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Ritorno al Valle, quattro anni dopo

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di Viola Giannoli

C’erano i blindati della polizia, sabato 7 aprile, davanti al Teatro Valle. Quelli che non vennero quasi quattro anni fa, l’11 agosto del 2014, nell’ultima notte del Valle Occupato, quando l’assemblea dei “comunardi”, stretta tra la minaccia dei manganelli e la promessa futura di una gestione condivisa (mai realizzata) tra la Fondazione Valle Bene Comune e il Teatro di Roma, decise di riconsegnare le chiavi.

“Scusi, lei va…?”. “Sarei qui per la conferenza…”. C’era l’accoglienza all’ingresso del teatro: giovanissimi in giacca e cravatta che registravano nomi, distribuivano accrediti, impilavano materiali proprio davanti alla parete del foyer su cui una mano di bianco ha cancellato i nomi delle esperienze “amiche” dell’occupazione: l’Angelo Mai, il Mario Mieli, lo Spartaco e così via.

C’era il sipario chiuso sul palcoscenico della sala settecentesca. Chiusi pure i palchetti. Da quelli del secondo ordine si affacciavano solo i volti muti di 19 drammaturghi, opere-ritratto di Mimmo Paladino, il primo artista chiamato a inaugurare quest’”Interludio Valle”, una parziale riapertura, tra la prima e la seconda fase dei lavori di restauro, voluta dal Campidoglio.

C’era di nuovo quel passaggio che dal foyer portava alla sala, inaccessibile nel primo tempo del cantiere. E accatastati, davanti al bar-cucina denudato, cimeli e oggetti del Valle che fu: un omaggio – si dice – alla Venere di Pistoletto.

Oggi il Valle è una sala mostre. Appena sufficiente per gioire, a vederne il portone, sin qui sommerso dalle impalcature, nuovamente aperto. Troppo poco ancora per tornare a emozionarsi e a respirare. Abbastanza per riaccendere ricordi recenti che ardono ancora sopiti sottopelle, per provare nostalgia di quella febbrile creatività, di quel sogno utopico, quella sfida a volte raffinata altre sgangherata, quel gesto simbolico e militante d’amore trasformatisi in forma compiuta di autogestione, esperienza eccezionale di produzione e condivisione, tentativo blasfemo eppure rigorosissimo di generare nuove istituzioni del comune, eresia culturale riconosciuta a livello mondiale, che fu il Valle occupato.

Un’eccedenza troppo alta e al tempo stesso troppo popolare che andava normalizzata, aprendo la stagione angusta degli sgomberi. Restano poche tracce di quel che poteva continuare ad essere e non è stato: le scritte fucsia sul marmo bianco della scalinata interna – “No violence”, “No racism”, “No sexism”, “No homofobia” – e una vetrinetta su strada – “Fatti bene” lo slogan delle cartoline.

Quando tornerà teatro il teatro? “Non lo so, spero entro la fine del nostro mandato” – ovvero il 2021 – ammette il vicesindaco e assessore alla cultura di Roma, Luca Bergamo, che rivendica questa timida, prima, apertura di una finestra di fruibilità durante i tempi morti del restauro dopo aver sciolto un groviglio burocratico che l’ha lasciata ammuffire. Cosa sarà il teatro? Anche qui, non si sa, ma i cittadini saranno chiamati alla sempre evocata “partecipazione”. Ci sarà da reinventare un cartellone che non sia repertorio stantio, da restituire identità a una sala dopo 7 anni (se tutto dovesse andare bene) di vuoto creativo, da ricostruire una normalità dopo un’extra-ordinarietà scolpita quantomeno nell’immaginario collettivo, da scrostare simboli o stratificarne di nuovi.

Sperando qualcuno si ricordi di quello striscione che è stata scintilla di una stagione: “Com’è triste la prudenza”.

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