Ritratti: Lawrence Weschler

Questo articolo è apparso sul Sole 24 Ore.

C’è uno scrittore, in America, come nessun altro: magistrale come nessun altro, stilista della frase come nessun altro e onnivoro. I suoi libri si possono trovare sullo scaffale della critica d’arte, del reportage storico, della ricerca culturale, non esaurendo il proprio raggio espressivo in nessuna di queste regioni. Lawrence Weschler ha un’età indecisa fra i 50 e i 60, una voce adenoidale, un muso freudiano. Suo nonno, Ernst Toch, compositore ebreo viennese, si stabilì negli anni trenta a Los Angeles, imprimendo alla generazione successiva la peculiare fortuna di crescere da europei sotto il sole della California, e proprio alla luce di quella città il nipote avrebbe dedicato uno dei suoi testi più riusciti.

Immaginare una sezione della libreria per cui ancora non esiste un nome: non c’è modo migliore di avvicinarsi alla prismatica avventura di quest’uomo affabile e incantato, che tra un testo e l’altro non smette di condurre seminari attraverso l’Institute for the humanities della New York University e lo Humanities Festival di Chicago, di cui è direttore. Lawrence Weschler ha pubblicato negli Stati Uniti una dozzina di libri, ciascuno diverso dal precedente e dal successivo. Il più noto, finalista al premio Pulitzer, è anche il solo tradotto in italiano, un’edizione Adelphi del 2000 che non ha avuto molta fortuna, Il gabinetto delle meraviglie di Mr. Wilson. Si tratta di un’escursione tra i meandri del Museo della tecnologia giurassica, una wunderkammer contemporanea situata a Culvert City, nella periferia di Los Angeles, e racconta, come se fosse tutto credibile e autentico, la straordinaria collezione di oggetti e storie messi al mondo da David Wilson, il borgesiano proprietario. Può capitare di leggerlo, rimanerne rapiti, convincersi che sia tutta una magnifica truffa, tentare lo stesso l’impossibile, salendo su un’auto diretta a Culvert City, per poi scoprire che è tutto rigorosamente vero: tutto rigorosamente falso. Tutto, rigorosamente, illumina sul senso ultimo di quella strana, cruciale abitudine del sapiens sapiens: ordinare frammenti del mondo in perimetri chiamati musei.
Ma guardando a ritroso i volumi che compongono la bibliografia di Weschler si trovano anche: la disamina critica di uno dei grandi artisti californiani della seconda metà del Ventesimo Secolo, Robert Irwin; un clamoroso resoconto in tempo reale dalla Polonia di Solidarnosc; la storia di come un gruppo di combattenti per la democrazia ha aiutato a rovesciare le dittature militari in Uruguay e in Brasile nei primi anni ottanta; le vicende di tre grandi esiliati dai paesi senza libertà, L’Iraq di Saddam Hussein, il Sudafrica dell’apartheid e la Cecoslovacchia comunista; e poi collezioni di profili per il New Yorker, sulle cui pagine ha raccontato – per conto del grande direttore William Shawn, che diceva ai collaboratori ‘io non mi muovo di qui, voi andate e raccontatemi sempre qualcosa di interessante’ – personalità come David Hockney, Art Spiegelman, Roman Polanski, Ben Katchor, Breyten Breytenbach, in alcuni casi contribuendo in modo determinante al loro riconoscimento canonico. Lo sguardo di Weschler, avido di comica meraviglia moderna, ha incrociato in seguito il destino di un certo Boggs, artista ossessionato dal dollaro a tal punto da farsi espellere dagli Stati Uniti per averne contraffatti troppi sostituendo la propria faccia a quella dei presidenti, cercando persino di usarli per pagare i conti. Ma Weschler ha anche saputo fissare i termini dell’orrore sotto pressione che lega i dipinti di Vermeer, la guerra dei Trent’anni e il processo ai carnefici dell’Ex Jugoslavia all’Aia. Nei primi anni del nuovo secolo si è infine messo a caccia delle assonanze visive tra immagini provenienti da contesti lontani eppure segretamente intrecciati, nel formidabile viaggio di Everything that rises – a book of Convergences, tratto da una nota formula di Teilhard de Chardin, ‘tutto ciò che si alza converge’, che già Flannery O’Connor aveva usato per battezzare una sua raccolta di racconti. I titoli scelti da questo poeta delle idee e delle connessioni sono eloquenti, anche tradotti alla spicciolata, senza soluzione di continuità: un miracolo un universo, vedere significa dimenticare il nome di ciò che si sta guardando, l’esploratore nella città perfetta, le calamità dell’esilio, Vermeer in Bosnia. Persino il nome del suo unico corso universitario è paradigmatico: the fiction of non-fiction. Weschler ha sviluppato una vera e propria poetica a partire dal lavoro giornalistico, che, parole sue, è sempre stato incentrato su due grandi filoni: tragedie politiche e commedie culturali. Pur essendo intimamente legato ai caratteri essenziali del fare letterario – la struttura, la lingua, le scene e i personaggi – Weschler si è sempre rifiutato di dare alle stampe un romanzo. Pur essendo parte integrante della scena ‘alta’ di quel paese – basti pensare alla posizione da zio autorevole che occupa tra i ranghi di riviste come Mc Sweeney’s – non si è mai cimentato con il formato che alimenta tutti i sommovimenti ideali e commerciali di quel mondo, il racconto d’invenzione. A chi scrive è successo di parlarne con più di un autore, e per tutti vale la risposta entusiasta di Rick Moody: ‘Weschler…è… un dio’. Eppure questo modello assoluto non ha mai neppure concepito l’idea di diventare romanziere. E Perchè non posso scrivere ‘fiction’, il testo che alligna dietro a questo rifiuto partendo dallo tsimtsum, concetto pensato dal mistico ebraico Isaac Luria, dice tutto sul suo modo di operare: “I cabbalisti non riuscivano a giustificare la differenza tra creato e creatore, perché se Dio era ovunque non poteva esserci più spazio per la sua creazione. Luria suggerì la nozione di tsimstum, secondo la quale nell’istante della creazione Dio aveva trattenuto il respiro, si era reso assente, si era ritirato dentro se stesso lasciando così spazio al mondo. […] L’autore di finzioni deve essere a mio parere capace di tsimtsum, di permettere ai propri personaggi inventati di vivere in un tempo e in un mondo vuoti. È come una forma attiva di sospensione dell’incredulità, che però necessità di un ponte gettato sull’abisso, e mentre mi piace sospendere la mia incredulità se qualcun altro si preoccupa di come allestire quel ponte, io invece non ho la minima idea di come fabbricarlo e farlo stare in piedi”. Ecco un punto di vista che pone questioni fondamentali per tutti gli autori che affrontano seriamente il nucleo problematico del romanzo nell’era dell’Informazione – continuare a generare mondi, continuare a inventare nomi. Siamo tutti debitori di Weschler, dopo averlo letto: anche quegli autori che da quest’obiezione radicale sono stati messi in crisi. E che poi – nonostante le consistenti malie della realtà, a dispetto del fascino brutale esercitato dai fatti davvero accaduti, dai nomi autentici, dalle conseguenze effettive – imparano a dissentire. E, con fatica, provano a trattenere il fiato per dare origine a un romanzo che sia più bello del mondo.

Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d’Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza).
Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore ed è corrispondente speciale per la rivista Abitare. Da gennaio 2010 dirige Canale 150 – gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi – iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia. Dal 2010 è curatore del Castello di Rivoli – Museo d’Arte contemporanea. Ha scritto di spazi e architettura per Domus, ha collaborato alle pagine culturali de La Stampa e D di Repubblica. Scrive di musica per Rumore e Il Giornale della musica. È stato consulente editoriale per Alet Edizioni. Nel 1999 ha tradotto per la casa editrice Einaudi The Wild Party, testo di Joseph Moncure-March, illustrato da Art Spiegelman (ed. Einaudi Stile Libero, 1999). Nel 2007 e nel 2008 è stato, con Stefano Boeri, co-direttore di Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari. Durante la prima edizione di Festarch ha svolto un dialogo pubblico su ‘architettura e letteratura’ con l’architetto olandese Rem Koolhaas. Nel 2009 è, con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti, co-direttore artistico di Urbania a Bologna. Collabora con Fondazione CRT e cura una collana di volumi di architettura e narrazione.
Commenti
2 Commenti a “Ritratti: Lawrence Weschler”
  1. Lorenzo scrive:

    Che lo strepitoso “Everything that rises. A book of convergences” non sia mai stato pubblicato in Italia mi è parso da sempre un peccato mortale. Ma si è ancora in tempo per recuperare, no?

    Ecco il volume:
    https://store.mcsweeneys.net/products/everything-that-rises-a-book-of-convergences

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