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Ritratto di Andrea Pazienza da cucciolo – Gabriella De Fazio intervista Giuliana Di Cretico

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In questi mesi sto girando per l’Italia visitando molte librerie. E capita, in modo meno infrequente di quanto si possa già sperare, che molti di questi posti custodiscano grandi e piccoli tesori. Ad esempio l’Orsa Minore di San Severo. Che qualche anno fa mise su una piccola rivista, “I Quaderni dell’Orsa”, un cui numero speciale fu dedicato a Andrea Pazienza. Nel numero in questione (luglio 2009) c’era anche un’intervista di Gabriella de Fazio (proprietaria della libreria insieme a Michele Piscitelli) a Giuliana Di Cretico, mamma di Andrea Pazienza.

Gabriella de Fazio è anche una lettrice di minima&moralia, così ci ha dato il permesso di riprodurre l’intervista, oltre a questo disegno (credo mai visto, a parte qualche centinaio di sanseveresi in possesso della rivista) che rappresenta la Questione Meridionale secondo Paz. Un occhio attento riconoscerà ad esempio il volto di Di Vittorio. Grazie a Gabriella e all’Orsa Minore. Ed ecco l’intervista.

di Gabriella de Fazio

Al sesto piano del palazzo di via Daunia, nell’appartamento dove Andrea Pazienza ha vissuto l’infanzia e la prima adolescenza, c’è molta luce. E il caldo pomeridiano di questo 16 giugno, il ventesimo dalla morte di Andrea, è temperato da un bel vento, quello che come al solito soffia in questo nostro paesone sdraiato nella pianura e che arriva benefico dal balcone aperto sui tetti e i campanili.

Giuliana è come sempre affettuosa e sollecita: “Vieni, zia, hai visto che caldo? Come sono contenta di vederti!”

“Zia”, dice, in quel modo tutto meridionale di usare il vocativo al contrario, lo dice infatti chi detiene quel titolo. “Vieni mamma”, dice la madre, “Stai buona nonna”, dice la nonna. Così fa Giuliana, non perché io sia sua nipote, ma perché è stata la mia madrina di cresima, e ancor più perché è stata molto amica di mia madre, così come suo marito Enrico lo è stato di mio padre, anche lui cacciatore. Per me è sempre stata “zia” Giuliana.

Ma lei, abruzzese di nascita e pugliese di adozione, non è affatto una meridionale tipica. Così come non è una donna né una madre comune. Intelligente e forte, attenta e curiosa, continua a mantenere saldo il timone del percorso di Andrea qui a San Severo. Tutti la ricordano quando parlò al suo funerale, sembrava dominata da una forza misteriosa. “Era Andrea”, dice, “che me la dava”. Ora siamo qui per questa intervista e appena avremo finito raggiungerà San Menaio.

 In macchina?

Sì. Secondo te faccio male? E che io lì sto bene. Vedi, quella casa, come questa del resto, per me è la memoria. Figli e nipoti ci hanno portato oggetti, foto, disegni e io li lascio lì, dove loro hanno voluto che fossero. Anzi, no, a volte li sposto. Come quell’uccellino che Andrea portò dal suo ultimo viaggio in Brasile, un colibrì leggerissimo di non so che legno, col becco lungo e sottile sottile. Be’, un nipote lo ha fatto cadere e si è rotto l’aluccia. Loro, a dir la verità, l’hanno aggiustato, ma io l’ho spostato.

 Cominciamo, se vuoi, e partiamo proprio dall’inizio. Riesci a ricordare quando hai avuto la prima sensazione che Andrea sarebbe diventato un artista?

Intanto devo dirti che quando Andrea è nato, a me è sembrato il bambino più bello del mondo, mentre Enrico l’ha guardato e ha detto: “Giulia’, tu hai sofferto tanto, ma questo è proprio brutto!” E in effetti era bruttino. Era magro magro, lungo lungo e con la testa a pera. Poi diventò subito bello, ma alla nascita era così.

Dunque, la prima sensazione, quando ho capito… be’, è meglio dire abbiamo capito, perché gli altri ci sono arrivati prima di me. Enrico intanto. Enrico vedeva questo bambino che osservava qualsiasi cosa gli stesse intorno. Ad esempio, la nonna un giorno stava facendo un disegnino per lui, perché a lui piaceva veder disegnare, e stava facendo una giraffa. Andrea guardava attento, e a un certo punto ha preso una matita e le ha messo i cornini: la nonna se ne era dimenticata. E non aveva ancora due anni, aveva diciotto mesi. O come quell’altra volta che per mascherare un errore nel disegno di un tavolo che era venuto con una gamba troppo corta, tracciò un nodo. Enrico ne rimase impressionato. Così ha avvertito questa cosa presente in Andrea. Da allora gli abbiamo sempre messo davanti carta e matite, abbiamo disegnini di Andrea a partire da due anni. Un materiale ricchissimo e bellissimo.

Dunque stai dicendo che all’origine della capacità di Andrea non c’era tanto un fare, quanto l’osservare, la capacità di registrare quanto aveva intorno.

Sì, è così. La sua osservazione era ininterrotta e per lo più memorizzava tutto. Da qui veniva la sua facilità a riprodurre la realtà. Perché lui ce l’aveva in mente. Lui registrava. Ma questa cosa l’aveva respirata in famiglia. Quando andavamo in giro con suo padre, un viaggio che doveva durare un’ora ne durava quattro o cinque, perché Enrico doveva fermarsi a ogni angolo per farci osservare tutto: il gioco delle nuvole, l’aspetto della natura, il tramonto che è diverso ogni giorno, le sensazioni. E questo è servito a tutti, non solo ad Andrea, anche a me. I figli un pochino si salvaguardavano da questa abitudine andandosene, per me era un po’ più difficile avendolo sempre vicino. Delle volte a San Menaio, quando avevo da fare, me ne uscivo dalla finestra perché lui non mi fermasse, se no mi bloccava e mi doveva raccontare tutto quello che aveva guardato e pensato.

Questo è quello che Andrea ha preso da suo padre. Ma mentre Enrico doveva sempre esternare tutto, Andrea interiorizzava e certamente raccontava volentieri ma si esprimeva soprattutto col disegno e con le poesie.

 Quando avete compreso che Andrea sarebbe divenuto un artista di successo?

Vedi, penso che Andrea ne fosse consapevole fin da bambino. Abbiamo ritrovato una sua letterina di Natale diretta ai nonni che è stata scritta nel ’62, a sei anni, dove diceva “Voglio che voi stiate bene, così mi potrete ricordare quando diventerò famoso”. Veramente diceva “un famoso architetto” ma, insomma, aveva già la sensazione di quello che sarebbe diventato. Noi abbiamo capito subito il talento che aveva, l’abbiamo capito tanto presto che gli abbiamo permesso di andar via, a studiare a Pescara, a tredici anni. E ti prego di credere che è stato un sacrificio enorme. Un sacrificio che può essere difficile da accettare. ‘Ma come avete fatto?’ ci si potrebbe chiedere… È che non si poteva fare altrimenti. Vedi, Andrea a sette anni ha vinto premi di disegno e ha dovuto dimostrare di esserne stato l’autore, perché i giudici non gli credevano. I riconoscimenti sono venuti presto e poi è stata una cosa che avveniva man mano, una cosa naturale, che si evolveva. Quando frequentava le medie, i suoi insegnanti mandarono un suo disegno a un concorso all’isola d’Elba, ma lo riebbero indietro con una annotazione che diceva che era evidente la mano di un professore e che dunque non poteva essere accettato.

Che scolaro era Andrea?

Andrea andava bene a scuola, era bravo soprattutto nelle materie che gli piacevano. Ma non dovevate parlargli di matematica per lui il pensiero che due più due dovesse fare sempre quattro era inaccettabile. E così anche l’inglese, non era portato per le lingue.

Il suo maestro delle elementari, quando Andrea non c’è stato più, mi riportò tutti i temini di Andrea. Li aveva conservati tutti meravigliandosi lui per primo di averlo fatto. Aveva avuto tra le mani tanti di quei ragazzi…. però Andrea lo aveva colpito. Questi temini poi sono straordinari, surreali, fantasiosi, un caos di sensazioni. Nello stesso periodo scriveva anche poesie totalmente diverse. Perché Andrea era così; anche dopo poteva usare tanti registri, dall’impegnato al realistico, dal surreale al satirico. Ha spaziato in maniera straordinaria tanto da non poter essere inscatolato in una sola definizione.

Infatti, guardando i suoi lavori, si ha l’impressione di un mondo interiore così ricco da essere straripante, come se non riuscisse a contenere tutta l’esuberanza dell’immaginazione.

È proprio così. Vincenzo Mollica disse che per rifare tutto quello che Andrea ha fatto in 32 anni di vita, ci vorrebbero tre vite di un uomo di ottant’anni. E continuano a venir fuori cose sue, che ha disseminato ovunque. Tanto è vero che buona parte della mostra di San Severo è stata fatta con le cose che Andrea regalava. Andrea dava a tutti.

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Questo ci conferma nell’idea che abbiamo avuto di considerare la generosità uno dei tratti fondamentali di Andrea, insieme alla genialità.

Sì certo, Andrea era generoso, come lo era il padre del resto. Ci sono state due scene che mi hanno colpito e si sono ripetute nel tempo.

A Foggia, non ricordo di preciso quando, ci fu una manifestazione a cui partecipavano, oltre ad Andrea, Vincenzo Mollica e Davide Riondino. Davide suonava la chitarra e Andrea disegnava in diretta mentre quello che disegnava veniva proiettato da una lavagna luminosa. Quei fogli poi lui li lanciava fra il pubblico, così.

La stessa cosa a Roma in una manifestazione per la Palestina. Lui era così. Pensa che quando i ragazzi gli chiedevano l’autografo lui non si limitava alla firma, ma l’accompagnava sempre con un disegno. È per questo che vengono fuori sempre nuove cose sue.

Quale è stato nel tempo il rapporto di Andrea con San Severo?

Vedi, ho vissuto qui gran parte della mia vita. E ho amato molto questo paese. Ho avuto qui tante amicizie profonde, soprattutto nel mondo della scuola: i colleghi, gli alunni, ragazzi che adesso sono diventati padri. Ma quello di Andrea con San Severo è stato un rapporto molto conflittuale. Gli piaceva la campagna, la gente del popolo di San Severo. Gli piacevano i contadini,  la gente della terra. Ha avuto qui molti amici carissimi. Ma per quanto riguarda il resto, il mondo di San Severo era troppo ristretto per lui, non ci andava d’accordo. Amava questo paese, ma non ne condivideva la mentalità dominante.

E che cosa vorresti che questa città facesse per Andrea?

Adesso non lo so più. Davvero, non lo so più. Vedi, opere di Andrea sono state esposte nei luoghi più prestigiosi, e spesso, per non dire sempre, la città mancava. È come se non si fosse saputo gestire il tesoro che Andrea rappresentava. Mi sarebbe piaciuto che si fosse conosciuto meglio Andrea e che magari fosse stato capito prima che diventasse fin troppo facile parlarne bene.

Ora, come ho detto anche in pubblico, mi amareggia molto lo stato in cui è tenuta la piazzetta che ad Andrea è stata dedicata. Non solo per l’incuria, più volte denunciata alle autorità, ma anche per lo stato in cui è ora, se è possibile ancora peggiorato, visto l’uso che se ne sta facendo. Tanto è vero che vorrei, e anche i miei figli sono d’accordo con me, che se le cose continuano così venisse tolta la targa. E dire che noi ci abbiamo tenuto sempre a dire che Andrea qui aveva vissuto, anche se in molte biografie il nome di San Severo non viene proprio citato. Basti dire che Andrea l’ho voluto qua, perché questo era il paese del padre. È qui che Andrea è sepolto.

E quello è diventato un angolo bello e sereno del nostro cimitero. Che tu sappia è frequentato dagli estimatori di Andrea?

Sì, trovo spesso testimonianze di persone che vanno a trovarlo e lasciano segni del loro passaggio: poesie, fiori, bigliettini, e addirittura penne, sigarette, sassi. Si tratta per lo più di giovani. Vedi, quello è un luogo vivo, quella è pietra viva. Te lo immagini Andrea, lo spirito libero di Andrea costretto in un loculo? Impensabile!

Dicevi prima del rapporto di Andrea col padre, che del resto continua ancora, visto che Enrico è sepolto accanto al figlio. Ma che cosa pensava degli aspetti provocatori del lavoro di Andrea? dei suoi personaggi ‘estremi’? e tu, come reagivi?

Il padre non condivideva, avrebbe voluto che seguisse la sua strada. Enrico riconosceva l’arte del figlio ma non ne condivideva tutti i contenuti. Io capivo di più, come in genere fanno le donne e le madri in particolare. In realtà Andrea è stato profetico, ha percorso i tempi, ha previsto il degrado. Chissà come avrebbe bacchettato certi aspetti dei nostri tempi! Delle volte me lo chiedo. Per lui era importante il sociale, il malessere giovanile (“la droga bisogna sputtanarla”, diceva). E poi lui era sublime in tutte le sue manifestazioni.

Anche tu sei una creativa, hai sempre lavorato con la fantasia e ti è sempre piaciuto inventare cose belle. Pensi di aver trasmesso questi aspetti di te ad Andrea? o cos’altro di te è passato a lui?

Mah! Mi piace più dire che ci sono cose che ci accomunavano. L’amore per la natura, ad esempio, l’allegria di stare insieme, il desiderio di avere una casa aperta agli altri, i Natali in famiglia. Vedi, io vengo da una famiglia così, soprattutto per merito di mia madre. ‘Nonna jet’ la chiamavano i miei figli, era una donna accogliente e allegra, vitale, pensa che ha preso la patente a 65 anni e ha continuato a guidare fin oltre gli 80. Casa nostra la chiamavano ‘casa serena’, i miei amici vi si rifugiavano spesso. E queste cose sono poi passate ad Andrea. Siamo stati molto legati, lui ha conservato tutte le mie lettere, le abbiamo ritrovate tutte.

E nella sua formazione artistica quali figure sono state importanti?

Dopo suo padre non ho dubbi, i professori di Pescara, Visca e Paolinelli. Lo hanno capito e stimolato, lo hanno trattato da pari, hanno avuto con lui un rapporto che andava ben oltre quello canonico. E gli hanno voluto molto bene.

Quindi Pescara è stata una tappa significativa della sua formazione artistica.

Certamente. Lì Andrea si è formato soprattutto dal punto di vista pittorico. E comunque anche i suoi quadri raccontano, sono delle storie, e quasi tutti narrano vicende. Ad esempio c’è un quadro che fece a 16 anni, con cui vinse un premio (e a premiarlo credo fosse Scalfaro, che raccomandò al pubblico di ricordare il nome di Andrea perché si sarebbe sicuramente fatto strada); dunque questo quadro rappresenta un soldato che si tampona un braccio ferito usando un fazzoletto ricamato sotto cui si scopre un groviglio di meccanismi metallici. Intorno a quest’uomo-macchina-da-guerra ci sono tante figure diverse, sono i suoi pensieri che lo circondano narrando così la sua vita.

L’altra tappa importante è stata senz’altro Bologna. Lì ha sviluppato la tecnica del fumetto, anche se Andrea disegnava scenette sin da bambino. Non aveva ancora cinque anni quando disegnò una storiellina a cui io misi le didascalie, visto che lui non sapeva ancora scrivere. Era un topo che scappa da un gatto e ad un certo punto si imbatte in uno stivale, riesce ad infilarsi lì dentro e poi scappa da un buco della suola. Il gatto si intrufola anche lui nello stivale, ma è troppo grande e vi rimane imprigionato. Insomma era un fumetto! Ma non c’è dubbio che sono stati gli anni di Bologna quelli in cui ha affinato il linguaggio specifico del fumetto. Vedi, quando si presentò a Oreste Del Buono, lo lasciò esterrefatto. La qualità del suo lavoro era evidente, eppure Del Buono gli chiese le tavole che gli aveva portato, perché Andrea non padroneggiava ancora le regole. Puoi immaginarti Andrea che rifaceva una cosa che aveva già fatto? Macché! ne fece ovviamente un’altra, ma da lì imparò molto.

E tu, quali consideri le cose più belle di Andrea? quali ami di più?

Fammici pensare. Tra le storie senz’altro Un’estate, è bello il racconto, bellissima la lingua, l’italiano che usa. Se ne può leggere anche solo il testo. Tra le opere grafiche, non saprei, ce ne sarebbero tante… ma una che mi piace molto è Betta con il leopardo. E poi mi sono molto cari i suoi motti. Ma soprattutto mi sembra bellissimo quello ormai molto noto che fa: “Di me amate il riflesso, quella memoria che sale dalle cose che tocco, senza pensare di raggiungerlo”.

E mentre lo recita, mi guarda dritta negli occhi e la voce diventa lenta, profonda, bella. Mentre la saluto si raccomanda ancora: bada zia, niente patetico, non sono mai stata una piagnona. Ma chi potrebbe anche solo pensarlo, mi dico mentre l’ascensore va giù.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
4 Commenti a “Ritratto di Andrea Pazienza da cucciolo – Gabriella De Fazio intervista Giuliana Di Cretico”
  1. Giap scrive:

    Bellissima testimonianza, grazie.

  2. mary scrive:

    grazie ad entrambi e ad Andrea di essere passato come una cometa su questa terra Quanta luce…

  3. Scoprire Andrea Pazienza nel’77 e’ stato come trovare un riferimento grafico. La parola chiave era”soluzione grafica”. L’idea del “segno grafico” come gesto diveniva comprensibile anche emotivamente
    Nella sua produzione e’ stato un”cesellatore del segno”. Nella produzione di “POMPEO” questo e’ attenuato. Da gemelli-sagittario che era, osservando la sua produzione,tra segno e simbolo,emerge la sua estrema MOBILITA’ nel compenetrarsi negli stili altrui. Rimanendo se stesso e caratterizzandoli rileggendoli. Che Disney gli piaceva e’ evidente quanto il suo stravolgimento,la sua rilettura
    EXTRAMERICANA.

  4. Michele scrive:

    Andrea rimarrà sempre nei nostri cuori…forse ci siamo sfiorati ma mai incontrati, un vero peccato per me.

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