un grosso vantaggio, anzi un privilegio per noi”), la mutazione del paesaggio (“L’improvviso benessere ha messo in moto un meccanismo di piccole e grandi complicità che hanno coinvolto tutti, dalla classe politica agli amministratori, posti di fronte al dilemma se favorire la speculazione o perdere le elezioni, ai semplici cittadini desiderosi di possedere una casetta al mare”), il ritorno al privato (anche in provincia) dopo le speranze del ’68, la constatazione della difficoltà enorme di mutare il pantano dei rapporti umani (e soprattutto di poterlo fare attraverso la politica e la cultura).

Tra le pagine scorre una lucida e soffusa amarezza, sembra soffiare lo stesso vento che anima gli ultimi racconti di Fabrizia Ramondino (“Il calore”, “Arcangelo e altri racconti”). Siamo in territori simili, lo sguardo sugli esseri umani e loro cose è il medesimo. Rina, in fondo, è stata una narratrice dei margini. Di chi ci si trova per lo scandalo dell’ingiustizia sociale, di chi ci si colloca per scelta, di chi abita una “terra di mezzo” tra culture e mondi diversi.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
3 Commenti a “Ricordare Rina Durante”
  1. Mariateresa scrive:

    Quel suo modo di guardarti, attraverso il fumo dell’immancabile sigaretta, il volto da antica apache che ti scrutava, come a dire “Io che vengo da un mondo che voi cronisti di quotidiana storia, non potete manco immaginare”, Rina era il Salento, la sua cultura nascosta, i versi di Bodini che risplendono nell’universo poetico come stelle nella notte, così segreti, ignoti, colpevole un’industria della diffusione libraria che non ristampa se non c’è l’exploit, lei pure troppo schiva, non è che venisse coi suoi libri, ecco leggete, non credo di averla mai sentita parlare di una sua opera, snob, fino in fondo, popolare e snob come il Salento del resto che non credo si possa mai prestare a una riscoperta di massa, seppure le pizziche e le tarante ormai raccolgano masse…sì forse bisognerebbe conoscerla di più. Maria Corti, sebbene non di qui, eppure era più nota più letta di lei che può essere riscoperta ora essendo questo un compito che non si addiceva alla sua indole, di osservatrice, di reduce di un passato tanto glorioso quanto solitario in fondo, nascosto, ridotto a pochi anni. Troppo schiva, troppo consapevole, la malapianta in fondo dello starsene appartati che non produce fama letteraria.

  2. Maurizio Meo scrive:

    Mia maestra di vita, oltre che docente di storia della letteratura. Sempre originale, comprensiva e severa allo stesso tempo.
    Il ricordo che ho di lei è tanto simile al famoso prof del film L’ATTIMO FUGGENTE.

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  1. […] ci ricorda Alessandro Leogrande in un suo saggio pubblicato su minimaetmoralia, il romanzo, “muovendosi tra realismo e sperimentalismo, è la descrizione di un mondo contadino […]



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