rinog

Rino a Montesacro

rinog

Oggi Rino Gaetano avrebbe compiuto 66 anni. Lo ricordiamo con un pezzo uscito sulla rivista Menabò che ricorda il suo rapporto con il quartiere romano di Montesacro, dove visse (fonte immagine).

Su piazza Monte Baldo il viavai è incessante. Ci sono i bambini usciti di scuola accompagnati dai genitori, le automobili e gli autobus che sfrecciano sulla rotonda in un flusso continuo, c’è chi spazza i cortili, chi porta gli occhiali e chi va a Porta Pia, lì dove finisce – o inizia – la Nomentana. Un ragazzino sfugge al controllo della madre e usa una bomboletta spray sulla porta blu mare di una pescheria, incide uno scarabocchio guadagnandosi un rimbrotto.

Proprio lì sulla piazza, lì dove adesso c’è l’insegna di Aleandro con la pescheria dalla porta blu mare, tra una tavola calda e un emporio, c’era un tempo il bar del Barone, tappa obbligata per chi voleva tirar tardi nel quartiere giocando al flipper, alla dama o per un ultimo bicchiere. Tra gli avventori che ci capitavano più spesso, nelle movimentate serate degli anni Settanta, un ragazzo scapigliato sorseggiava birra chiara in lattina poggiato al bancone. Con la famiglia era arrivato a Roma da Crotone nel decennio precedente e dopo aver mosso i primi passi nel teatro e nel cabaret era arrivato alla canzone: il ragazzo-Rino Gaetano.

Siamo negli accesi/violenti anni Settanta di Roma, attraversata da scosse telluriche. La città è un ribollire di fermenti artistici ma le strade letteralmente scoppiano, i muri sono tappezzati di manifesti politici e locandine di concerti. Al Folkstudio di Trastevere, dall’altra parte della capitale, si va formando una scena che vede tra i protagonisti Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Sergio Caputo e lo stesso scapigliato Rino, decisamente l’outsider del gruppo. Intanto fascisti e militanti della sinistra extraparlamentare si colpiscono a vicenda, fino a quando con l’uccisione di Valerio Verbano la morte piomba nel quartiere, proprio mentre il decennio volge ormai al termine.

Rino Gaetano si era stabilito a Montesacro nel 1967, in via Cimone – nella Città giardino, a pochi passi dai portici di piazza Sempione. Qualche anno dopo si traferì in via Nomentana Nuova, in uno spiazzo leggermente riparato dalla grande strada, un palazzone alto e austero di finestre e balconi  che s’allunga per sette piani, con vista sullo storico ponte merlettato che attraversa l’Aniene, nel parco che fiancheggia per un breve tratto la trafficatissima arteria romana che porta a nord-est.

All’epoca il quartiere era abitato soprattutto da militari e impiegati nelle ambasciate. Se la quantità di macchine di passaggio è rimasta identica (che siano a cherosene o a gas o addirittura elettriche), gli autobus, quelli arancini e sbuffanti,  sono stati – molto lentamente – rimpiazzati, da nuovi mezzi ugualmente sbuffanti. Il giovane Rino di fine ’60-primi ’70, quasi-spiantato e non ancora famoso, era davvero un gran frequentatore di autobus – tanto che le linee storiche che passano sulla Nomentana compaiono qua e là nei suoi testi. In Tu forse non essenzialmente tu, la stessa in cui racconta del bar del Barone in piazza Monte Baldo e della birra chiara bevuta a goccia dalla lattina, canta “Me ne frego e non penso a te/Avrei bisogno di un passaggio/Ma conosco le coincidenze del 60 notturno”.

Yeah, quelle coincidenze che conoscono a memoria gli studenti che continuano nottetempo ad affollare le fermate del night bus più frequentato della città, pigiati per tornare a casa dopo una serata in centro, nell’attesa del passaggio pubblico che ogni volta tende all’attesa infinita. Bruno Franceschelli, uno dei vecchi amici di Rino lì al bar del Barone, ricorda ancora le corse fatte con il compagno di tante serate per acciuffare l’ultima linea in partenza dal centro storico fino alla Nomentana, fino a casa. E poi in quella che forse è la sua miglior canzone, Ma il cielo è sempre più blu, Rino Gaetano ha voluto nuovamente omaggiare tutta quella fauna che “prende il 60”. Un vero Rino-bus, insomma: di tanto in tanto, quando il quartiere lo celebra, sull’insegna luminosa a puntini compare la scritta 60 N – In Onore A Rino Gaetano.

Altri ricordi del quartiere al suo artista più amato: la targa di marmo che nel 2011 è stata affissa accanto al civico di via Nomentana nuova 53, dove il cantautore ha vissuto dal 1970 al 1981… eggià, una lapide retorica come tutte le lapidi, “Grande autore e interprete della canzone italiana”. Di fronte al portone c’è ancora l’edicolante a cui Rino affidava le chiavi della macchina, tornato da casa. “Rientrava spesso alle cinque del mattino – ha raccontato l’edicolante –  quando io aprivo e sistemavo i giornali freschi del mattino: mi lasciava le chiavi e gli sistemavo l’auto”. Accanto al civico 53, ecco invece uno dei tanti market gestiti da indiani o bengalesi: se il bar del Barone ha lasciato il posto alla pescheria, il Rino Gaetano di oggi si servirebbe di lì, vicino casa, chissà scendendo in ciabatte quando l’estate arriva con le nuvole rigonfie di speranze/e nuovi amori da piazzare sotto il sole.

Ma è dunque il due giugno 1981, incidentalmente festa di quella Repubblica spesso presa a sberleffi nei versi delle sue canzoni, che il destino attende Rino. Presto si sarebbe sposato e avrebbe lasciato il 53 di via Nomentana per trasferirsi in una villa a Fonte Nuova. È una di quelle notti a tirar tardi passate in giro con gli amici; stava rientrando a casa e imbocca dunque la Nomentana a lui così cara, a bordo di una Volvo grigia modello 343; poco dopo il grande incrocio con viale XXI Aprile, all’altezza di via Carlo Fea, la macchina sbanda – probabilmente in seguito a un collasso del conducente, che perde conoscenza – sulla corsia opposta e viene travolta da un camion.

In quella notte calda e sfortunata arrivò al policlinico Umberto I in fin di vita; cinque ospedali rifiutarono il suo trasferimento per mancanza di posti, e se esistono dilaganti teorie su un suo omicidio, è pur vero che nella Ballata di Renzo proprio Rino aveva immaginato un ragazzo investito e successivamente morto per mancanza di posti letto in altri ospedali.

La strada molto lunga
s’andò al san Camillo
e lì non lo vollero per l’orario.
La strada tutta scura
s’andò al san Giovanni
e li non lo accettarono per lo sciopero.

Quando renzo morì, io ero al bar
bevevo un caffè
Quando Renzo morì, io ero al bar,
al bar con gli amici
Quando Renzo morì, io ero al bar

Da qualche anno il due giugno è il giorno della Repubblica, ma lì tra i portici di piazza Sempione una festa alternativa ricorda Rino Gaetano di Montesacro.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
Aggiungi un commento