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Ritratti da un mondo antico: “Piccoli addii” di Giovanni Mariotti

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Tra le tante e variegate forme assunte dalla letteratura c’è ovviamente la più utilizzata, quella del romanzo, ma ce n’è anche una di tono minore, che si costruisce e si sostiene attraverso l’accostamento di piccoli bozzetti impressionistici, idilli, quadri minuti, talvolta dal sapore naturalistico (e in versi, come nel caso di alcune poesie del Pascoli di Myricae), altre volte invece incentrati su particolari d’ambiente, fissazioni o oggetti simboli di miseria e difficoltà.

Giovanni Mariotti, silenzioso scrittore di lungo corso, troppo poco citato quando si parla di grandi autori della letteratura italiana contemporanea, si è occupato di entrambi i versanti: ha scritto uno splendido romanzo di impianto, e in parte ambientazione, ottocentesca, Storia di Matilde (pubblicato prima da Anabasi e poi da Adelphi in due edizioni), e ha scritto per il Corriere della Sera una serie di piccoli quadri frammentari che, nel loro insieme, costruiscono un ritratto, ovviamente parziale, di una società in estinzione, piccoli tasselli di un mondo pian piano scomparso, il mondo provinciale della lucchesia e della Versilia.

Adelphi adesso raccoglie questi scritti, risistemati per l’occasione, e li pubblica con il titolo Piccoli addii nella sua collana ebook “Microgrammi” (stralci autonomi di libri che la casa editrice pubblicherà in futuro, oppure chicche singolari e interessanti): i quadretti di Mariotti occupano un’ottantina di pagine, costruendo un agile breviario che si spera possa essere pubblicato anche in piccolo formato cartaceo, in modo da poter avere sempre con noi queste pagine, semplici eppure importanti per non prenderci troppo sul serio nelle nostre molteplici attività quotidiane.

Queste pagine raccolgono l’eredità sommersa della forma letteraria dell’elzeviro (e quanti grandi elzeviristi ci sono stati nel corso del Novecento italiano, uno su tutti, Tommaso Landolfi) e si impongono come forse ultimo canto di un genere oggi molto poco praticato, creando in ogni pagina dei «brevi congedi da un mondo che non c’era più», come scrive l’autore, e di cui oggi, a maggior ragione, non rimane forse alcuna traccia.

In Piccoli addii, diviso in due parti Piccoli addii alle cose della vita e Scene di un debutto in società, scorrono tutta una serie di oggetti e atteggiamenti che sembrano richiamare le «buone cose di pessimo gusto» descritte da Gozzano e da tutta una letteratura che ama i piccoli oggetti che diventano emblemi di un ambiente o una parte della società. E così, tra le molte altre cose, Mariotti descrive la rivoluzione delle calze velate («Nate in America negli anni Venti, in poco tempo conquistarono il mondo; non solo in città, anche in campagna le donne le desideravano. Era la prima volta che tra i contadini si aspirava a qualcosa di così leggero, di così prossimo all’immaterialità. Quelle calze erano cose ma sembravano nutrire l’ambizione di essere nulla»), ritrae un oggetto pressoché scomparso, il salvadanaio («Mio nonno mi aveva regalato un salvadanaio di terracotta a forma di orcio e prima di andare a letto lo scuotevo avvicinandolo all’orecchio. Panciuto come un piccolo Buddha, mi rassicurava con la sua petulanza. Cominciò così una relazione destinata a esercitare sulla mia vita e i miei alterni umori un’influenza non trascurabile: quella col denaro»), racconta il camino e la sua forza nel generare i ricordi («L’effetto chaud-froid, gli occhi che lacrimavano per il fumo, le mani e le orecchie appesantite dai geloni, il timore della Siberia dei letti, i rumori di sistro dei filari squassati da un vento volubile che s’imbucava nel camino con gemiti strazianti… tutto questo faceva parte della mia “musica”») o, ancora, riporta alla mente l’età in cui si compravano ancora le sigarette sfuse («Entravo in un bar, chiedevo tre Alfa, tre Nazionali, tre Esportazione; qualche volta cinque. Mediocremente confezionati, i piccoli cilindri senza filtro erano destinati a disfarsi almeno in parte in fondo alle tasche lasciando un residuo di tabacco pari a un cucchiaino di tè. Poi un giorno un tabaccaio mi disse che acquistare sigarette sciolte non era più possibile: o il pacchetto o niente. Seppi così che l’Italia stava diventando ricca»).

Piccoli addii è un galleria di scene che hanno l’aria di casa o comunque rimandano sempre a immagini domestiche e familiari: questo spazio intimo si trasfigura senza difficoltà nell’esistenza stessa, disegnando così una «topografia dello spazio intimo, il primo universo, rifugio e deposito della continuità», per dirlo con le parole di Antonella Tarpino in uno splendido libro, purtroppo divenuto introvabile, Geografie della memoria. Case, rovine, oggetti quotidiani (Einaudi), saggio formidabile sul rapporto tra la memoria e i luoghi. Ognuna di queste storie si intreccia infatti con i ricordi dell’autore, vive su di essi, anche se il valore di queste pagine è universale, perché è testimonianza concreta del verso di Petrarca che ritrae ogni esistenza, «La vita fugge, et non s’arresta una hora, / et la morte vien dietro a gran giornate»: già in Storia di Matilde, per Pietro Citati in un articolo del 2011 «il più bel romanzo italiano che sia stato scritto negli ultimi vent’anni», il protagonista assoluto era il tempo, il cui scorrere inesorabile faceva da sfondo alle vicende della famiglia protagonista, e anche in questi Piccoli addii si seguono i suoi capricciosi e incontrollabili movimenti, con la consapevolezza che ciò che ci sembra di poter possedere e conservare è ugualmente soggetto a una dissoluzione contro la quale lottiamo con armi impari, quelle della memoria.

La letteratura rappresenta allora il modo privilegiato, forse l’unico, per conservare quantomeno i contorni dei ricordi, con la speranza di essere poi ancora in grado di recuperarne le forme più complesse, un procedimento di scomparsa che replica quello delle parole scritte sulla carta assorbente di cui parla Mariotti in uno dei capitoli di Piccoli addii: «Dimenticati in qualche angolo o buttati chissà dove, i fogli di carta assorbente conservarono per qualche tempo le tracce dei dettati, dei “pensierini”, delle “composizioni” di cui si erano docilmente impregnati».

Nelle pagine di questo libro, ammantate tutte di una malinconica consapevolezza della perdita (scritte infatti «a un’età in cui tutto è addio»), eppure leggere e anche divertenti, è proprio il tempo a dare un senso alle cose, a dare a ogni oggetto che riemerge dalla memoria un significato che uno sguardo oggettivo e distante non sarebbe in grado di offrire: la carta assorbente, il camino, gli specchi, le fotografie, tutti questi oggetti ci ricordano il paradosso del tempo, imprendibile e responsabile del nostro deperire, eppure unico depositario degli affetti e privilegiato, unico, generatore di sentimenti.

Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Il Riformista, L’indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha curato per Quodlibet il romanzo di Giovanni Faldella “Madonna di fuoco e Madonna di neve” e pubblicato la monografia “Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett”.
Commenti
2 Commenti a “Ritratti da un mondo antico: “Piccoli addii” di Giovanni Mariotti”
  1. giovanni mariotti scrive:

    Molte grazie per quel che ha scritto del mio piccolo instant book. L o chiamo così perché è stato messo a punto nei giorni del virus e destinato sin dall’inizio alla e-collanina di Adelphi. In Piccoli addii il presente (che per me è soprattutto la vecchiaia e in questo periodo ovviamente la clausura) non c’è; diciamo che funziona come il suggeritore nascosto nelle sua buca. Grazie di nuovo e buon lavoro. Giovanni Mariotti

  2. Matteo Moca scrive:

    Caro Giovanni, leggo solo ora il suo commento, grazie a lei.
    Buon lavoro
    M

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