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Roberto Bolaño e i detective selvaggi

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Questo pezzo è uscito su inutile. (Fonte immagine)

di Pietro Menozzi

Città del Messico, 1975. È lì che senza accorgercene scivoliamo dentro a un dedalo di strade e storie che dopo averci smarrito, fatto innamorare, portato ai confini della pazzia e ai margini del deserto, ci sputa fuori oltreoceano, in Europa, Israele, Africa. Un viaggio lungo vent’anni, senza radici, aggrappato con fede cieca all’esperienza e alle persone che incontriamo, inesauribile (con)fusione di letteratura e vita. Se abbiamo il coraggio di seguire Ulises Lima e Arturo Belano, partiamo lasciandoci alle spalle il bagaglio inutile delle nostre abitudini, accettando di perderci dentro a un disordine necessario. La porta d’accesso ai libri di Bolaño è la potenza dell’abbandono. Si finisce inghiottiti in un vortice che sembra impreciso e pretende di essere seguito nelle sue sbavature. Sono così tanti i personaggi, le storie e le circostanze che si intersecano, da richiedere un’imprecisione programmatica. È il prezzo di un’impresa che non vuole estromettere l’imprevedibilità, l’ignoto e la follia.

Nel lungo prologo diaristico dei detective seguiamo l’antiformazione del diciassettenne Garcia Madero in pasto al caso e al non senso di Città del Messico. Disertate famiglia e università si affida alla cerchia di lettori e pseudo poeti che lo conduce di casa in casa: familiarizza con i tempi morti, si ciba di letture, dorme dove capita, passa ore seduto dentro ai bar appuntandosi tutto quello che gli succede.

Poi la sua voce viene disarcionata da una narrazione polifonica. La metropoli filtrata all’inizio da Garcia Madero, diventa il magma inarrestabile di voci minori che la popolano senza capirla, che l’attraversano senza posa. Il racconto si frantuma nei punti di vista di una serie infinita di comprimari, nei loro racconti che si intrecciano spingendo avanti il tempo, creando il prodigio di una percezione caleidoscopica della realtà – coerente perché sempre dislocata, compromessa e ancorata alla pluralità delle concezioni.

Ulises e Arturo sono gli epicentri mobili della galassia narrativa che si sposta seguendone le tracce. Prima ci parlano di loro gli accaniti lettori, scrittori, spiantati, affamati di Città del Messico, poi i personaggi che incontrano dall’altra parte dell’oceano. Tutti satelliti che si intromettono prendendo la parola, testimoniando la loro presenza prima di dissolversi. Perché il romanzo è fatto anche di sparizioni e aritmie. Voci che ritornano e altre che si contraggono nel silenzio onnivoro della Storia – le sue parole sono le parole della tribù che non cessano di indagare, di investigare, di riferire tutte le storie. Malgrado quelle parole siano assediate dal silenzio, istante dopo istante erose dal silenzio, nevvero? Pensa un traduttore di Pound camminando a fianco di Arturo Belano, in una magnifica notte senza meta sotto il cielo carnivoro di Città del Messico (I detective selvaggi, Sellerio 2009, pag. 269). Non sono rivolte a nessuno queste voci, o forse hanno interlocutori precisi ma ignoti. Formano una rete di storie unite per dare senso a una generazione, un racconto corale per accumulazione in cui ogni elemento è marginale e necessario.

La generazione di Bolaño è quella dei giovani latinoamericani alle prese con l’oppressione sorda delle dittature degli anni 70, la stessa in cui affonda le radici la sua poetica: in grande misura tutto quello che ho scritto è una lettera d’amore o una lettera d’addio alla mia generazione – dirà a Caracas in occasione della consegna del premio Rómulo Gallegos. E la parabola imprevedibile di Ulises e Arturo incarna anche questo significato collettivo.

È il 1975 quando li conosciamo, poco più che ventenni, esuli in Messico. Sono i padri carismatici della rivoluzione letteraria che diventa una religione (a sua volta da profanare), il senso dell’impegno per il loro paese – prima in mezzo ai 14 milioni di abitanti del Distretto Federale, poi attraverso il mondo. Nei loro modi di agire tradiscono la stessa poetica dell’autore: una volontà feroce e capace al tempo stesso di abbandonarsi alle circostanze folli dell’esperienza. Instancabili viaggiatori si spostano senza programmi, vivono di espedienti, si fanno ospitare, si innamorano e ripartono. C’è questo più di tutto nei detective selvaggi, il loro sfrenato movimento, l’indagine sul mondo con generosità, coraggio, determinazione. Senza mai risparmiare se stessi. Una ricerca furiosa, un movimento di apertura, ascolto, continua lettura, fede assoluta, profonda capacità di solitudine e attaccamento, amore e abbandono.

Arturo disse che se ne stavano andando. Di nuovo a Sonora? Domandai. Arturo rise. La sua risata fu come uno sputo. Come se si sputasse sui pantaloni. No, disse, molto più lontano. Ulises parte questa settimana per Parigi. […]Io parto tra un po’, me ne vado in Spagna. E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. […] li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente. (I detective selvaggi, Sellerio 2009, pag. 248).

Il rapimento – spirituale, erotico e apotropaico – di María Font è speculare a quello che investe il lettore. Ma se Arturo e Ulises incarnano il filo conduttore del racconto, se in fondo attraverso le mille voci che dipanano (aggrovigliandolo) il romanzo, finiamo sempre per cercarli, è anche vero che la portata del testo li oltrepassa.

La ramificazione sintattica che intreccia e interrompe i destini umani riproduce l’interconnessione della società globalizzata prima della sua diffusione. Il senso di comunità virtuale nasce dalla combinazione incalcolabile di rapporti e racconti. Così come il nomadismo conoscitivo di Belano e Lima espropria la comprensione del reale dall’ancoraggio geografico.

Il libro vede la luce nel 1998, un anno dopo l’incisione eterna che di New York ci consegna Underworld. Lo stile che divide i due mondi narrativi descrive anche la distanza tra due sistemi culturali e la complessità ricchissima e calcolata di DeLillo mentre accoglie l’ignoto, dà meno spazio al caos. L’esplosione rizomatica degli universi di Bolaño invece ammette al suo interno un insieme di esperienze irriducibile e aperto. La mitopoiesi inarrestabile tracima il singolo testo, le storie e i personaggi ritornano e si connettono ad altri testi.

Se Underworld ha l’architettura imponente di un intertesto razionale, I detective selvaggi sembra dedito all’impresa folle di programmare il disordine. Molto più vicino in questo all’incrinatura caotica del gioco del mondo. Lo scardinamento sintattico che fa implodere Rayuela, permettendo due letture diverse dello stesso testo, svela una necessità di sovvertire la concezione del reale analoga a quella dei detective, anche in quel caso come reazione alla molteplicità e instabilità del mondo che circondava Cortázar negli anni ’60.

E nei libri di entrambi gli autori sudamericani il disordine è separato, e insieme legato, da un limine molto sottile, con la pazzia. Il caos quotidiano, con cui tutti fanno i conti, è opposto alla semplificazione del mondo e si estende per gradi fino ai territori della follia – riduzione di quel caos, ma per eccesso, ordine apparente sopra alla confusione reale. Non a caso nei detective come in 2666 e in Rayuela incombono grandi manicomi, a stretto contatto con la realtà, in cui non solo dimorano persone che hanno varcato quei limiti, ma da cui sono attratti uomini e donne che continuano a visitarli – come noi lettori d’altra parte.
Per il modo in cui quel disordine spariglia l’esperienza e il pensiero geometrici a cui siamo abituati, le griglie culturali da cui è così difficile (se davvero è possibile) uscire, anche per questo la vertigine dei libri di Bolaño apre una sfida disarmante e rivoluzionaria e irresistibile.

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