coover - distruttore

Robert Coover, il distruttore di mondi

Pubblichiamo l’introduzione a “La babysitter e altre storie” di Robert Coover, raccolta di trenta racconti (tradotti da trenta traduttori italiani), pubblicata da NN Editore, che ringraziamo.

di Luca Pantarotto

Nel 2011 il Guardian commissiona a Hari Kunzru un lungo pezzo critico su Robert Coover. Malgrado i suoi quasi cinquant’anni di carriera (il suo primo romanzo, The Origin of the Brunists, è del 1966), in Inghilterra Coover è ancora praticamente uno sconosciuto. Proprio quell’anno, però, per il cinquantesimo anniversario della storica collana «Modern Classics», Penguin decide di ripubblicare alcune delle sue opere più famose: la raccolta Pricksongs and Descants, il romanzo Gerald’s Party e i due racconti lunghi Briar Rose e Spanking the Maid. Un’occasione perfetta per rilanciare la figura di uno scrittore che ha attraversato come un fiume carsico gli anni d’oro del postmoderno, una specie di “quinto moschettiere” che, insieme a John Barth, Donald Barthelme, Thomas Pynchon e William Gass, ha saputo lacerare il velo del realismo, rivelando l’esistenza, tra le righe di ciò che crediamo di conoscere, di immensi universi narrativi ancora inesplorati e preparando la via ad alcuni tra i principali nomi del secondo Novecento americano, da David Foster Wallace e Dave Eggers a Rick Moody, fino a George Saunders o Donald Antrim.

Durante l’intervista (pubblicata con il titolo: Robert Coover: a Life in Writing), Coover racconta a Kunzru un aneddoto. Nell’estate del 1960 si trovava a Chicago. Aveva ventotto anni, era solo e passava le notti a leggere insieme Le avventure di Augie March di Saul Bellow e Le perizie di William Gaddis. Difficile immaginare due libri più diversi: da una parte un’odissea picaresca innestata in un romanzo di formazione di ispirazione dickensiana, dall’altra uno dei testi più sperimentali e refrattari alle classificazioni dell’intera letteratura statunitense. Eppure all’inizio a Coover piacciono molto entrambi, soprattutto la prima parte di Augie March. Poi, verso la metà, le cose cambiano: c’è qualcosa nel romanzo di Bellow che lo irrita sempre di più. Con il procedere della lettura la situazione non fa altro che peggiorare, finché, arrivato allo stremo, Coover lancia via il libro e lo abbandona per sempre, dedicandosi completamente a Gaddis.

Il problema, secondo lui, è che il realismo di Bellow è inutile. Quel modo di raccontare è artefatto, usurato, facilone. Soprattutto, non fornisce nessun vero strumento per descrivere o decodificare un mondo in perenne mutamento, una realtà costretta, per sopravvivere, a cambiare di continuo i propri punti di riferimento. Per questo Coover guarda altrove. “Il mio realismo” spiega a Kunzru “l’ho imparato da tipi come Kafka”.

Ora, è evidente che citare il maestro del paradosso e dell’assurdità pertubante come modello di realismo non vuole essere una generica dichiarazione di poetica. In effetti somiglia piuttosto a una dichiarazione di guerra. Coover sa che, per raccontare la paura nascosta nelle fiabe, la violenza dissimulata nelle convenzioni sociali, lo straniamento di fronte a un mondo che non risponde alle regole, gli approcci tradizionali non bastano più. Il vecchio mito del narratore che, come un demiurgo, con le sue storie ricrea il mondo per interpretarlo ha fatto il suo tempo. Ciò che serve ora è un dio che quel mondo sia pronto ad annientarlo, per poi annientare anche se stesso.

È proprio Coover a ricorrere alla metafora di dio. Nel 1986, in un testo curioso dal titolo In Answer to the Question: Why Do You Write?, prova a rispondere alla domanda che di solito angoscia di più gli scrittori fornendo ventitré motivazioni in forma di brevi aforismi. Uno di questi recita: “Perché Dio, creato a immagine e somiglianza del narratore, può essere distrutto solo dal Suo stesso creatore”. In altre parole: se in passato la letteratura ha creato l’ordine apparente che regola il mondo, mascherandone l’inafferrabilità dietro una facciata posticcia di linearità, coerenza e significato, oggi ancora una volta spetta agli scrittori disgregarlo e scoprire il caos complesso e multiforme di cui si compone il reale.

A questo compito Coover consacra tutta la propria attività letteraria. Fin dalle sue prime prove si dimostra capace come pochi altri di scomporre, rovesciare, maltrattare canoni e strutture consolidate, trasformandoli in pretesti per indagare tutto ciò che di inatteso, imprevedibile o improbabile aspetta il lettore appena oltre la soglia della consuetudine. Romanzi storici (nel 1978 arriva in finale al National Book Award con il controverso The Public Burning), omaggi al genere western, black comedy, storie di ambientazione cinematografica o sportiva, rivisitazioni di fiabe come Pinocchio o sperimentazioni con eredità culturali imponenti come Le avventure di Huckleberry Finn: a ogni nuovo romanzo Coover fa ripartire la propria ricerca da prospettive nuove, rimescolando le carte della realtà e della finzione, giocando con tradizioni e immaginari e spostando il confine sempre un passo più in là.

È però nella dimensione del racconto che la sua visione della letteratura raggiunge i picchi più alti, ed è per questo che abbiamo deciso di avviare la riscoperta della sua opera proprio dalla raccolta La babysitter e altre storie: un’inesauribile scatola delle meraviglie che ripercorre l’intera carriera di Coover attraverso trenta dei suoi migliori racconti, pubblicati su rivista o in volume tra il 1962 e il 2016 e che, come spiega Serena Daniele nella postfazione a questo volume, abbiamo affidato alle voci di trenta traduttori diversi per rispecchiare fedelmente la molteplicità dei mondi qui contenuti.

In ognuno di questi trenta racconti Coover espande all’estremo limite la propria capacità di sondare l’intero patrimonio narrativo occidentale (dalla Bibbia alle fiabe classiche, dai film ai fumetti e persino alle storie di burattini) alla ricerca di materia prima sempre nuova, insospettabili punti ciechi, spazi bianchi su mappe apparentemente già percorse all’esaurimento. E in ognuno di essi troviamo una declinazione diversa dell’identità di quel dio che, creato per dare forma alla realtà del mondo, viene ora evocato per demolirla. Perché sì, nello spazio del racconto dio è Robert Coover. Ma chi è Robert Coover?

Coover è l’occhio onnipresente che, nella Babysitter, osserva una dopo l’altra lo sviluppo di infinite diramazioni simultanee, tutte altrettanto possibili e ugualmente concrete, della stessa, semplicissima storia: la serata di una babysitter alle prese con i figli di una coppia borghese di periferia, una situazione ordinaria che apre la strada a un crescendo incontrollabile di delirio.
È il sentiero cosparso di briciole di pane in mezzo alla foresta nera della Casa di marzapane, su cui due bambini si incamminano insieme al padre per raggiungere le dolci trappole che li attendono alla fine di un viaggio psichedelico e sottilmente sensuale.
È l’entità pasticciona del Rabberciatore che, convinta di aver creato la mente, si rende conto troppo tardi di aver invece inventato l’amore.
È il mago del Trucco del cappello, che perde il controllo del suo stesso numero e si ritrova costretto ad arrivare in fondo a un massacro solo per accontentare gli applausi del pubblico.
È lo scrittore di Inizi, che crea, raccontandola, l’isola su cui vive; ma è anche l’isola stessa, e magari persino un altro scrittore, quello che forse sta immaginando tutto ciò che accade al primo.
Oppure è la figura stilizzata protagonista dell’Uomo stecchino, che dopo una serie di peripezie a cavallo tra mondo dei fumetti e mondo reale arriva a capire la verità sulla cosiddetta “commedia umana”, e cioè che: “Gli umani mi hanno solo chiesto di fare quello che ho sempre fatto, anche se mi hanno obbligato a impersonare aspetti della loro vita che non avevo mai immaginato prima”.

Coover è tutto questo e molto altro. Seguite la melodia indefinibile della sua lingua densa e precisa, avventuratevi nel gioco di specchi e incastri delle sue storie e permettetegli di insegnarvi a frantumare l’inganno del reale, a restituire al mondo la sua natura frammentaria e sfuggente.
Questi trenta racconti sono le porte d’accesso ad alcuni dei mondi mentali di Robert Coover.
Lasciate ogni certezza, o voi ch’entrate.

Luca Pantarotto (1980) è nato a Tortona e lavora a Milano, dove si occupa della comunicazione digitale di NN Editore. Scrive di letteratura americana su vari blog e magazine; cura inoltre un blog personale, La lista di Holden, dedicato alla storia del Grande Romanzo Americano.
Aggiungi un commento