Ritorno al celeste e nubile santuario di Enzo Moscato

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Ritorna sulle scene – e tornerà, ci auguriamo, quando questi giorni difficili saranno passati – Festa al celeste e nubile santuario, testo scritto nel 1983 dal drammaturgo napoletano Enzo Moscato, e si porta dietro le immagini del vicolo, dei bassi napoletani e delle persone che li animano, veri e propri ritornanti che hanno lo splendore e la miseria di una città sospesa tra passato e futuro.

Elisabetta, Annina, Maria, le tre sorelle protagoniste di questo meraviglioso testo, sono tre anime dei Quartieri Spagnoli di Napoli, corpo e voce di una città fertile, pregna di credenze e racconti, ancorata ad un tempo fatto di stradine e slarghi, case vecchie e nenie. Sono ossessionate dalla Vergine Maria al punto da farne un culto privato, delirante, a partire dai loro nomi che sono quelli della Madonna, di sua madre e della cugina.

Tutto nasce da Maria, la sorella muta che, d’improvviso, resta incinta, forse, come crede la sorella Elisabetta, per opera dello Spirito Santo. La loro casa viene segnata con una croce nera dal sacerdote del quartiere che non crede alla loro follia e le dichiara eretiche. Ma le tre sorelle sono legate da un rapporto genetico indissolubile e, probabilmente, da un filo diretto con la Santissima Trinità. Un equilibrio che verrà interrotto da Toritore (interpretato da Giuseppe Affinito), un giovane scemo che diverrà l’amante di Anna e Maria.

Calarsi in un lavoro di Enzo Moscato significa calarsi in una realtà linguisticamente diversa da quella offerta dalla Napoli contemporanea, sia televisiva (Gomorra, L’amica geniale) che reale.

Fabrizia Ramondino, nell’introduzione a “L’Angelico Bestiario” di Enzo Moscato scrive:

Il napoletano di Enzo Moscato attinge tanto ai bassifondi (ai bassi e ai fondaci) della lingua che alla sua tradizione letteraria più alta, al barocchismo del favolista Basile, ma anche al lirismo dell’antica canzone. E il pastiche linguistico, al quale a volte ricorre, non è volto né a una maggiore leggibilità ‘nazionale’ del suo teatro né a esprimere lo sforzo piccolo-borghese di risalire, né a creare effetti comici (anche se questi due elementi non sono del tutto assenti), ma a trovare il luogo dell’incontro-scontro tra culture diverse, il porto franco dove si inventa il pidgin.

La Napoli di Enzo Moscato è lontana da ogni retorica borghese, sin dalle sue prime prove teatrali, ed è abitata dalle persone che l’hanno animata nel tempo, a partire da Parthenope, fondata dai Cumani nell’VIII secolo a.C., fino a oggi. Probabilmente, per questo, i suoi testi in napoletano hanno anche parole in latino, in italiano, in francese, in spagnolo. La lingua di Moscato è un concentrato di echi cittadini, è lo strumento che esprime la coralità di una città dal multiforme idioma, che innerva il ciclo vitale di tutte le classi sociali e convive/confligge con l’estraneo, lo Straniero.

Moscato scava nelle macerie della città, tra gli accidenti, gli scarti di una Napoli trasformata, dove ancora, tra gli anfratti, può ritrovare qualche testimonianza sfuggita al capitalismo dei ricordi. Non è sua intenzione salvare la storia della città ma il suo desiderio è di estrarre dalle rovine tutto ciò che non è stato attualizzato.

Il teatro di Moscato, soprattutto Festa al celeste e nubile santuario, non fa concessioni allo spettatore, la scena si fa segno e, su quella lingua babelica, confusa, pregna di riti e immagini, costruisce un lavoro potente, affidato alla bravura delle tre interpreti – Cristina Donadio, Lalla Esposito e Anita Mosca – che, con la mimica e un’espressività tipicamente vesuviana, inchiodano lo spettatore alla poltrona e lo trasportano in una realtà “altra”.

Una riedizione importante, che riparte dalla messa in scena firmata da Armando Pugliese con Isa Danieli, Angela Pagano e Fulvia Carotenuto nel 1989 ma mette in campo tutta la genetica del teatro moscatiano, dall’Angelico Bestiario fino a Ronda degli ammoniti. La struttura narrativa è, sì, lineare ma trascende la tradizionale rappresentazione; in essa convive il sacro e il profano del teatro napoletano e, soprattutto, dialoga con i grandi assenti fondendoli in una drammaturgia piena di parallelismi con Ruccello, De Berardinis e Neiwiller.

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