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Roberto Bolaño e Jim Carroll, musica e religione: intervista a Patti Smith

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista a Patti Smith apparsa su D – la Repubblica. (Fonte immagine)

Lo ha chiamato The (Patti) Smiths Tour e insieme ai figli Jackson e Jesse e al chitarrista Tony Shanahan (qui al basso alle tastiere) Patti Smith ha iniziato a dicembre un piccolo bellissimo viaggio di famiglia in Italia fatto di città da visitare e di piccoli bellissimi live acustici. A Parma la prima data, seguita da Rimini e Udine, Vicenza, Napoli e Catanzaro. Poi il 13 dicembre Patti Smith è stata a Roma, in Vaticano, sul palco del concerto di Natale. Non fa mistero del suo amore per Papa Francesco, a cui un anno e mezzo fa ha stretto la mano in piazza San Pietro, con pari stupore di fedeli e varia umanità punk e post-punk.

Quando non è in tour, nella sua casa di New York, a Soho, passa le giornate leggendo (quando la intervisto sta leggendo una biografia di Emily Brontë e La morte del padre di Karl Knausgaard, “il primo per lavoro e il secondo per piacere”) e soprattutto scrivendo. “Scrivo tutti i giorni”, dice sorridente. “Non canto tutti i giorni, non sempre esco a camminare, né fotografo, ma scrivere sì, anche se solo una riga tutti i giorni devo scrivere”. In inverno inizierà a lavorare a un nuovo disco e nel frattempo, dopo il meritato successo di Just Kids, ha in cantiere due libri. Il primo, quasi terminato, lo definisce “un libro indefinibile”. Racconta di averlo iniziato un giorno in un caffè e non avere mai smesso di scriverlo. “Adesso è quasi finito”, dice. “È un libro che parla di cose successe negli anni passati, di altri libri, di scrittura, di sogni a occhi aperti, di tutto quello che mi andava di scrivere. Volevo scrivere qualcosa di meno strutturato di Just Kids e che fosse scritto al presente. Ecco, lo chiamerei un libro molto presente”.

Nel frattempo sta scrivendo anche una storia di detective?

Sì, ma rientra tra le cose che considero un piacere, un mio piacere segreto. Ok, adesso non è più segreto, ma resta un libro a cui mi piace lavorare quando ho del tempo tutto mio. Non ho una data di consegna, e posso lavorare con lentezza.

Il detective è un uomo o una donna?

Un uomo, ma è buffo che me lo chieda perché c’ho ragionato a lungo prima di decidere che fosse un uomo. In futuro probabilmente scriverò una storia con una detective donna. I detective mi piacciono moltissimo, di tutti i generi.

A volte le detective però sembrano più brillanti dei loro colleghi uomini.

Sì, è vero, le donne sono grandi detective di polizia, lo capisci dalle serie tv. Una delle mie preferite è Sarah Linden di The Killing. Poi c’è il detective Eames di Law & Order: Criminal Intent. Ce ne sono un sacco di detective donne bravissime.

Sonya Cross di The Bridge.

Sì! Lei è fantastica. Ma alla fine che importa se sono donne o uomini, basta che siano bravi.

Sì, certo. E poi ci sono I detective selvaggi di Roberto Bolaño, uno dei suoi scrittori preferiti. Come lo ha scoperto lei Bolaño?

A un certo punto in America è diventato famosissimo. E l’ho scoperto leggendo proprio I detective selvaggi. Mi è piaciuto abbastanza, ho iniziato a cercare cos’altro avesse scritto, e mi sono imbattuta in 2666 che all’epoca andava meno di moda dei Detective. Quando l’ho letto ho capito che era un capolavoro. Non abbiamo la fortuna di confrontarci con chissà quanti capolavori scritti da contemporanei, per cui per un po’ ne sono stata ossessionata, l’avrò letto quattro volte. E ho letto quasi tutti gli altri suoi libri, anche se continuo a pensare che il suo capolavoro sia 2666. Lo stava scrivendo quando è morto per cui uno può solo immaginare quali altri capolavori avrebbe potuto scrivere. Amo Bolaño.

Tra le tue foto degli ultimi anni ce n’è una di una sedia di Bolaño. Quando l’ha fatta?

Esattamente non mi ricordo, sarà stato il 2008 o forse il 2009. Viaggio moltissimo e faccio confusione con le date. Però mi ricordo che ero in Spagna per una mia mostra, poco lontano da Blanes, in Catalogna, che è dove Bolaño ha vissuto e scritto gli ultimi anni della sua vita. E ho avuto la fortuna di conoscere la sua famiglia, e di fotografare la sua sedia. L’ho fotografata perché non aveva una macchina da scrivere ma scriveva al computer, e ho pensato che la sedia fosse un’immagine più romantica della foto di un computer. Mi hanno detto che quella sedia era la sua preferita, se la portava dappertutto, proprio l’amava. Era la sua sedia fortunata.

Ha anche fotografato il letto di Jim Carroll, poeta e suo amato amico dei tempi in cui viveva al Chelsea Hotel.

Sì, quella foto l’ho scattata subito dopo che è morto a casa sua a Inwood. Io e Jim eravamo molto amici, dopo la sua morte gli amici più cari siamo andati a casa sua a prendere i suoi libri e le sue cose. E ho fotografato il letto.

Qual è la cosa più bella che ricorda di Jim Carroll?

Ne ho un sacco di ricordi di Jim, ma adoravo quando leggeva. C’erano volte in cui si sedeva su una sedia e leggeva per me. Mi leggeva le sue poesie, o le poesie di Gregory Corso, o quelle di Frank O’Hara. E io amavo sedermi per terra accanto alla sua sedia e ascoltarlo leggerlo con quella sua voce bellissima. Le sue preferite erano le poesie di O’Hara ed era un modo bellissimo di ascoltarle. È bellissimo ascoltare i poeti letti da altri poeti.

È stata in tour in Italia insieme ai suoi figli. Com’è andare in tour da madre?

Mio figlio e mia figlia sono entrambi bravissimi musicisti, e mi diverto a lavorare con loro. Sono molto professionali ma anche divertenti. E ci si rilassa a stare sul palco con loro due. Credo sia anche normale, ci conosciamo da quando sono nati, sappiamo le abitudini gli uni degli altri, se sbagliamo qualcosa durante un concerto riusciamo a rimediare immediatamente, e soprattutto ridiamo. Adoro lavorare con loro.

Diventare madre è una cosa che in qualche modo l’ha cambiata?

Certo. Quando fai dei figli, soprattutto se sei un’artista e per natura sei presa da te stessa, impari immediatamente che non sei il centro dell’universo. Crescere un figlio è una cosa che richiede una discreta quantità di sacrifici. E devi imparare un sacco di cose che non sai. Quando sono nati i miei figli ho imparato che per scrivere dovevo svegliarmi presto, prima che si svegliassero i bambini, e farlo a quell’ora. Ho reinventato del tutto il mio modo di lavorare. E mi è andata bene, penso di essere cresciuta come essere umano e come artista, per certi versi credo che l’essere madre abbia migliorato il mio lavoro. Mi verrebbe da dire che è successo proprio grazie alla disciplina.

Ha anche iniziato a preoccuparsi di più del futuro?

Le condizioni in cui è il nostro pianeta credo rendano inevitabile preoccuparsi, che si abbiano o meno dei figli. E non si tratta solo del riscaldamento globale, è una situazione più complessa e profonda, che mette a rischio alcune specie animali e l’intera catena alimentare, la qualità degli oceani, dell’acqua, del cibo. Dovremmo preoccuparci tutti del fatto che il cancro oggi sia così diffuso, anche tra i bambini. Ma la gente evita semplicemente di pensarci e continua con il proprio lavoro, guidata dall’avidità o da falsi idealismi.

La religione in questo non sempre aiuta. E nemmeno l’uso politico che se ne fa.

Sono assolutamente d’accordo. Al giorno d’oggi la religione, o perlomeno la maggior parte delle religioni hanno dimenticato le loro radici. Se vai alle origini del cristianesimo, in qualunque sua variante, vedi chiaramente che era una religione di una semplicità estrema, basata sull’aiutare i poveri, sull’amarsi l’un l’altro. Concetti semplicissimi che abbiamo reso complicati. Se Gesù tornasse e vedesse cosa la gente fa in suo nome ribalterebbe parecchi tavoli. E non è che le altre religioni stiano facendo meglio, mettendo la gente l’una contro l’altra in loro nome. Che c’entra tutto questo con la religione? Queste sono più logiche del potere. La religione dovrebbe essere un rifugio per le persone, un posto dove ti aiutano, ti sostengono, ti nutrono, non un posto di vendette o facili guadagni. Di contro, all’altro estremo, c’è un modo privato, interiore, di vivere la religione, in cui ci siete solo tu e Dio.

Lei ha sempre avuto una relazione particolare, interiore e per certi versi privilegiata, anche con i morti. Come se la morte non sia in grado di rendere gli amati meno reali, o meno presenti.

Sì, ma è una cosa che nasce dalla necessità. Non puoi fare altrimenti. Ho perso mio marito quando i nostri figli erano piccoli, ho perso i miei genitori, alcuni dei miei amici più cari, e tenere in vita i ricordi mi permette di tenere in vita i miei cari dentro di me. È come se me li portassi dietro, continuo a parlare con loro, sono degli amici con cui confidarmi, e sono reali. Se ho bisogno di mia madre so che le posso parlare.

Per certi versi è quello che succede quando stabiliamo una relazione con certi poeti o artisti che magari non abbiamo mai conosciuto perché hanno vissuto in altri secoli. Penso a gente come Pasolini, o Baudelaire. Sono persone immaginarie rispetto alle nostre vite, ma sembrano reali.

Ma sono reali. È solo una questione di prospettiva. Crescendo ci insegnano ad avere una relazione con Gesù o con Dio, che è un modo per imparare a stabilire relazioni con l’astratto. E non credo sia diverso con i poeti o gli artisti. Sono solo stelle di una tua costellazione emotiva e personalissima che ti costruisci crescendo. Li guardi ed è come guardare le stelle. Ci sono grandi stelle e pianeti, ma anche stelle minuscole, ed esistono tutte quante, e non sono meno reali di quello che c’è sulla terra. Ti sembrano irraggiungibili ma questo non significa che non siano vere. Non ci vedo niente di strano nell’idea di comunicare con Pasolini così come non viene considerato strano comunicare con un santo. Giovanna d’Arco comunicava con Santa Caterina e San Michele. Io potrei comunicare con Rimbaud. E tu avrai i tuoi preferiti con cui comunicare. È una cosa che semplicemente arricchisce la vita.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
3 Commenti a “Roberto Bolaño e Jim Carroll, musica e religione: intervista a Patti Smith”
  1. Lalo Cura scrive:

    non c’è una patti smith italiana da proporre come presidente?
    (la lo porto alla cultura non sarebbe male)

    lc

  2. luigi scrive:

    complimenti a chi ha scelto le domande, azzeccatissime

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