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Ripescaggi: “Vita di Carmelo Bene”

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di Simone Bachechi

Una biografia su chi come Carmelo Bene, provandolo a esprimere con il suo linguaggio, si auto-s-profetizza come il vate dell’oblio, del non essere e dell’abbandono, può sembrare un ossimoro. Per chiunque voglia avvicinarsi al genio di Campi Salentina, in ogni caso a una personalità che rimarrà nella storia del teatro nei secoli, ma si potrebbe dire anche della letteratura, del cinema e dell’arte tout court, la “Vita di Carmelo Bene” – edita da Bompiani – può essere una valida guida e non solo come può fare una comune biografia d’artista, ma come vera e propria opera letteraria compiuta, in ossequio alla sua stessa idea dell’artista “capolavoro”.

Sono stati versati fiumi d’inchiostro sulla sua arte, sulla sua opera di demolizione del teatro “classico”, di regia, sul concetto stesso di rappresentazione, con l’utopia di una rappresentazione senza spettacolo, utopia a suo modo realizzata alla Biennale teatro a Venezia nel 1989, dove fatalmente, lungi questo essere dovuto alle pastoie burocratiche e alle stroncature istituzionali, non è arrivato a portare in scena alcunché. Si sono sprecati studi, saggi, tesi di laurea sulla sua concezione del linguaggio, sulla multidisciplinarità della sua opera, dal teatro, al cinema, alla filosofia, al suo aver fatto filosofia con il teatro e teatro con la filosofia, eppure per chi voglia avvicinarsi a C.B. (l’affettuoso identificativo affibbiatogli dal suo amico e omologo in filosofia Gilles Deleuze e da sempre utilizzato per contrassegnarlo da parte dei suoi eletti), forse il modo migliore può essere proprio una biografia.

Nella forma del saggio-intervista, queste oltre 400 pagine rendono a pieno l’immagine dell’artista-veggente, forse l’ultimo, dove proprio vita, arte e opera si fondono in un unico coagulo e vulcano in continua eruzione. Le domande in grassetto dell’ intervistatore Giancarlo Dotto, aiuto regista per anni di C.B. e amico fraterno, le note in corsivo che servono  quale contestualizzazione storico-culturale della seconda metà del novecento italiano (il volume è anche un coltissimo divertissement  tramite il quale scoprire con il sorriso sulle labbra e intercalate fra la narrazione dei suoi eccessi privati, dottissime speculazioni filosofiche, alcuni esilaranti aneddoti riguardanti i protagonisti del mondo letterario e non solo degli anni che C.B. ha attraversato con il suo “sorvolo”, tipico concetto beniano), le conseguenti dis-argomentazioni, lucidissimi deliri e confessioni a cuore aperto di C.B., creano un denso e ipnotico magma che è in ultima istanza la parola,  quel suono che dalla cavità orale si fa scrittura in questo caso,  quella cosa  che sconfessa sé stessa uscendo dal diaframma utilizzato in modo quasi indù da C.B., soprattutto la sua musicalità, sintesi lirica, con i voli radenti, i  picchi, le  interferenze e forza creatrice e distruttiva allo stesso tempo, lei vera e unica protagonista di questo libro e di tutta l’arte di C.B.: “tutto quanto ti riguarda l’hai già vissuto nel corpo tipografico, la vita poi non ti resta che sviverla”.

La furia iconoclasta di C.B. (“detesto chi fa i baffi alla Gioconda, ma non ho niente da dire a chi la prende a pugnalate”), l’anarchia in qualche modo istituzionalizzata, contro “la democrazia culturale che festeggia e uguaglia tutte le opinioni” le continue sollecitazioni dell’ “enfant terrible”, del criminale, del folle del teatro italiano, trovano in queste pagine la sua massima espressione e costituiscono un po’ la summa del suo pensiero (de-pensamento per il genio). Sono qui ripercorse le tappe del suo percorso artistico e umano. Dalla nascita e infanzia nel profondo sud del Salento, quel “sud del sud dei santi” amato e odiato allo stesso tempo, alle prime dis-avventure della scoperta del sesso, un memoir che tramite il medium della sua voce passa dalle prime esperienze da giovane “maledetto” e squattrinato con il teatro laboratorio da lui fondato a Roma, fino alla sua prima rappresentazione e scandalo con il “Caligola” da Camus del 1959.

Questa biografia è anche un ipertesto, dal quale partire con occhi beniani, all’esplorazione delle sue (di C.B.) dis-appartenenze culturali, con le “mezze calzette” che lo hanno abitato, gli impostori, i canonici fra i quali inserisce Buzzati, Calvino, Parise, il neorealismo e il cinema in generale, facendo a pezzi praticamente tutto o solo svelando il lato manipolatorio, buffonesco, cialtrone, storicistico e incistato nel dominio del “sociale” di ogni tipo di rappresentazione artistica. C.B. ha fatto questo con l’arte stessa, facendoci vedere le cose così da vicino in modo da non farci vedere più niente, smascherando lo stesso concetto di arte, di teatro di cinema, altro che avanguardie, da C.B. altrettanto disprezzate proprio perché “storiche”.

Le memorie aneddotiche di C.B. si fondono alle sue più spregiudicate e “delirate” teorizzazioni:  Landolfi che sfotte Montale, lo stesso “Eusebio nazionale” che nella villa di Forte dei Marmi, dove C.B. ha trovato per un lungo periodo una delle sue provvisorie dimore,  se ne va a letto mentre lui e la sua confraternita si dà ai bagordi più sfrenati, il pittore di strada argentino assunto da C.B. per la  rappresentazione di “Cristo 63”, una delle sue prime stesure nel laboratorio teatrale di Trastevere, dove lo stesso pittore urina addosso all’ambasciatore di Argentina, le vicissitudini e il caos da Gran Guignol  al Festival del cinema di Venezia del 68  per “Nostra signori dei turchi”. E ancora, il rapporto di C.B. con quell’Aldo Braibanti che non esita a definire “Il miglior intellettuale che avesse l’ Italia a quell’epoca, un profeta in anticipo di trent’anni”, un po’ un Pasolini misconosciuto, Pasolini stesso da C.B. definito “un Pascoli minore”, un altro dei pochi che salva, insieme in parte a Moravia “Il Sartre italiano”, Arbasino, Landolfi stesso, Flaiano, il suo rapporto di amore odio con Eduardo De Filippo, la Morante, fino ad arrivare a parlare di quel Joyce, l’incontro letterario che confessa avergli cambiato ogni prospettiva. Parlando del premio Nobel Dario Fo, l’intervista da cui è tratto il volume è del 1998, l’anno successivo alla consacrazione del “giullare di Dio”, C.B. lo cataloga fra i testimoni del buffo che per lui sta al comico come l’apollineo sta al dionisiaco. Senza addentrarci in complesse speculazioni sulla poetica dionisiaca beniana, valga solo dire che l’arte, il  teatro di C.B., la parola, il “gesto”  è il regno di Dioniso, dell’indicibile e che C.B. è stato l’unico, il primo e  ultimo, lasciando dietro di sé un vuoto di epigoni,  che  ha portato in scena la più anti-accademica filosofia contemporanea con i suoi più dirompenti sviluppi, quella francese  di Deridda e Deleuze, l’antipsichiatria, lo strutturalismo lacaniano, Foucault, frammenti nietzcheani disseminati ovunque in tutta la sua parabola artistica, contro qualsiasi forma di avanspettacolo e arte facilmente consolatoria.

Con il suo linguaggio barbarico, con la sua “contro-tecnica” da balbuziente ha anche durante tutta la sua parabola umana e artistica denunciato la sciatteria e la melassa del mondo letterario-artistico dove tutti sembrano amici ma dove l’odio, l’invidia è il sentimento più umano, l’unico possibile forse. Viene in mente in letteratura il Martin Amis de “L’informazione” o il Bernhard de “Il soccombente” dove il tema dell’invidia e del genio sono trattati con somma maestria e limpidezza.

Il suo teatro è la smarginatura dell’orale, una cacofonia paralizzante che lo ha messo continuamente in una strana luce di sospetto, il sospetto del non senso, del kitsch, di una fuga nell’irrazionalismo come lo ha sempre accusato la (da lui detestata) critica militante, proprio quella che lo ha amato, odiato, adulato, in ogni caso guardato sempre di sbieco in un misto fra scandalo e ammirazione. Esarchi di un’epoca oramai sepolta, quando addirittura si faceva cultura in televisione.

La musica infine, l’approdo più compiuto della sua teorizzazione contro-estetica e necessariamente sviluppo più maturo del percorso artistico di C.B., anzi per dirla con lui del “capolavoro Carmelo Bene”. Ne dà qui un ampio resoconto nella conversazione con Dotto parlando della “Cena delle beffe”, una rivisitazione tipicamente beniana da Sem Benelli del 1988, summa e concretizzazione della parabola “teatrica” di C.B., della “macchina attoriale”, della “phonè”, definita come smarginare, cercare il vuoto,fine della rappresentazione (“niente mondo”), l’abolizione del soggetto dalla scena. Della  sua rilettura della“Cena” i cui esiti sono qui sono solo qui in parte esposti darà più compiutamente conto nel saggio-conversazione  con Umberto Artioli “Un Dio assente” (Medusa edizioni 2006), nel quale sviscera le sue teorie sull’atto che sconfessa l’azione, sulla scrittura di scena, sul recitar cantando, sulla contro-tecnica e la trance, sul suo sentirsi vicino all’attore del teatro romano, nel suo auto-vilipendersi, prostituirsi,  mostrarsi comunque, non mettendo in atto quella separazione  tutta occidentale, che è poi la storia della nostra tradizione metafisica fra corpo e anima rendendo invisibile la seconda e in qualche modo rendendola in quell’ambito dicibile, con un linguaggio analogico o allusivo.

Da qualsiasi parte lo si prenda C.B. sembra sfuggire continuamente, negarsi, eppure, lentamente e costantemente un senso ne fuoriesce. Sembra di assistere a un delirio-deliquio di parole e proto-concetti senza senso ma dai quali come nella musica qualcosa affiora. Non a caso C.B. tiene a sottolineare il suo amore per i  librettisti e non per i drammaturghi “afflitti dal logos, dal pensiero”, da qui il suo “sconfinamento” nei teatri lirici con il Manfred, con l’Otello, i suoi “Amleti” dove i testi sono solo pre-testi,dove la prosa sconfina nella musica, la letteratura nella poesia, la voce-orchestra, i suoi lavori in Russia e il predominio dell’ “atto” sull’azione, fino al suo più estremo esito che è appunto la macchina attoriale, l’amplificazione, la distruzione stessa del corpo attoriale. Il corpo, altro grande tema beniano, quel “corpo senza organi” dell’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, il corpo di C.B. dilaniato e offeso dai numerosi interventi chirurgici richiesti dalla sua esistenza sempre al limite.

Le sue vicende intime e private sono intervallate alle più spregiudicate e illuminanti teorizzazioni, creando un’osmosi fra parlante e vivente, con la sua scrittura “barbara”, da balbuziente, che è essenzialmente teatrale, dove“il significato è  un sasso in bocca al significante”, citando il Lacan tanto meditato e “delirato” da C.B., con quell’attenzione all’analisi del linguaggio, con il linguaggio che porta sempre una sensazione di disagio e disgusto, “come sollevare la pelle di un uomo” (Carlo Sini in quattro puntate realizzate da C.B. – RAI 2 palcoscenico 2001).

Molte cose di C.B., in varie forme, sono oggi abbastanza facilmente fruibili a dispetto di quella che è la sua forma intrinseca, assoluta che è la parola teatrale, “il canto che passa e oltre noi dilegua” l’atto, unico e irripetibile. Le sue opere complete sono anche state inserite fra i classici Bompiani, fra i santi, a suo dispregio, gli stessi che C.B., il misantropo, il perturbante, lo “stirneriano” che “ha fondato la sua causa sul nulla”, il rimosso, il pazzo che se lo è meritato a fronte della moltitudine di “pazzi che non se lo sono sudato”, perché parafrasando Rilke ci vuole fatica a essere morti, il mis-conosciuto (prima a sé stesso che agli altri) in odore di santità, gli stessi santi  che disprezza perché “hanno anch’essi il viziaccio di fornicare con il prossimo” e “non rinunciano al sociale”.

Carmelo Bene al cui corpo sottile sarebbe utile ritornare, sorta di medium fra anime e corpi in balia della molteplicità incalcolabile dei doppi, il suo “recitarcantare” per parole chiave espansive di un senso oltre il senso, per approdare “là dove non v’ha più modo”, in un parossismo mistico mutuato dal San Juan de La Cruz tanto citato, ditirambico, agente per sottrazione, distruttore della volontà per approdare alla “nolontà” schopenaueriana. Tutta la sua opera è un togliere di scena che però non approda mai al vuoto Taoista (un Amleto di meno), un autore disforico che ha provato con la sua parola barbarica a dire l’indicibile, il ritorno del “daimon” antico con il quale che lo si ami o lo si odi dovremmo confrontarci.

Tanto più in epoche di conformismo,in qualsiasi epoca dove il sociale è spettacolo, dove regna la regola del facci sapere quello che già sappiamo, facci pensare quel che già pensiamo,l’opera di C.B. è sempre una bella, salubre e cristallina opera di pulizia mentale e questa “Vita di Carmelo Bene” ne è un ponderoso esempio. È ben più di una biografia d’artista come comunemente la possiamo intendere, ma un’immensa vertigine sul labirintico mondo di un anti-umanista e allo stesso tempo una sublime opera letteraria già fatta. Basterebbe in uno degli ultimi capitoli la commovente pagina sul lutto per la morte del suo gatto a giustificarne la lettura: “È stato l’unico amico mio… se tanto mi duole non dev’essere poi così’ lontano, con lui non ho mai capito chi facesse il verso all’altro”.

È ben più di un ricordo da trasmettere ai posteri, scritta da un anti-storico senza che questa contraddizione debba essere risolta. Queste mie poche righe, solo un breve omaggio e un semplice atto di amore, certamente spurio, per l’arte, o l’uomo, forse la stessa cosa per dirla con C.B.: “Quello che intendo difendere non è me stesso, ma l’emozione, tutto quello che ti squassa”, consapevole, citando Giancarlo Dotto sul finale che sentenzia a C.B.“Chi ti legge ti scrive” e lui che immagino rispondermi con il suo magnetico e fulminante sguardo “È il pauperismo delle mezze calzette che è scoraggiante” aggiungendo forse: “Tacere, ecco un bel modo di dichiararsi amore e rispetto”. Giù il sipario.

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