1har (1)

Ritorno a Holt. “La strada di casa” di Kent Haruf

1har (1)

“A metà pomeriggio dell’ultimo giorno di dicembre del 1976, Jack Burdette scomparve. E non tornò a Holt per molto tempo, quando ormai il danno era fatto, e si trattava di un danno molto grave.”

Molti di noi sono stati a Holt, in Colorado, ci siamo stati alcune volte negli ultimi anni. Nulla di strano, il Colorado è uno dei territori più affascinanti di tutti gli Stati Uniti. Nulla di strano, a parte il fatto che Holt non è esiste. Holt è la città inventata dallo scrittore Kent Haruf, somigliante idealmente a Yuma, verosimile perciò più vera di un posto vero. Holt esiste ed è il teatro in cui il bravissimo Haruf ha costruito la maggior parte delle sue storie, di certo le più belle e riuscite.

Lo scrittore americano è conosciuto e molto amato in Italia, grazie al lavoro di NN editore che ha pubblicato i suoi romanzi ambientati ad Holt (e non solo), basti pensare a Benedizione (il suo capolavoro, per chi scrive), Canto della pianura, Crepuscolo (che formano la trilogia della pianura) e Le nostre anime di notte (tutti tradotti magistralmente da Fabio Cremonesi).  NN e Cremonesi sono di nuovo insieme per la pubblicazione italiana di La strada di casa, l’unico romanzo di Haruf non ancora tradotto, in uscita in questi giorni.

Diciamo subito che si tratta, nuovamente, di un libro molto bello e potente, che pone una luce nuova e interessante sul lavoro di Haruf e sulla sua idea di Holt e della sua comunità. La strada di casa esce adesso ma è il libro che precede la Trilogia della pianura e rappresenta un tassello importante dentro l’opera complessiva dello scrittore americano, per  due motivi. Il primo è che lo leggiamo per ultimo, perciò conosciamo ciò che è venuto dopo, sappiamo cioè quello che Haruf ha inteso fare con la sua piccola comunità immaginaria.

Il secondo, ed è molto interessante, è che Haruf quando ha cominciato a scrivere di Holt forse aveva un’idea meno romantica dei personaggi che avrebbero dovuto abitare la cittadina, ma altrettanto straordinaria. Ciò che è stato scritto prima ci arriva dopo e completa, anche filologicamente, l’opera di uno scrittore fantasioso, molto bravo, scrupoloso, compassionevole e attento.

Questo è il problema con i testimoni oculari, osservò. Pensano di aver visto tutto. E ogni volta che lo raccontano, pensano di dover aggiungere qualcosa a quello che hanno già raccontato a qualcun altro.

Holt è piccola, i suoi abitanti si conoscono tutti e sanno ogni cosa capitata, detta o taciuta, al vicino di casa, al collega di lavoro. Sanno chi è ammalato, sanno chi è in difficoltà economiche. Conoscono i movimenti notturni, chi va di notte a casa di chi. Sanno ogni gioia e ogni disperazione. Conoscono che strada ha preso chi è partito, chi su quella strada ce lo ha messo. Sperano in qualche ritorno e sperano che qualcuno non veda il cartello con la scritta “Benvenuti a Holt” mai più.

Mi sono occupato di tutti i romanzi di Haruf ambientati a Holt , tra le cose che mi hanno colpito della sua prosa ci sono la capacità straordinaria dei protagonisti di venir fuori dalle pagine, di farsi vedere dai lettori senza che l’autore abbia avuto il bisogno di caricarli eccessivamente. Vediamo i cittadini di Holt attraverso le frasi che dicono, quasi sempre brevi, discorsi lunghi poche parole, e anche mediante i silenzi, gli sguardi, la capacità di prendersi cura di chi ha bisogno.

Haruf ha creato un mondo che è un coro di personaggi indimenticabili, ci ha fatti appassionare alle loro storie e a un posto sperduto, nel quale non succede quasi niente, ma quel niente ci agguanta e ci tiene con sé; lo ha fatto perché gli interessava raccontare una piccola comunità nel bene e nel male, il forte senso di coesione che fa sì che mezzo paese vada in soccorso di chi ha bisogno o di chi sta soffrendo – come abbiamo visto con chiarezza in Trilogia della pianura –, vedendo sulla scena  Ike, Bobby, Victoria, Tom, Ella, Maggie, i fratelli McPheron, o Rose Tyler e poi Dad, Lyle, Mary, Lorraine.

Lei crede nell’inferno? chiese lui. È per questo? Jessie ricambiò il suo sguardo. È per questo che lo fa? Se è così, mi lasci dire, secondo me l’inferno non esiste. Non credo proprio. E non penso che ci sia nemmeno il paradiso. Moriamo, ecco tutto.

Quelle persone ci insegnavano come ci si stringe e come ci prende cura di chi ha bisogno, come si perdona e come – qualche volta – non si è capaci di farlo; ci mostravano la malattia, di come asciughi gli uomini nei corpi e nelle parole. Erano libri capaci d’amore  e di morte.

La strada di casa ci dice (aggiungendo) che le piccole comunità sono capaci anche di disprezzo, di odio, di perdersi davanti a una paura o a un semplice raggiro. Nelle piccole comunità non tutti sono i benvenuti, quando qualcuno torna si aprono vecchie ferite, persone molto calme rischiano di perdere il senno, altre il sonno.

Pat. Sì? Pensi di venire a mangiare all’Holt Cafè domani? Non so. Probabilmente sì. Allora probabilmente non andrò al lavoro in macchina. Allora probabilmente verrò con la mia, risposi. Ecco, vedi? aggiunse lei. Non sei poi così fuori allenamento come pensavi. Risi. Era la prima volta che ridevo da mesi. Magari mi torna in mente come ci si comporta. Penso di sì.

Jack Burdette torna a Holt dopo molti anni a bordo di una Cadillac rossa, forse non avrebbe dovuto farlo, Haruf lo mette in chiaro dalle prime pagine, ma il motivo ci è sconosciuto. Burdette sta fermo seduto in auto senza scendere per diverse ore. A quel punto la storia va all’indietro fino al tempo della sua fuga da Holt, ce la narra Pat Arbulckle, direttore dell’Holt Mercury, il quotidiano locale. Pat è stato amico di Jack ai tempi della scuola, ed è stato forse l’unico che già al tempo ne capiva anche il lato oscuro. Pat racconta e va all’indietro ai tempi della scuola, dell’università. Parla di Jack del suo essere esplosivo nello sport, dell’amore per lui provato da Wanda Jo Evans, al giorno in cui questi incontra Jesse a un convengo e se ne innamora, la sposa in due giorni, ci fa due figli. Lei è una donna affascinante e determinata, vista con diffidenza dalla comunità ma in un certo senso ammirata. Pat arriva all’accusa di furto rivolta a Jack, alla sua fuga da Holt. Intreccia il racconto con le sue memorie personali, sulla sua vita fino a un certo punto monotona e deludente. Pat, per molti anni, è stato un uomo che si è accontentato.

Ancora una volta Haruf disegna una serie di personaggi memorabili, tra i secondari ricordiamo la prima moglie di Pat e al rapporto quasi morboso che ha con suo padre, giusto per fare un esempio.

Ma gli attori principali sono  Jack, Jesse e Pat. Attraverso loro tre, le loro vite intrecciate, Kent Haruf, conduce il lettore in una storia d’amore e di lotta, di perdita, di rancore e paura. Una vicenda fatta di desideri e di rinunce. Fa sì che ci si innamori un’altra volta di Holt, di questa gente che frequenta lo stesso bar, fa la spesa negli stessi posti, che lascia raramente la casa in cui è nata, che non si muove dal paese.

Questa storia dolente e, per certi versi, inspiegabile, perché sempre c’è qualcosa che non si spiega nelle azioni degli uomini e in quello che portano nel cuore, ci avvolge, ci spinge a schierarci con Pat, a sperare per Jesse e a cercare di comprendere cosa ha spinto Jack a diventare quello che è.

Facendo un bilancio definitivo su Holt e le sue storie, viene da dire che Haruf dopo aver scritto La strada di casa si sia reso conto della grande potenzialità narrativa che aveva una comunità inventata e l’ha ampliata, aggiungendo storie, volti, nomi, andando casa per casa, raccontando con grazia e intelligenza, con una prosa asciutta e, allo stesso tempo, ricca, il destino che è sempre implacabile, la vita che a volte è bella altre no.

Se si guarda qualche foto di Kent Haruf si è portati a pensare a un uomo saggio e mite, non sappiamo come fosse, ma siamo certi che abbia pensato, ogni volta che ha scritto, che ogni personaggio meriti comprensione e compassione, che anche l’animo più duro debba nascondere una qualche ragione.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Commenti
2 Commenti a “Ritorno a Holt. “La strada di casa” di Kent Haruf”
  1. Vito scrive:

    Ottimo articolo. Tuttavia c’è bisogno di una rettifica a proposito della trilogia dell’autore citata più volte. La si denomina trilogia della frontiera, ma non è così. Trilogia della frontiera è il trittico western di Cormac McCarthy: cavalli selvaggi – oltre il confine – città di pianura.
    La trilogia di Haruf, invece, è conosciuta come trilogia di Holt o trilogia della pianura.

  2. Gianni Montieri scrive:

    Sì, è un refuso che viene da amore condiviso per entrambi gli autori. Corteggiano. Grazie e un saluto.

Aggiungi un commento