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Roberto Bolaño, scrittore canaglia

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Dal nostro archivio, un pezzo di Marco Montanaro su Roberto Bolaño apparso su minima&moralia il 28 aprile 2015.

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Il 28 aprile 1953 nasceva a Santiago del Cile Roberto Bolaño. Pubblichiamo un approfondimento di Marco Montanaro. (Fonte immagine)

Chi sta nei campi, il fulmine lo ammazza.

Herta Müller

Scrivendo e riscrivendo un articolo su Roberto Bolaño per il giorno del suo compleanno, ho finito per trovarmi nella stessa condizione di uno di quei suoi personaggi che attraversano la terra insieme vivi e morti, insieme patetici e incendiati; nella condizione di chi, cioè, mastica e rimastica un pensiero senza arrivare ad alcuna conclusione, infine sputandolo via insofferente, rassegnato, ben consapevole che quel masticare e rimasticare è tuttavia la pienezza stessa di ogni vita. Ironia della sorte (l’ironia incantata, quando si parla del cileno, è il grezzo e puro contrappunto del cinico sarcasmo di certa scrittura contemporanea), il mio pezzo voleva analizzare l’opera del cileno a partire proprio dall’epanortosi, ovvero da quella figura retorica per cui si ritorna su un concetto, una frase o un enunciato per riscriverlo fino a cambiarne il senso, fino a contraddirlo.

La scelta non era casuale. L’epanortosi è una delle tante figure retoriche snocciolate dal pedante Garcia Madero sul sedile posteriore della Ford Impala con cui i poeti realvisceralisti de I detective selvaggi si perdono nel deserto del Sonora. Proprio addentrandomi nei Detective di Bolaño ho pensato che in quell’elenco di tecnicismi (che sprofondano Ulises Lima e Arturo Belano in una beata ignoranza poetica) poteva esserci una chiave di lettura (una porta magica?) per avvicinarmi alla scrittura del cileno senza prendere fuoco; per avvicinarmi insomma a quello che è diventato, contro ogni pronostico persino dei suoi amici più cari, un’icona, del tutto simile a una rockstar della letteratura mondiale; e per trasformare, infine, l’ammirazione in assassinio.

Le domande che mi ponevo (e che continuo a pormi) sono queste: come si può fare a Roberto Bolaño quello che Roberto Bolaño ha fatto a Borges o a Garcia Marquez? E come si può uccidere un autore che pareva morto già in vita e che adesso appare ancora più vivo che mai?

Provo a spiegarmi meglio. Ci sono autori la cui voce continua a parlarci da vicino anche dopo il loro decesso. Anche nel caso di Roberto Bolaño, la sua sembra raccontarci dal vivo, attorno a un fuoco cupo e misterioso, mentre noi la leggiamo. Non solo per “il rosario di storie infami che sgrana” (per citare uno dei protagonisti di Notturno cileno), non solo cioè per quelle storie di esuli che sembrano toccarci particolarmente in questi tempi di grandi migrazioni e, più in generale, in cui sembra più facile entrare in contatto con la miseria umana; ma anche (soprattutto, a mio avviso) per il tono, per lo stile e la complessità letteraria con cui la voce del cileno sgrana quel rosario.

Allo stesso tempo, quella voce sembrava provenire da un altro mondo anche quando il cileno era in vita. In altri termini, era già la voce di un classico. Se ci pensate bene, una sensazione simile si può provare, mischiando un po’ i piani, con le opere di autori come Kurt Vonnegut e Lou Reed, che tuttora non ci sembrano morti del tutto (e che in vita sembravano parlarci da sempre), o, per fare un altro esempio, con quelle di Bob Dylan o Patti Smith (la quale non a caso adora Roberto Bolaño, come spiegava qualche tempo fa a Tiziana Lo Porto).

Anche all’interno del mio processo di epanortosi bolañiana, comunque, ho dovuto operare una selezione, perché ancora immensa e spropositata appare la sua opera. Si tratta comunque di una sfida, e ogni sfida esige almeno un terreno per compiersi o quantomeno per essere lanciata. Io ne ho individuati tre.

Il primo è quello dell’erudizione, su cui sono più visibili i tanti cadaveri degli epigoni. È chiaro che sfidare il cileno sul campo della citazione e della creazione di cosmogonie è un suicidio. Per quanto appaia tutt’altro che impossibile accumulare informazioni, notizie, bibliografie immaginarie per intrecciarle in una narrazione, questo tipo di operazione costringe nel campo della categoria dei divulgatori di uno stile, di un’idea peraltro non nuova: quando è Bolaño a farlo con Borges (o con Marcel Schwob), il cileno rovescia infatti il terreno di gioco, imprimendo un ritmo forsennato all’impalcatura borgesiana, portando insomma il trucchetto letterario alle sue estreme conseguenze, al collasso.

Il gioco, perché pur sempre di un gioco di finzione si tratta, è però di quelli in cui c’è almeno un bambino che finisce col cadere e spaccarsi la testa. Così i cadaveri (non quelli degli epigoni, è chiaro) diventano vivi: escono dalle pagine di Notturno cileno e soprattutto de La letteratura nazista in America per aggredire il lettore, perché sono carne viva, o quantomeno non-morta (specie nell’ultimo capitolo del secondo titolo citato, come spiega Vincenzo Latronico).

A volte il risultato è politico, altre farsesco. Ma è una strategia di guerriglia letteraria che non può riuscire ad altri che a Bolaño, perché il cileno sa come far confluire realtà e rappresentazione in un unico gorgo che racchiude storia, distopia, commedia e farsa (se vogliamo, lo stesso terreno delle odierne bufale su Internet: notizie non necessariamente false, certamente non verificabili); perché ha a che fare con il modo, pressoché unico, che il cileno ha di digerire la realtà e restituirla in forma di letteratura, passando cioè per la costruzione di un universo letterario parallelo, che diventa così uno strumento narrativo come un altro (su questo punto Alfredo Zucchi ha scritto qualcosa di molto interessante).

E siamo così al secondo terreno di sfida: la vita di Bolaño. Sappiamo tuttavia che l’unica biografia possibile per uno scrittore è il continente, più o meno vasto, della sua opera. Eppure nell’opera del cileno c’è molto dei suoi viaggi in giro per il mondo. Non solo, molti dei suoi personaggi sono suoi amici, che di volta in volta irride, eleva al rango di martiri della letteratura in lingua spagnola o trascina in una disperazione che però appare sempre autentica.

Bolaño non fa sconti, per quanto sia chiaro l’affetto che nutre per i suoi personaggi. Ancora, prende in giro il dolore dei poeti disperati, quello degli esuli, degli scomparsi che ha conosciuto. Quello che è anche il suo dolore. Al tempo stesso, la ricerca di una poetessa scomparsa nel deserto del Sonora, ne I detective selvaggi, assume i contorni di un’epopea di importanza fondamentale per tutto il Sudamerica (e per noi lettori).

Poi però accade anche un’altra cosa, per cui pure è sconsigliabile seguire Bolaño su questo terreno: il modo in cui appunto rielabora la realtà con cui è venuto in contatto per creare finzione letteraria. Come se accadesse in uno spazio altro rispetto al mondo dei vivi, uno spazio in cui il dolore si può mettere da parte per farne letteratura, mescolando la condizione degli esuli e dei desaparecidos con lo sguardo e il cuore dell’esploratore: il passaggio che sta tra il canto e la letteratura. È una disposizione d’animo non comune,con tutta probabilità propria di Bolaño. È ciò che scardina l’erudizione e smuove la biografia fino a farne carne, sulla pagina, e sangue. Senza dimenticare che nell’atto stesso di posare la penna sulla carta, l’inchiostro si fa rappresentazione. Non sappiamo più ciò che è vero, ma sappiamo che è vero ciò che è finto, non falso.

Dunque il secondo terreno di sfida può essere la stessa vita da esule del cileno: quando cioè è molto più probabile morire invece che venire al mondo davvero. Ma non tutti siamo esuli. E se anche se lo fossimo, difficilmente saremmo in grado di creare materia letteraria a partire da quella condizione. Non tutti saremmo cioè disposti a barattare talento e dolore.

Il terzo terreno di sfida è allora una mia suggestione. Sono dell’avviso che nelle opere minori si avverta più concretamente la presenza dell’uomo che le ha prodotte, che sia cioè più facile ravvisare i tic (stilistici, umani) e gli inciampi, persino negli autori che più amiamo. E così, col vantaggio di una certa distanza critica che si nutre delle zone in fondo più umane del testo di un gigante, possiamo risalire a una mappatura dello stile di quell’autore, per capire cosa lo attraversa nel testo che stiamo smontando e, in proporzione, anche nelle opere che definiamo maggiori.

Per quanto lo stesso Bolaño si sarebbe divertito a spiegarci che non esistono opere maggiori e che tutte le opere di un uomo non sono che concrezioni marginali, al limite dello scarto, per quanto puro e meraviglioso, dell’uomo che abbiamo amato – magari con uno dei suoi accorati e poetici assoli in forma di finto dialogo.

Un romanzetto lumpen

In questo senso il Romanzetto lumpen, uscito per la prima volta nel 2002, può tornare molto utile.Per quanto si tratti di un piccolo libro, scritto peraltro su commissione, ci troviamo appunto molto anche di altri libri di Bolaño, soprattutto a partire dalla figura di Bianca, l’adolescente protagonista del romanzo.

Da quando ha perso i genitori, la ragazza confonde (è il caso di dire) il giorno con la notte: vede luce ovunque e si limita a subire la sua vita in una Roma onirica, irreale. Sembra dunque di stare dalle parti di uno dei tipici ectoplasmi melanconici che spesso popolano l’universo di Bolaño. Anche in questo caso, cosa sappiamo di questo personaggio, che qui e lì fa pensare alla Moe Tucker dei video in bianco e nero dei Velvet Underground? Poco. Cosa le accade? In fin dei conti, ancora meno di quello che sappiamo. Come esploriamo questo poco?

Attraverso il continuo rimuginare di Bianca (potremmo addirittura azzardare che sia quel rimuginare a far procedere la storia, prima ancora che i fatti), attraverso cioè quel processo del tutto simile alla già citata epanortosi con cui Bianca corregge continuamente il suo pensiero, tornandoci su e aggiustandolo, in altre parole riscrivendolo continuamente come un Pierre Menard ossessivo-compulsivo oppure, soprattutto, come uno scrittore alle prese con le bozze di un romanzo che non è convinto di voler scrivere.

Quante volte Bolaño ricorre proprio all’epanortosi nelle sue storie, che sembrano così animate da questa smania di riscrittura, ovviamente cosciente, volontaria, che si fa stile: un continuo ritorno a un punto che sfugge, spesso senza riuscire ad afferrarlo, passando infine oltre: come se l’analisi andasse fatta quasi dal vivo, direttamente nella testa dei personaggi, perché non c’è tempo per portarla troppo per le lunghe. Dopodiché c’è solo da proseguire e menare le mani.

Il rischio è quello di una narrazione frammentata, portata avanti per strappi e assoli improvvisi, per quanto poi il grande affresco nell’opera del cileno ci sia tutto e cresca a dismisura, componendosi però tra un libro e l’altro, tra continui richiami da una parte all’altra del globo: se non è grande (ma lo è), l’affresco certamente è vivo, ingestibile come cosa viva, che si anima di raccordi tra storie apparentemente lontane tra loro. Ed ecco che il già citato La letteratura nazista si collega a Stella distante, che ne è appunto la riscrittura (ce lo spiega lo stesso Bolaño nella pagina introduttiva), e Amuleto non è che uno spin-off dei Detective.

Ma torniamo al Romanzetto lumpen. Come detto, siamo in Italia, a seguire le vicende di due orfani, Bianca e suo fratello. Anche l’ambientazione dell’opera torna utile per comprendere come Bolaño digerisce e mette in scena i caratteri e i riferimenti culturali di nazionalità e culture molto diverse. Glielo abbiamo visto fare in giro un po’ per tutto il Sudamerica, in Spagna, in Francia, in Belgio, in Israele, negli USA e persino in Russia. Il fatto è che quello che il cileno tira fuori è sempre credibile: non solo, che si tratti della condizione umana o anche di semplici oggetti, ogni aspetto delle vicende raccontate ha qualcosa di universale.

Nicola Lagioia, in un articolo ormai classico su quello che Bolaño rappresenta nel panorama culturale mondiale, faceva notare che le lattine di Coca Cola bevute da un suo personaggio in giro per il mondo hanno sempre un sapore diverso rispetto a quelle bevute da un personaggio di un autore americano (aggiungerei occidentale) qualsiasi. Quella di Roberto Bolaño è una Coca Cola assoluta, primordiale.

Ho avuto una sensazione simile quando, nel Romanzetto lumpen, Bianca sfoglia una copia di Donna Moderna, soffermandosi sulle pagine coi test: “Un pomeriggio in cui non c’era nulla da fare, dal parrucchiere, mentre sfogliavo una rivista trovai un test. Sembrava fatto apposta per me. La rivista si chiamava Donna Moderna ed era la prima volta che la vedevo. Quando andai a casa me la portai via e risposi al test.” Un passaggio simile, estrapolato dal letto del fiume del romanzetto canaglia, può suonare strano, se non addirittura ironico, per noi italiani. Ma nel testo tiene, assumendo persino qualcosa di misterioso, per cui persino Donna Moderna diventa una sorta di libro sacro, che lì per lì può contenere delle risposte fondamentali, profetiche per Bianca.

La domanda è: come riesce Bolaño a dare una connotazione non tanto alta, quanto assoluta, a un qualsiasi atteggiamento o artefatto umano? La tentazione, lo ammetto, è ancora una volta quella di appoggiarsi alla biografia del cileno. Ovvero, per Bianca è naturale incontrare Donna Moderna in quel modo, perché Bianca è una lumpen, un’adolescente protocriminale che viene dai bassifondi di Roma e che sta sul confine in cui corruzione e purezza possono coesistere (per cui ogni esperienza è potenzialmente pura e corrotta insieme); e l’esule Bolaño (o meglio, ciò che noi presumiamo abbia rappresentato, per lui, la condizione dell’esule) sa perfettamente come si diventa Bianca.

Il fatto, tuttavia, è che Bolaño sa anche che è ciò che non conosciamo, di un personaggio, a farci diventare davvero come lui, a farcelo comprendere. No, non è perché anche Bolaño, in vita, non se l’è passata tanto bene:è perché sa che uno scrittore deve lavorare su quel buco nero, che noi tutti portiamo dentro, e che non siamo tenuti a completare a tutti i costi, senza esaurirlo. Lo stesso Garcia Madero sparisce per almeno quattrocento pagine dei Detective, e di lui non resta traccia neppure nei resoconti degli altri personaggi. E così di Bianca, come ho detto, sappiamo poco: dov’è e da cosa è rappresentato, ad esempio, il suo conflitto interiore?

Siamo abituati a pensare che ogni personaggio porti con sé un solo tipo di conflitto; individuato e risolto quello, il gioco è fatto e la sinossi è compiuta. Ma anche in questo caso Bolaño ci mette del suo, nel Romanzetto come altrove. Per cui, se da un lato sarebbe facile dire che Bianca è quello che è, ovvero una ragazza che deve ancora diventare donna (detto in termini molto borghesi), la motivazione risiede nella sua condizione di orfana, da un altro pian piano ci accorgiamo che non è così: Bianca è un personaggio molto complesso e il conflitto, in lei, è mobile, dinamico, come per altri personaggi di Bolaño: un conflitto davvero complicato da isolare, analizzarle, sbrogliare; figuriamoci risolverlo. Così, anche in quest’ottica torna utile il ricorso all’epanortosi: si riscrive, si ritorna sui propri passi, si aggiusta fino a pensare e dire il contrario di quello che si è appena pensato e detto.

In fondo, non è così anche nelle nostre vite? Siamo più simili a un personaggio complesso, con almeno un punto di mistero irrisolto, o a un carattere di cui conosciamo tutto, per quanto la sensazione di conoscere ogni cosa sia in grado, almeno inizialmente, di gratificarci come lettori?

Cosa sappiamo, inoltre, di Maciste, l’ex divo dei peplum la cui villa Bianca si trova a dover svaligiare? Cosa sappiamo del rapporto tra i due, che non è amore ma neppure ascrivibile al campo della semplice prostituzione? Cosa sappiamo della cassaforte? Un bel niente.

Bolaño ci porta in giro per Roma e per la villa buia di Maciste così come per la testa di Bianca, ma alla fine non sappiamo niente di più di quello che sapevamo all’inizio, niente che si sia sedimentato per più di tre o quattro righe consecutive a tal punto da diventare una certezza (o ciò che, di solito, in un romanzo assumiamo come una certezza).

Sappiamo poco, pure, delle cause della cecità di Maciste: un incidente, come quello in cui sono morti i genitori di Bianca e suo fratello. Ed ecco allora la tentazione di cedere, stavolta, a un livello piuttosto elementare di dualismi e contrapposizioni: i due incidenti; la luce negli occhi di Bianca e il buio della villa; i due amici, intercambiabili a letto con Bianca, del fratello di lei; il culturismo e l’illusionismo che s’immiseriscono fino a involvere da arte a spettacolo/intrattenimento (viene in mente il parallelo tra mesmerismo e letteratura nel finale di Una cosa divertente… di David Foster Wallace); e così via. Ma non è sufficiente. Il sospetto, a un certo punto, è che si tratti di un gioco.

Ancora un passaggio del Romanzetto può farci capire come stanno le cose per Bolaño. Bianca sta ispezionando la biblioteca della villa di Maciste (in cui non c’è mezzo libro!). Cerca la cassaforte, che non troverà. Trova invece due quadri. A noi interessa soprattutto il secondo. “Nell’altro [quadro] Maciste era seduto in quella stessa biblioteca, dietro un tavolo di rovere che era ancora lì, in giacca e cravatta, con un lieve sorriso, come se stesse ridendo del pittore e di tutti quelli che avrebbero ammirato il dipinto, come se dietro a tutto quello che lo circondava ci fosse un segreto e lo conoscesse solo lui.” È lo stesso Bolaño, forse, a conoscere questo segreto? O si tratta di uno scherzo? È lo stesso scrittore cileno a ridere di noi lettori?

Uno scherzo, ad esempio, è il nome del santo, San Pietrino alle Seychelles, che si trova nella nicchia tra un quadro e l’altro. San Pietrino alle Seychelles, infatti, è il nome di un gelato che Bolaño mangiava durante un suo soggiorno a Roma. La biografia entra nel romanzo, come un gioco: però credibilissimo.

Dal Romanzetto lumpen è stato tratto un film che si chiama Il futuro, che non ho visto. Non ho idea di come si possano tradurre su pellicola la complessità e la tensione letteraria che anima anche un libro come il Romanzetto, ma certamente il titolo del film è appropriato (il futuro è la cosa su cui più si interrogano Bianca e gli altri personaggi del romanzo; e anche questo ci tocca molto da vicino).

Altro particolare pertinente, a giudicare dal trailer del film, è il corpo nudo e spalmato di crema di Bianca. In effetti, Maciste la riempie con una delle sue cremine da culturista prima di ogni scopata. Ho pensato che forse il senso più generale del libro, e dell’opera di Bolaño, sta in questa figura di donna, del tutto simile all’anguilla, che sguscia tra le mani, per lo più inafferrabile.

Infine, restando in ambito più o meno acquatico, un’altra chiave di lettura dell’opera del cileno, questa pure presente in forma d’aneddoto nel Romanzetto, potrebbe essere la distinzione tra pesci pescati e pesci usati come esche. Chi siamo, noi lettori (oppure: noi che sfidiamo il cileno)? Quei brutti pesci che vivono in acqua e che tuttavia ci nutrono, o quegli altri che stanno invece nel secchio, belli e immangiabili, che servono solo a catturare il pesce nel fiume?

E le storie di Bolaño dove stanno, in acqua o nel secchio?

(Ho pensato, in seguito all’ennesima riscrittura di questo articolo, che non è un caso che I Detective selvaggi termini con una domanda in forma di vignetta, una domanda apparentemente banale come quelle del test di Donna Moderna compilato da Bianca, e così anche queste mie riflessioni. Ripensandoci, tuttavia, ripensando all’ipotesi dello scherzo, e immaginando il cileno che se la ride per tutto questo affannarmi su un romanzetto scritto su commissione, penso che non finirò questo pezzo con l’ennesimo punto interrogativo. Proverò a rispondere. Cosa resta allora di tutto questo mistero, parafrasando l’incipit, anch’esso posto in forma di quesito,del Seminario sulla gioventù di Aldo Busi? Forse che la vita di Bianca, comunque, si determina solo quando il buio torna nei suoi occhi. Quando, in altri termini, almeno uno dei punti di conflitto si risolve, quando nel suo girovagare per Roma e soprattutto per le pagine del romanzo Bianca, insieme a noi lettori, è in grado di riconoscere la notte e infine la tempesta, un elemento naturale, che si sta abbattendo non solo su Roma ma su tutta l’Europa, nell’incrocio e addirittura nello spazio tra pianeti diversi. È allora, in quell’ultima pagina che fa pensare alla sequenza di un film di Terrence Malick, che Bianca si determina, riconoscendo il proprio vuoto, la propria ombra. Forse l’uscita dal mistero è sprofondare in un mistero ulteriore in cui si compenetrano fatti particolari, terrestri, e universali, che avvengono nello spazio più profondo, e che tutti noi, per lo più, ignoriamo.)

Marco Montanaro è nato nel 1982 e vive in Puglia. Ha pubblicato Sono un ragazzo fortunato (Lupo Editore 2009), raccolta di racconti circensi (con la partecipazione straordinaria di una piovra gigante); La Passione (Untitl.ed 2010), romanzo-farsa-tragedia in lingua originale; e Il corpo estraneo (Caratteri Mobili 2012), tragedia on the road. Altri suoi pezzi sono sparsi in antologie e in giro per la rete.
Commenti
3 Commenti a “Roberto Bolaño, scrittore canaglia”
  1. Q. du Piseddu scrive:

    Bel saggio!
    Per riverenza all’epanortosi lo rileggerò un altro paio di volte.
    Il film è una mezza porcheria (parere contestabilissimo, ma fermo).

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  1. […] Minima et moralia ROBERTO BOLAÑO, SCRITTORE CANAGLIA, un breve saggio di Marco Montanaro Scrivendo e riscrivendo un articolo su Roberto Bolaño per il giorno del suo compleanno, ho finito per trovarmi nella stessa condizione di uno di quei suoi personaggi che attraversano la terra insieme vivi e morti, insieme patetici e incendiati; nella condizione di chi, cioè, mastica e rimastica un pensiero senza arrivare ad alcuna conclusione, infine sputandolo via insofferente, rassegnato, ben consapevole che quel masticare e rimasticare è tuttavia la pienezza stessa di ogni vita. Ironia della sorte (l’ironia incantata, quando si parla del cileno, è il grezzo e puro contrappunto del cinico sarcasmo di certa scrittura contemporanea), il mio pezzo voleva analizzare l’opera del cileno a partire proprio dall’epanortosi, ovvero da quella figura retorica per cui si ritorna su un concetto, una frase o un enunciato per riscriverlo fino a cambiarne il senso, fino a contraddirlo. http://www.minimaetmoralia.it/wp/roberto-bolano-scrittore-canaglia/ […]

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