Risorgimento

Questo saggio è apparso sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti.

A chi interessa ancora il Risorgimento? A chi interessa davvero non una sua celebrazione stantia, retorica, patriottarda, ma il frutto di una memoria viva, fervida anche quando critica?
Se c’è una parola che si aggira come una meteora alla deriva nel dibattito cultural-politico degli ultimi anni, questa è proprio «Risorgimento». Tirata in ballo ora di qua ora di là, a secondo delle convenienze.
Il prossimo 5 maggio verranno celebrati i 150 dalla Spedizione dei Mille, il cuore pulsante dell’epopea risorgimentale, preludio decisivo alla proclamazione dell’unità di Italia. Eppure non poteva esserci momento più infelice per pensare a delle celebrazioni. Il Risorgimento (quale sinonimo di unità di Italia, di Nord e Sud) è giudicato, in modo alquanto dozzinale, come la causa prima dell’annessione al paese tutto della «questione meridionale»; anche se, già negli anni quaranta dell’Ottocento, contro chi voleva limitare (molto moderatamente) l’unificazione italiana all’annessione del Lombardo-Veneto al Piemonte (senza esprimere una parola che sia una contro i regimi reazionari che stringevano in gioghi concentrici Roma, Napoli, Palermo tutta l’Italia centro-meridionale), Mazzini si espresse duramente contro il «concettuccio dell’Italia del Nord» – parziale, corporativo, miope. Mazzini sapeva bene che quel «concettuccio» aveva una forte presa nel ventre molle delle élites del paese, e anche se non poteva prevederlo con certezza poteva almeno intuire che sarebbe stato a lungo covato tra i pensieri, le ansie, i risentimenti di una buona parte della società italiana. Chissà però se avrebbe potuto prevedere che agli inizi del ventunesimo secolo, una forza di governo che osteggia direttamente e indirettamente il Risorgimento e l’unità d’Italia avrebbe occupato il ministero degli interni, importanti governi regionali e soprattutto il motore delle riforme istituzionali.
È un destino amaro, quello del Risorgimento. Da sempre accusato di essere «troppo» o «troppo poco», sovversivo, minoritario da una parte o di aver dimenticato la «questione sociale» dall’altra, si ritrova oggi stretto in una morsa terribile. Da una parte vilipeso da ogni forza che trae alimento (al Nord come al Sud) dallo sgretolamento del paese, dalla morte dello Stato, dal collasso di ogni parvenza di interesse generale, calunniato da tutte le reazioni possibili e immaginabili (papaline, borboniche, persino asburgiche…). Dall’altro difeso con armi spuntate, con la difesa del tricolore e dei Savoia, di Cavour e dei Bersaglieri… una retorica da guerra del 1915-18 che allontana anziché avvicinare. Congela, anziché riscaldare. Eppure se c’è qualcosa di interessante (storicamente, politicamente e culturalmente) nell’Ottocento italiano, a parte il travagliato e in alcuni casi tragicomico processo unitario, è il confronto serrato, acceso, spesso virulento tra moderati e democratici, tra savoiardi e repubblicani. È il vedere come questo attrito abbia sprigionato acute riflessioni, balzi in avanti, e un intreccio tra pensiero e azione spesso affascinante.
Il Risorgimento oggi è del tutto dimenticato. Ma c’è un Risorgimento ancora più oscurato. Non quello delle corti, delle annessioni, delle trame diplomatiche e del continuismo cavouriano, ma quello di un’intera generazione che si abbeverò all’idea di rivoluzione e di insurrezione, e che bruciò i propri anni migliori sull’altare di un desiderio di liberazione che dovesse essere innanzitutto auto-liberazione. Sorgere dal basso, coinvolgere le masse, salire sulle barricate, spazzare via il vecchio, scrivere nuove costituzioni, allargare spazi di giustizia…Un Risorgimento rivoluzionario che è stato faro in Europa e che ha posto al centro della propria azione un’idea che avrebbe avuto lungo corso nel secolo successivo, nel Novecento in tutte le lotte anti-colonialiste: non c’è libertà senza indipendenza; e non c’è indipendenza senza un sufficiente grado di
autonomia che può essere raggiunto solo nel superamento della frantumazione territoriale. Plurali sì, ma una penisola ridotta in granelli di sabbia non può non essere soggetta a quei venti esterni che spireranno più forti. In queste pagine, proveremo a raccogliere alcuni brandelli dell’altro Risorgimento. Alcune pagine di pensiero e di lotta. Ricorderemo alcuni personaggi grandiosi, tristemente rimossi.

Su alcune pagine di Mazzini

«La vecchia Europa è morente. Le vecchie cose accennano a dileguarsi. Tutte quelle grandi istituzioni politiche o religiose, giganti dell’evo medio, che per lo spazio di sei o otto secoli si contesero la dominazione del mondo, minacciano visibilmente rovina: il tempo della loro vita è consunto».
Così scrive Giuseppe Mazzini in un suo testo del 1834, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa. E bastano queste righe per capire appieno il fascino che ha esercitato su migliaia di rivoluzionari, esuli, rifugiati, dissidenti politici, italiani e non solo.

Il Manifesto del partito comunista (che inizia con le note parole: «Uno spettro si aggira per l’Europa…») verrà scritto quattordici anni dopo. Qui abbiamo lo stesso tono perentorio e apocalittico, la stessa idea del dileguarsi, del crollo di quanto è marcio, ovviamente in una prospettiva diversa. Mazzini fu un acuto interprete del risveglio delle rivoluzioni nazionali, del proseguimento della Rivoluzione francese contro la stessa realpolitik della Francia, il sognatore di un progetto grandioso: un continente liberato dai suoi tiranni, dal vecchio autoritarismo morente, e retto da nuove alleanze tra popoli. Non si può capire a pieno il pathos rivoluzionario di Mazzini, e dei repubblicani italiani, senza porre attenzione al loro cosmopolitismo.
Non solo cosmopolitismo di vita: Mazzini che vive per gran parte della sua vita in esilio a Londra, e dialoga, discute si scontra con Stuart Mill, Marx, Bakunin… Ma cosmopolitismo delle idee: la solidarietà con gli altri moti rivoluzionari (dalla Polonia alla Grecia all’Ungheria), l’esportazione del Risorgimento italiano nel dibattito culturale e politico del continente. Che l’Italia fosse un campo di battaglia non solo italiano, ma più generale, era un punto centrale nella loro riflessione. Mazzini può far oggi sorridere per le sue idee su «Dio e popolo», il suo moralismo apparirà angusto, il rapporto tra doveri e diritti antiquato, le critiche dei socialisti sulla «questione sociale» più o meno giuste. Produce sgomento la lunga, perentoria serie di fallimenti delle iniziative rivoluzionarie da lui esortate. Eppure, tra le migliaia di pagine che ci ha lasciato, sprizzano – ancora oggi – delle intuizioni acutissime, e dei capolavori stilistici. Mazzini dà il meglio di sé nell’invettiva ad Personam (un topos letterario che avrà molta fortuna nella pubblicistica «civile» italiana), ogni qualvolta fa emergere – negli avversari – la contraddizione stridente tra quanto affermato e come si è agito, la miopia, la stupidità, il tradimento dei propri ideali, e intravede nella persona criticata non un uomo da demolire ma solo la punta dell’iceberg di comportamenti, vizi, contorcimenti più largamente diffusi. Un esempio straordinario di quanto sto cercando di dire è la famosa lettera A Francesco Crispi (1864), indirizzata al transfuga dalla sinistra alla destra, l’ex mazziniano e garibaldino che diventa il più acceso sostenitore della realpolitik, e che poi come noto sarebbe diventato primo ministro su posizioni conservatrici, fino a reprimere duramente i fasci siciliani. Nel momento in cui si schiera con la monarchia, con la bandiera Italia una e Vittorio Emanuele (che, ahinoi, era stato anche il motto dei Mille…), lasciando cadere l’altra bandiera, Italia e popolo, quella dei repubblicani, dei radicali, di Pisacane… Mazzini decide di scrivergli una lettera aperta che diventa un lungo saggio, un lungo scritto «corsaro» sulla militanza politica in Italia e i suoi protagonisti. Sarebbe impossibile citarlo tutto, ma ne prendiamo una parte cruciale, importante per capire non solo il fascino letterario dello stile mazziniano, ma che cosa covava tra le fila dell’altro Risorgimento (e come, appunto, certe intuizioni valgano anche per l’Italia odierna). Scrive il genovese:
«Voi siete, come oggi barbaramente dicono, opportunista. Voi vedete oggi la monarchia forte, noi deboli; un esercito, che voi credete monarchico, e ch’io credo, come tutti gli eserciti, semplicemente governativo; un’Italia officiale, forte d’una vasta rete d’impiegati, devoti per amore di lucro, ed una moltitudine di seguaci ciechi, muti, servili, tra per abitudine d’obbedienza passiva, tra per paura, se mai dicessero di non credere che altri farà, d’essere chiamati a fare. Unitario sincero, ma educato a tendenze politiche ch’io potrei chiamare materialistiche, ma chiamerò, con vocabolo meno irritante, guicciardinesche, voi porgete omaggio alla forza o a un sembiante di forza. Voi trovate che la monarchia potrebbe agevolmente, volendo, fare l’Italia; e l’accettate, siccome mezzo all’intento. Se domani ci vedeste forti, sareste nuovamente con noi».
Altro esempio di rigore mazziniano è il corposo scritto contro Alexis de Tocqueville, l’autore della Democrazia in America, l’ex quarantottino che – una volta diventato ministro degli esteri della Francia – aveva inviato le proprie truppe per reprimere la Repubblica Romana e riconsegnare la città al papa: «Avete freddamente», lo incalza «col labbro atteggiato al sorriso dell’ironia, avventato il fango della riazione su quei che morirono per la patria nascente». Altro esempio ancora, quando scrive nel 1865 a favore della concessione del diritto di voto ai neri d’America quale giusto compimento dell’abolizione della schiavitù.
Ma torniamo al Mazzini degli anni trenta e quaranta, quello che il grande scrittore russo Herzen, che seguì da vicino le vicende del Risorgimento italiano, definì «una potenza» temuta da tutti i governi europei. In uno dei suoi scritti più celebri Della guerra d’insurrezione conveniente all’Italia, pubblicato per la prima volta nella «Giovine Italia» a Marsiglia nel 1833, e più volte ristampato, Mazzini parla della «guerra per bande», della necessità (per il successo di una rivoluzione) di quella che noi oggi chiameremmo guerra asimmetrica, e che nel corso del Novecento è stata definita più volte «guerra di guerriglia». Come noto, gran parte degli insuccessi mazziniani (clamoroso ad esempio quello di Pisacane a Sapri, su cui torneremo) nacque dal presupposto di dare per scontato che «il popolo» si ribellasse all’unisono ai primi colpi di fucile, nel non capire (cosa strana, per osservatori così attenti dello spirito italiano) che una cosa è sfogare il proprio odio di oppressi a parole, altra cosa è mettere a repentaglio la propria vita. Ma poiché in queste pagine non stiamo ricordando il Mazzini stratega (spesso mediocre), bensì il Mazzini scrittore (spesso lungimirante) ci soffermeremo su un’altra pagina dello scritto del 1833, in cui chi scrive sembra afferrare l’enigma di ogni processo rivoluzionario, il suo nocciolo inevitabilmente contraddittorio e forse inclassificabile. «Disordine e rivoluzione», scrive Mazzini, «sono a principio due cose inseparabili». E ancora:
«Nel passaggio improvviso dal servaggio alla libertà, tra il riposo d’inerzia che la tirannide impone e l’ordine che governa gli Stati liberi, v’è un periodo di confusione e di quasi anarchia, un’epoca di fermento, di moto convulso, di oscillazione terribile, alla quale nessuna forza può sottrarsi. È il caos che precede la creazione. È l’urto inevitabile degli elementi che formeranno la nazione futura, e cercano l’equilibrio. Questo periodo, inevitabile da qualunque popolo insorga, sarà forse più lungo per noi che abbiamo più cagioni di divisioni, e maggiori difficoltà che non que’ popoli ne’ quali la prima e grande fusione s’è d’antico operata sotto un dispotismo unitario. Consumare rapidamente quanto è possibile quel periodo, è intento a qualunque intende a governare la rivoluzione. Trarre da quel fermento le forze creatrici della vittoria, è parte di chi provvede alle sorti del moto».
Ma l’unità di intenti, e soprattutto nei modi e nelle forme del fare, è difficilissima da raggiungere. Mazzini sa bene che non c’è cosa più ardua che riannodare corde disparse – culturalmente, socialmente, economicamente. Fervente idealista che sovente tende ad appianare nei ragionamenti e nella pratica del suo «apostolato» la ruvidezza della vita concreta, qui Mazzini è invece estremamente realista. Condividere l’ebbrezza delle barricate, o delle trame sovversive, non è ancora sufficiente a mettere in piedi una rivoluzione e un nuovo stato che da essa sorga. «Governare la rivoluzione» è la barriera insormontabile contro cui va a cozzare chiunque provi, abbia provato e proverà a forzare le leggi della Storia. Per questo aggiunge subito dopo:
«Rivoluzione è mutamento: mutamento radicale, necessario importante; perché per quanto sia concorde e generale la volontà che genera il tentativo, v’è pur sempre nei ranghi sociali, e più nell’esercito dove l’armonia è condizione vitale, un numero d’elementi che convien rimovere o disporre altrimenti, una quantità d’uomini che a procedere vigorosamente sicuri nell’opera rivoluzionaria è d’uopo sbalzare dal luogo in cui stanno. È d’uopo mutino i capi. […] Intanto il nemico è vicino – il nemico è alla distanza di poche leghe – il nemico piomba improvviso a spegnere la rivoluzione al suo nascere. Non giova illudersi. Il nemico su’ principi della rivolta è quasi sempre il più forte».
Non è un caso se queste pagine sono state lette e rilette durante la Resistenza, e se sono diventate (benché oggi dimenticate in Italia) un testo di riferimento per aspiranti rivoluzionari di mezzo mondo. È come se Mazzini riuscisse allo stesso tempo a guardare il processo dall’interno e ad astrarsene, prefigurando le giornate del 1848 e del ‘49. Ma è proprio questo doppio sguardo che gli permette di cogliere quel nesso spesso irrisolto tra abbattimento del vecchio e necessità di organizzare il nuovo, tra distruzione e creazione, che non è mai automaticamente disposto di fronte ai nostri occhi. Se Mazzini e i suoi seguaci odiarono ogni forma di determinismo, ed arrivarono per converso a esaltare un certo volontarismo dell’azione (che in Italia ha avuto anche altri esiti) è proprio perché guardarono con crudezza a tutte le difficoltà di quel nesso. Lo scrive Pisacane nel suo testamento politico, gettato giù pochi giorni prima di imbarcarsi nella spedizione-suicida di Sapri, organizzata a tavolino con lo stesso Mazzini benché lo avesse più volte criticato «da sinistra»: «Vi sono delle persone che dicono: la rivoluzione dev’essere fatta dal paese. Ciò è incontestabile. Ma il paese è composto da individui, e se attendessero tranquillamente il giorno della rivoluzione senza prepararla colla cospirazione, la rivoluzione non scoppierebbe mai». Detto per inciso, la biografia di Carlo Pisacane è stata ricostruita approfonditamente da Nello Rosselli nel suo Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano. L’aspetto più interessante della sua vita di rivoluzionario mazziniano, di protosocialista che scrive un saggio sulla rivoluzione, di capo di stato maggiore dell’esercito improvvisato che provò a difendere la Repubblica romana, è che Pisacane era un traditore della sua classe sociale e del suo mondo. Un rinnegato. Era un aristocratico napoletano che aveva studiato alla Nunziatella, l’accademia che allora formava la crème non solo militare del regno borbonico. Nel 1857, sbarcò nella «sua» terra per accendervi un moto di ribellione, convinto che la rivoluzione potesse scoppiare solo nella parte più misera della penisola, tra i diseredati, agitando la questione sociale. Prima di essere attaccato dai contadini inferociti di Sanza che credevano fossero dei banditi giunti lì per assalirli (o almeno questo avevan fatto credere loro i messi dell’esercito e il parroco del paese), si trovò a fronteggiare ufficiali che erano stati suoi compagni di studio all’accademia militare. Suo fratello era generale dell’esercito borbonico: re Ferdinando ebbe il buon cuore di esentarlo dal gravoso incarico di sedare con le armi la rivolta di Carlo. Se mi sono soffermato a lungo su queste pagine, pur essendo solo un semplice lettore e non avendo competenze da storico, è perché mi pare che mettano in mostra uno dei nodi irrisolti del nostro rapporto con il Risorgimento. Hanno drammaticamente a che fare con la sua dimenticanza, e con il congelamento della sua memoria. Qui ci sono un mucchio di parole ormai ritenute impronunciabili: rivoluzione, insurrezione, mutamento radicale… perfino qualcosa che abbia a che fare con l’epurazione (la parola forse più impronunciabile di tutte, oggi come ieri, in Italia). Insomma, la presenza-assenza del padre della patria Mazzini spiega molto del nostro controverso rapporto con il Risorgimento. Il punto da capire, però, è che questa presenza-assenza non nasce oggi: al contrario, è nata con la proclamazione del Regno d’Italia. Il congelamento del Risorgimento è stato già operato 150 anni fa, nel momento il cui si è deciso di amputare dalla storia patria il suo potenziale sovversivo. Un conto è analizzarlo criticamente, storicizzarlo, altro è amputarlo del tutto. Scegliendo la seconda soluzione, è venuta giù tutta l’impalcatura. Perché lamentarsi allora che qualche politico uscito dalle taverne voglia pulirsi il culo con il tricolore? Come scrive Roland Sarti nella sua biografia Giuseppe Mazzini. La politica come religione civile (Laterza, 2000), dopo il 1860 Mazzini si trovò nella posizione anomala di essere allo stesso tempo considerato sia come un fondatore della nazione che come nemico dello stato. Non accettò mai di riconciliarsi con Vittorio Emanuele. Prese a definirsi come «il proscritto della monarchia», visse in totale povertà, morì solo come un cane. Per una coincidenza che potrebbe apparire quasi letteraria, il 17 marzo 1861, nello stesso giorno in cui veniva ufficialmente proclamato il regno d’Italia, Mazzini firmò il contratto con l’editore torinese Gino Daelli per raccogliere i suoi pezzi sparsi. Così partorì I doveri dell’uomo, che nei 150 anni successivi sarebbe stato stampato in oltre un milione di copie. Pochi ricordano che I doveri dell’uomo ha come sottotitolo Agli operai italiani. Sono loro gli interlocutori che Mazzini sceglie per riformulare i suoi discorsi sulla libertà e sull’educazione. È un libro che parla di doveri più che diritti, di Dio, di solidarietà, e come tale verrà avversato sia da destra che da sinistra. Eppure nel suo voler superare l’analisi classista della società, nel suo non volersi ridurre al solo economicismo, al solo «lavorismo», Mazzini colse già allora qualcosa di molto importante su cui soltanto molto tempo dopo sarebbero ritornati i discendenti del movimento operaio. Primo: l’importanza della cultura. Secondo: i lavoratori non potevano isolarsi nella lotta contro l’oppressione. I loro alleati naturali erano le donne, gli schiavi, i servi e le nazioni oppresse.

Le scarpe di Nievo

Tre anni dopo il fallimento della spedizione di Pisacane, ci fu il successo della Spedizione dei Mille, organizzata come si sa in modo radicalmente diverso, e condotta da Garibaldi in modo tale che infiammò i resoconti di qua e di là dell’Atlantico. Fiumi di inchiostro sono stati gettati sull’epopea delle camicie rosse e sul mito dell’eroe dei due mondi. Molti sono i resoconti della Spedizione, da Dumas a Bandi ad Abba, che costruiscono da subito la leggenda dei Mille. Tuttavia, riletti oggi, appaiono troppo agiografici. Meglio allora soffermarsi su altre pagine, ad esempio quelle scritte da Ippolito Nievo, l’autore delle Confessioni di un italiano. Nievo, che era già stato volontario nei Cacciatori delle Alpi, partecipò alla Spedizione dei Mille come vice-intendente e fu responsabile amministrativo dell’avventura meridionale. Un ruolo importantissimo: quando dopo la liberazione del Sud, divampò la polemica sulla Spedizione e la gestione dei fondi, fu costretto a redigere una difesa dettagliata. Per questo tornò a Palermo l’anno seguente, nel 1861, per raccogliere le carte e i documenti necessari, e trovò la morte nel ritorno verso Napoli a causa dell’affondamento (tuttora avvolto nel mistero) del vapore Ercole su cui viaggiava. Non aveva ancora compiuto trent’anni. Della Spedizione, lo scrittore padovano ci ha lasciato un Diario e il Primo rendiconto amministrativo. Dalla partenza da Genova il 5 maggio all’ultimo armistizio colle truppe borboniche il 3 giugno 1860. Il primo costituisce un insieme di appunti scritti a margine di ogni giornata di quel maggio euforico; il secondo è un testo che nasce dalla necessità di spiegare l’operato del Generale e delle sue truppe, pieno di dati materiali, di cifre che indicano i costi della missione al Sud. Proprio perché non sono agiografici, oltre che per il fatto di essere stati scritti da uno dei grandi nomi della nostra letteratura, offrono della Spedizione dei Mille uno spaccato vivido, senza fronzoli, umanissimo. Ad esempio, a un certo punto, Nievo scrive nel Rendiconto:
«Da Marsala a Palermo, in sedici giorni di campagna difficile, irregolare, faticosissima, con soldati sprovvisti affatto di ciò che meglio necessita alla milizia in campo, in paese amico e avvezzo a sacrifizi d’ogni genere, non un pane fu tocco, né levata una festuca di paglia che non ne fosse offerto il prezzo corrispondente. Scarpe, vesti, camicie, arnesi da cucina e da cantina, polvere e piombo, armi, coperte, muli, cavalli, tutto fu raccolto, stimato, pagato, annotato nelle brevi interruzioni di marce precipitose e disagiate».
È l’universo materiale di una stramba guerra, quello che emerge nella pagine di Nievo, tutto quello che c’è alle spalle del campo di battaglia, e che pure è essenziale per spiegare ogni leggenda. L’epica si fonda sui muli e sugli asini, sulle coperte, sul cibo. Mai come nelle pagine di Nievo, la Spedizione appare per quello che fu: l’incontro di un manipolo di giovani volenterosi pronti a sacrificarsi per un’idea, e che da almeno un decennio avevano preso parte a ogni moto rivoluzionario o guerra nazionale, con un popolo di diseredati abbrutiti da secoli di dominio, sopraffazione, apatia, alienazione. Non ci sono fotografie che testimoniano l’incontro, almeno io non ne ho mai viste. Vi sono solo dipinti edulcorati. Eppure ho sempre avuto l’impressione che l’incontro siciliano tra due mondi tanto dissimili sia stato ancora più stridente di quello dello sbarco degli alleati, testimoniato dalle celebri foto di Robert Capa. Nievo scrive ancora: «In paese povero, non avvertito di nulla, dove sono difficili le vie di comunicazione, e l’indolenza ereditaria nei pochi centri popolati, la questione del pane diventava per noi del massimo momento». Il pane, la necessità di reperire il pane… Ma c’è una pagina del suo Rendiconto che trovo straordinaria, e che restituisce appieno le difficoltà materiali dell’epopea garibaldina. Nello scriverla Nievo, sembra quasi voler organizzare una contro-storia della battaglia. Quasi che rifar l’Italia volesse dire non solo deporre i vecchi tiranni, le loro corti e i loro seguaci, ma anche abbandonare una volta per tutta il modo in cui re e principi si sono tramandati, di generazione in generazione, le loro gesta. È come se Nievo, appuntando questa pagina, si stia interrogando sulla necessità di scrivere in modo nuovo, stia testando i modi con cui riportare la cruda realtà. Mentre parla del corredo militare dei Mille, quasi all’improvviso si abbandona a una lunga digressione:
«Soprattutto ci metteva terrore, sembra ridicolo l’accennarlo, lo stato delle scarpe. […] Cominciarono fin d’allora quelle continue e minute requisizioni di scarpe, che furono, convien affermarlo, una delle principali nostre fatiche. E ciò parrà strano e frivolo a coloro che recano in coda all’esercito, assicurati da un buon corpo di dieci o dodicimila uomini di riserva, depositi e magazzini di ogni fatta; ma per noi, vero pugno di cacciatori, sbalestrati qua e là dal volere pronto e indomabile che ci dirigeva, non fu piccol vanto arrivare a cambiar calzatura quasi due volte a meglio che duemila uomini, giacché, oltre ai nostri, dopo Partinico furono fatte abbondanti distribuzioni anche alle bande armate dei paesi. Tutto ciò nel giro di poco più che due settimane, in paesi privi di industria, dove bisognava cercar la bottega d’ogni ciabattino e arrivare al molto giovandosi molte volte del poco».
Le scarpe di cui parla Nievo sono la cartina di tornasole del nostro Risorgimento, o almeno di quella parte che oggi non si vuole far riaffiorare. La Spedizione fu una sorta di lunga marcia ante litteram in quella che giustamente Pisacane definiva la parte più misera della penisola. Non scompose più di tanto i notabili meridionali, né consegnò ai contadini un programma di riforme sociali. Ma nel maggio del 1860, e forse solo allora, benché l’atteggiamento di Garibaldi verso la monarchia non fosse più quello di un Mazzini, il nesso irrisolto di cui parlava l’agitatore genovese (il realizzare materialmente, concretamente, qui e ora, un mondo nuovo tra le macerie del vecchio, fronteggiando l’assalto della reazione, le proprie debolezze, l’indolenza atavica di chi dovrebbe ribellarsi) parve sciogliersi, per poi di nuovo – subitamente – aggrovigliarsi ancora. Quante altre volte, per quanti altri pochi giorni, settimane, mesi, nei 150 anni che ormai ci dividono da quel maggio, il nodo è sembrato sciogliersi nuovamente, e la Storia sospendere le sue regole?

Non c’è più nessun faro

Solo ora mi rendo conto di essermi affidato, per raccontare ciò che volevo ricordare, a una lunga serie di citazioni da pagine dimenticate. Mi sono sembrate troppo belle per lasciarle dov’erano, per non richiamarle direttamente in vita. Erano pagine cadute in disuso. E allora mi piace concludere questo saggio citando un altro brano. Si tratta di un estratto di un discorso pronunciato alla Camera dei deputati da Giovanni Bovio il 18 dicembre 1896. Mi ci sono imbattuto casualmente leggendo il bel libro di Mario Isnenghi, Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato (Donzelli 2007). Nato a Trani nel 1837, Bovio fu deputato della Sinistra su posizioni radicali. Filosofo repubblicano, grande oratore, quel giorno prese la parola contro il fallimento della politica coloniale in Africa. Ma quella che Bovio denuncia è qualcosa di più profondo, il rovesciamento in meno di trent’anni degli ideali del Risorgimento, la trasformazione da oppressi a oppressori, il prender parte a un’altra guerra asimmetrica, ma stando dall’altra parte. L’usare il tricolore, ma seguendo altri principi. Così pronunciò queste parole, che molto difficilmente il Comitato intermini-steriale per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia vorrà ricordare nella miriade di iniziative ufficiali messe in cantiere:
«A voi dotti colleghi io dico, spiegatemi un fenomeno: Come va che l’Italia, appena riunita, nel 1860, parve grande nel mondo, e si rivelò luminosa a tutte le nazioni, quasi un faro in mezzo a loro; ed oggi, mentre l’avete munita di esercito, presidiata di naviglio, oggi è più debole che non allora; tanto che voi siete costretti a governare con le leggi eccezionali di cui ha parlato l’amico Cavallotti? Siete più forti oggi o allora? Allora voi eravate un pensiero, eravate una missione che l’Europa aspettava da voi; oggi voi siete quasi intrusi nella politica europea, dovendovi presentare colla divisa delle grandi Potenze e dimenticando la vostra missione che doveva essere non d’invasione, ma di liberazione. Voi non dovevate invadere la terra altrui; dovevate rendere libera ogni terra soggetta e perciò la natura vi aveva mandato un uomo raro, singolare, che si chiamava Giuseppe Garibaldi, il quale personificava tutto il vostro pensiero, e tutta la vostra milizia. Ditemi, l’avreste voi mandato in Abissinia? […] L’Italia succeduta al Papato doveva incarnare una forma di redenzione grande; voi ne avete fatto una piccola monarchia borghese».

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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