Risposte a Shields

Articolo uscito sul Sole 24 Ore e sul mensile Lo straniero.

Fame di realtà, dello scrittore e saggista statunitense David Shields (in Italia pubblicato da Fazi) si propone come una sorta di manifesto irrituale per la letteratura all’inizio del III millennio. Negli Stati Uniti ha suscitato un dibattito molto acceso, specie tra gli scrittori, che alle suggestioni-provocazioni di Shields hanno reagito con entusiasmo (Coetzee, Safran Foer, Lethem), rispettosa irritazione (Zadie Smith), e comunque, nell’uno o nell’altro caso, sempre apprezzando la fondatezza dei problemi sollevati dal libro.

Se difatti la forma utilizzata in Fame di realtà per discutere sui massimi sistemi della narrazione al tempo di internet è molto accattivante (una sorta di metodo aforismatico immerso in salsa pop; o forse, meglio, una parodia warholiana del Tractatus di Wittgenstein, col rischio che ciò che si guadagna in dinamismo lo si perda in profondità), e se le soluzioni offerte non vanno necessariamente a comporre un quadro di assoluta coerenza (il libro è volutamente non programmatico, dunque è impossibile riassumerne la tesi), risulta innanzitutto apprezzabile il postulato da cui il discorso prende le mosse: la letteratura è viva, ed è in continua evoluzione. Questo assunto, che dovrebbe essere dato quasi per scontato da scrittori e critici letterari alieni da passioni necrofile, lo è molto di meno in un paese come l’Italia, dove concetti quali “fine del romanzo” o “fine del libro” vengono stagionalmente tirati in ballo con una tale lacrimosa soddisfazione da far sospettare che chi si straccia le vesti parlando di declino della letteratura lo faccia per sentirsi meno solo dentro il proprio privato e personale. A questo si aggiunge che Fame di realtà affronta effettivamentre alcuni dei problemi più interessanti su cui gli scrittori si stanno cimentando negli ultimi anni; problemi del tipo: 1) come cambierà la letteratura in seguito alla rivoluzione digitale; quali romanzi scriveremo una volta entrati nella fase matura dell’interconnessione globale, 2) cosa può fare la letteratura per non essere marginale rispetto agli altri media, 3) la forma-romanzo è davvero morta? la trama è un ricatto a cui possiamo finalmente rinunciare? qual è oggi il confine tra narrativa e saggistica?, 4) quali rapporti ci sono tra autobiografia, biografia romanzesca e memoir, 5) è lecito che la letteratura mutui qualcosa dalla “poetica del campionamento e della cover”? 6) che cos’è in definitiva questa realtà di cui abbiamo voglia di raccontare, e qual è la realtà di cui abbiamo bisogno che si racconti?
Se questi sono i punti di forza del libro di Shields – e cioè: ri-aprire con molto entusiasmo e poca disillusione il discorso su argomenti fecondi e interessanti – le pecche più evidenti si ritrovano probabilmente nell’eccessivo (nord)americanocentrismo, in una leggerezza che a volte sfiora la monodimensionalità del ready-made, e nella convinzione che in un certo metodo combinatorio usato per la costruzione del volume (con tutti i relativi corrollari: citazioni nascoste, slogan folgoranti, plagi che si autodenunciano come tali, ecc.) oltre che qualcosa di accattivante ci sia qualcosa di veramente nuovo e fresco proprio nel momento in cui la radice post-moderna da cui esso nasce o si rigenera sembra essersi ultimamente un po’ disseccata.
Poiché comunque mi sembra di capire che un certo (serio) intento ludico non sia estraneo a Fame di realtà, e che il “manifesto” di Shields più che recensioni, plausi o smentite cerchi continui rilanci, il modo più utile per affrontarlo (e forse ancora meglio: per servirsene) è provare a giocarci di rimbalzo. Soccorrere, smentire, ribaltare le tesi di Shields, e poi vedere cosa viene fuori: ecco, dunque, un primo tentativo.

Letteratura e nuove tecnologie I

Interrogarsi su come la rivoluzione digitale inciderà sulla letteratura è un buon punto di avvio. Ma siamo sicuri di sapere sempre chi agisce su chi in questa complicata faccenda? Forse la vera domanda è: come la letteratura rivoluzionerà la rivoluzione digitale a proprio uso e consumo.
Tolstoj si è servito delle novità tecnologiche della sua epoca per far morire Anna Karenina sotto un treno. Se dai mezzi di trasporto passiamo ai mezzi di comunicazione, la musica non cambia: Thomas Pynchon usa il sistema postale per raccontare la paranoia post-moderna nell’Incanto del Lotto 49; per non parlare della corrispondenza di Goethe e di Laclos.
Simulazioni di realtà, modelli di menti interconnesse: gli eredi di Philip Dick sono pregati di riscuotere alla cassa.

Letteratura e nuove tecnologie II

Chiedersi (è il tema dell’anno) cosa ne sarà della letteratura con il cambiamento del supporto di cui ci serviremo per leggere – dalla carta all’e-book, all’I-Phone, al web – è invece un falso problema ontologico. Si tratta di un falso problema perché non sono carta, e-book, I-phone, web il vero supporto della letteratura, bensì (direttamente) il cervello umano. La letteratura è fatta di linguaggio e il linguaggio è la forma di comunicazione più astratta e sofisticata a nostra disposizione perché è l’unica che per esistere non necessita di un supporto che sia fuori di noi.
Siamo in una stanza vuota, al cospetto di un caro amico. Pur essendo dei ballerini di danza classica, non riusciremo a riprodurre a beneficio del nostro unico spettatore un celebre Lago dei cigni eseguito da Nureyev a Londra con il Royal Ballet nel 1962. Potremo raccontargli Apocalypse Now ma non potremo farglielo vedere. Potremo cantargli My Way o disegnargli (la stanza non era completamente vuota) Le muse inquietanti di De Chirico, ma per fargli fare effettiva esperienza di tutto questo ci sarà bisogno del supporto: cd, dvd, quadro, catalogo d’arte, Nureyev in carne e ossa. Invece, proviamo a sussurrare all’orecchio del nostro amico: “Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” e – traduzione a parte – avremo riprodotto perfettamente l’incipit di Anna Karenina in un rapporto di 1 a 1. Stessa cosa se, rimasti soli nella stessa stanza vuota, l’incipit in questione ci limitiamo a pensarlo: ” “.
Ciò che dice Walter Benjamin è vero per tutte le arti tranne che per la letteratura. La letteratura è sempre stata al di qua e al di là della riproducibilità tecnica. Il papiro, la pietra, l’acqua, la carta, lo schermo… sono semplici stampelle dell’unico hardware di cui il linguaggio necessiti: un cervello di sapiens sapiens. La letteratura è l’opera d’arte nel regno della sua riproducibilità biologica.

Sulla presunta marginalità della letteratura

I romanzi di Dickens e di Twain dettavano l’agenda dell’intrattenimento pubblico. Oggi il pubblico della letteratura è minoritario rispetto a quello della tv. Ma perché lagnarsene, dal momento che la letteratura (l’arte in generale) è la vera eminenza grigia celata dietro le forme più popolari di rappresentazione della realtà? Prendiamo le sofisticate serie americane di cui tanto si parla: hanno tutte una matrice balzachiana “sporcata” da un po’ di sano realismo tardo novecentesco (Mad Men deve tutto a Balzac, deve tutto a Pastorale americana di Roth, deve in fondo tutto anche a Libra di DeLillo). Il debito dei Simpson o di South Park verso scrittori come Thomas Pynchon è addirittura dichiarato (Thomas Pynchon compare in una puntata dei Simpson), e – letteratura a parte – l’esplosione dei reality show ha il suo momento di singolarità nelle performance di artisti elitari come Sophie Calle.
Allora: chi vogliamo diventare? Ci accontentiamo di adattare alle esigenze del mercato una delle tante applicazioni della meccanica quantistica o aspiriamo a essere Niels Bohr?

Dittatura della trama

È vero: oggi è ridicolo “far uscire la marchesa di casa alle cinque” per iniziare un romanzo. Se è per questo è ridicolo anche l’uno due di agnizione e morte che tocca in Guerra e pace al principe Andrej. Ma l’obsolescenza di alcune trame significa l’obsolescenza della trama tout court? Non è che rischiamo di gettare il bambino con l’acqua sporca? Non è che – già da molto tempo a questa parte – la trama non è più un cavallo di Troia del pensiero, ma proprio una sua particolare forma d’organizzazione?
Esempio: è stato detto che la Recherche sarebbe un’opera di saggistica letteraria sostanzialmente priva di trama. Ritengo infatti che pochi saggi indaghino i meccanismi della gelosia amorosa come fa Proust nel suo romanzo. Ma per farlo con quella profondità e quella perizia (e quell’economia: lo dico senza alcun sarcasmo: in venti pagine di Proust sono racchiusi alcuni volumi di psicologia comportamentale) non servono forse due personaggi come Charles e Odette, due personaggi come Marcel e Albertine, una città come Parigi, un salotto come quello dei Guermantes? E non è questa una trama? Non è l’insostenibile leggerezza di questi dettagli a separare fiction da non fiction?

Autobiografico a chi?

Per il semplice fatto di essere filtrata attaverso un linguaggio letterario e inserita in una struttura narrativa, anche la più “realmente accaduta” delle vicende non sarà mai davvero storica, biografica o peggio ancora autobiografica. Chi dice “io” nei romanzi non è mai l’autore, anche se nome del personaggio e nome dell’autore (Michel Houellebecq, Walter Siti, Bret Easton Ellis, J.M. Coetzee) corrispondono.
Allo stesso modo, non si hanno notizie di uomini trasformati in scarafaggi nella Praga degli anni Dieci, e tuttavia nessun racconto è più autobiografico della Metamorfosi di Kafka.

Fame di realtà

I mass media utilizzano la realtà per produrre narrazioni a ciclo continuo. Gli episodi di cronaca nera vengono smontati e rimontati dal giornalismo televisivo con una foga che farebbe sorridere il Queneau degli Esercizi di stile. Questa continua produzione di narrazioni è, oggi, il linguaggio mainstream. Vale a dire la lingua del potere (si pensi alla drammaturgizzazione in progress della vita politica). La lingua del potere è l’antitesi di quella letteraria. L’una è bidimensionale, l’altra restituisce una complessità. La lingua letteraria esercita sulla lingua del potere una funzione di verità: svela cosa c’è dietro. La guerra ai tempi di Tolstoj è diversa dalla guerra ai tempi di Beckett. L’amore ai tempi di Saffo è diverso dall’amore ai tempi del colera è diverso dall’amore ai tempi di Amici di Maria De Filippi. Non tutte le storie sono state già scritte.

Rap

Prendere materiale già esistente e riassemblarlo. Non è forse quello che fa Eliot nella Waste Land intorno al 1922?
Più reale del re

Non c’è realtà che non affascini un artista. Non c’è realtà che un artista non possa digerire. Chi è mimetico rispetto a chi? I fratelli Wachowski chiesero al filosofo francese Jean Baudrillard una consulenza per il seguito di Matrix. Baudrillard declinò l’invito: “non voglio collaborare a un film sulla matrice che la matrice stessa avrebbe potuto realizzare”.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
14 Commenti a “Risposte a Shields”
  1. Ottimo, Nicola, ottimo.

  2. Raffaello scrive:

    Grazie Nicola per la lucidità con la quale affronti le domande fondamentali del testo di Shields. Sto lavorando anche io su queste cose e so bene che non è facile fare ordine all’interno della struttura combinatoria di “Reality Hunger”.
    Una lezione di stile e di chiarezza critica, la tua.

    R

  3. Stefano Doponotaro scrive:

    Ho letto con gusto e piacere il Fame di realtà.
    D’accordissimo con te che, complessivamente considerato, l’eccesso di ‘nordamericacentrismo’ nuoce un po’ al ‘livello’ del tutto. In particolare, uno dei capisaldi del ‘manifesto’ di Shields è quello di incitare a considerare più permeabile il confine (in certi casi, persino, di abbattere il diaframma) tra fiction e non fiction e leggendo viene spesso la tentazione di appuntarsi a margine: “beh, se magari desse un’occhiata a una buona metà della letteratura europea dall’alto medioevo in qua…”

    Ciò detto il libro ha dei momenti davvero interessanti. I ‘numeri’ migliori a mio parere sono quelli che indagano e stimolano a potenziare il coté ‘sapienziale’, di ricerca della letteratura; il filone, per intenderci, del finché non scrivi non sai (filone che del resto costituisce secondo molti l’identità profonda della nostra grande letteratura – italiana, intendo). E del finché non scrivi non sai, neppure, da quale particolare impasto di linguaggio e mondo, di reale e di immaginario, di desiderio e di vissuto, di già disvelato e di ancora velato per te e per gli altri è fatta la tua verità-vita.

    Il filo forse più debole, e che non mi piace affatto, è invece proprio quello relativo alla dimensione interpersonale e sociale. Francamente improponibili alcuni numeri sulla memoria. Cito il 166: “qualsiasi cosa sia passata al vaglio della memoria è fiction”. Ma come la mettiamo con la memoria dei deportati, dei torturati, dei violentati della storia e dell’oggi? Lo so che qui Shields stava ‘parlando d’altro’, ma non piace che non provi neanche un po’ ad anticipare l’obiezione. A maggior ragione in un testo a struttura aforismatica. A maggior ragione!

    Del resto, il passaggio dallo scavo individuale-personale a quello che indaga i rapporti interpersonali e sociali è proprio sostanzialmente estraneo ai thread principali del libro. Stando alle categorie della ‘nostra’ filosofia continentale, pare proprio che Shields si sia fermato al soggetto monadico ottocentesco. Cito ancora sulla memoria, dal n. 176: “Freud: non abbiamo ricordi della nostra infanzia, ma solo ricordi che riguardano la nostra infanzia. Allora una storia è solo il ricordo di un ricordo? Come può un ricordo, che a me sembra così reale, essere falso? Se questo è un falso, allora cos’è la verità E che importanza ha?” Insomma: la dimensione interpersonale della verità pare proprio totalmente aliena all’orizzonte di S. E questo, a mio parere, lo impoverisce non poco.

    A me, Nicola, è ovviamente piaciuto il tuo terzultimo paragrafo sulla differenza essenziale tra lingua del potere e lingua della letteratura, anche se, se mi è permesso, forse idealizzi un po’ troppo: non tutta la letteratura oggi è così ‘antidoto’ al linguaggio mainstream (a meno di dire che quella che non è antidoto non è vera letteratura, ma sappiamo bene che è improponibile). Ebbene, questo orizzonte della letteratura come verità contrapposta alla lingua del potere è spesso adombrato e più- o-meno-dichiarato in Shields, ma mica tanto sviscerato. Ci sono degli accenni suggestivi, che però missà che toccherà ad altri sviluppare. Non posso approfondire oltre perché ho già ticchettato troppo. Se la discussione procede, magari ci risentiamo. Grazie per la possibilità di intervenire,
    Stefano Dop.

  4. Nicola Lagioia scrive:

    D’accordo con te, Stefano – anche sul fatto che non tutta la letteratura e’ antidoto. Grazie. A presto

  5. enrico Breega scrive:

    Sarà pura casualità, ma un paio di giorni prima di prendere in mano Fame di realtà avevo appena finito di leggere Il gioco del mondo di Cortàzar, un romanzo che non è di questi tempi. Ma talmente attuale! Passando a Shields, che lo ignora, mi sono poi chiesto se lo scrittore argentino non abbia anticipato i tempi di un New Realism.
    Parlo da lettore, non sono uno studioso di letteratura: qui i casi (come sempre, o quasi) sono due: di fame di Realtà ho caspito poco o niente oppure tutto mi è parso chiaro, e in quest’ultimo caso Shields non ne esce bene per i miei gusti. Mi piacerebbe confrontarmi con chi se ne intende più di me.
    Incidentalmente, di DFW Shields cita soltanto i bellissimi libri che trattano di Crociere e di Aragoste. Neanche una parola sulla restante produzione di Wallace? Mi sembra un’omissione abbastanza inspiegabile.
    Infine, quanto al giudizio su Franzen e i suoi lettori, tra i quali mi annovero, be’ possiamo magari considerarlo uno scivolone?
    Ah, dimenticavo: qualcuno saprebbe dirmi dove posso trovare gli atti (o commenti) sul convegno intitolato “New Realism” tenutosi a Bonn dal 26 al 28 marzo?

  6. Enrico Brega scrive:

    A proposito del mio commento di ieri, il mio nome è Enrico Brega. Faccio molti errori nel cliccare. Precisazione sicuramente inutile nell’universo letterario, ma se qualcuno mi desse una mano a capire Shields gliene sarei grato. Saluti.

  7. minimaetmoralia scrive:

    Caro Enrico. Mi trovo d’accordo con te. Trovo, cioè, che il magnifico romanzo di Cortazar stia al libro di David Shields come un Raffaello o un Balthus, un Lucian Freud, a un cut up di un grafico molto in gamba.
    Cortazar, insomma, mi sembra molto più avanti.
    Degli atti del convegno non so – se ne è saputo pochissimo, in realtà, e mi viene quasi il sospetto che abbiamo sollevato più povere noi contro-dibattendone a distanza su m&m (per non parlare dei giornali) che non loro poi al convegno. Da cui la sensazione che si sia trattato più che altro del solito regolamento di conti accademico con la scusa di salvare il pianeta.
    Su Franzen: ho apprezzato “Le Correzioni” (che non metterei comunque tra i libri da me più amati ultimamente) mentre “Libertà” mi è sembrato un libro falso e inutile scritto da un autore di talento. Può essere questioni di gusti, lo capisco. Un caro saluto. N

  8. minimaetmoralia scrive:

    Scusa, non mi sono firmato. Nicola Lagioia

  9. Enrico Brega scrive:

    Grazie Nicola. Può darsi che io sopravvaluti Franzen, del resto – come dicevo nel mio primo commento – sono soltanto un lettore e, avendo alle spalle una impegnativa carriera di dirigente assicurativo, non ho avuto il tempo per diventare uno studioso di letteratura.
    Rileggerò Shields con più attenzione.
    Se un giorno vorrai farmi conoscere il tuo parere sul perché il nostro saggista cita di DFW soltanto Crociere&Aragoste (che personalmente ho molto apprezzato), te ne sarò grato.
    Un saluto con simpatia.
    Enrico

  10. enrico brega scrive:

    Torno sul tema della fiction, citando DFW che dice: “Fiction’s about is to be fucking human being”. Non è poca cosa, penso. Allora, perché non parlarne a proposito delle singolari idee di Shields?
    Saluti.

  11. enrico brega scrive:

    Come mi capita spesso, ho sbagliato nel cliccare. Più precisamente DFW dice:” Fiction’s about what is to be fucking human being”. Scusate.

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