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L’irriverenza addomesticata di Robin Williams

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Pubblichiamo un intervento di Goffredo Fofi apparso sulla Domenica del Sole 24 Ore. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Goffredo Fofi

Non credo sia stato un grande attore, anche se è stato un ottimo comico ed entertainer e in altri tempi lo si sarebbe definito un grande caratterista. La sorpresa e la commozione che hanno accompagnato il suo suicidio non possono far velo su un giudizio perplesso sulle sue scelte d’attore: nonostante una presenza ininterrotta sugli schermi cinematografici (e televisivi, da cui proveniva) i film in cui ha avuto modo di esprimere meglio le sue qualità sono pochi, e si è invece prestato a dozzine di operazioni più consolatorie che disturbanti, a un «cinema per famiglie» d’impronta disneyana tradendo la sua prima vocazione all’irriverenza. Si è lasciato rapidamente addomesticare o, più semplicemente, l’orizzonte delle sue ambizioni era solo quello.

Sembrava un nuovo Belushi, e in questa chiave lo intesero molti dei suoi primi registi, ma, a parte «Terry Gilliam dei Monty Python» con lo splendido La leggenda del Re Pescatore, il miglior film di Williams e quello per cui, con pochi altri, merita di restare nella nostra memoria, gli altri registi si affrettarono ad annacquare il suo vino e a condizionare la sua potenziale anarchia, trovando per farlo la sua ovvia adesione, ottimamente remunerata da Hollywood.

Per un certo tempo, man mano che si esauriva la spinta degli anni Settanta e la pace interna era posta sotto il dominio sempre più radicale o totale, anche in cinema, di Wall Street e degli uffici–studio–e–pubblicità, e insomma di un mercato accuratamente controllato con conseguente standardizzazione delle proposte e superficialità delle risposte, il cinema americano ha continuato a darci opere significative, che hanno avuto anche in Williams una figura di rilievo. Non tanto Popeye, il suo film di esordio nel ruolo del protagonista, che era l’adattamento mediocre del grande fumetto di Sugar e del disegno animato dei Fleischer, mal controllato da Altman nonostante la sceneggiatura di Jules Feiffer, né altri supercolossi alla Hook, di Spielberg, quanto Mosca a New York di Mazursky (1984), o i suoi due trionfi di critica e di pubblico, Good morning Vietnam di Levinson (1987) e L’attimo fuggente di Weir (1989) seguiti dal film di Gilliam di cui si è detto, che è del ’91.

Quattro ruoli enormi, nei quali Williams ha dato il meglio di sé: un candido immigrato alla scoperta del «Paese di Dio» del capitalismo; il radiocronista senza peli sulla lingua nel quotidiano dell’atroce guerra del Vietnam (un film “piccolo” rispetto ai capolavori di Kubrick e di Coppola, ma non meno efficace nei confronti del pubblico); il professore che sa comunicare ai suoi allievi, in un’epoca e in una pedagogia dall’immaginario assai povero, pre-’68, l’amore della poesia, che è come dire della verità; e infine il barbone intellettuale che s’ostina a cercare il Santo Graal nel mezzo di una civiltà che si muove in tutt’altra direzione… Il suo ruolo più celebrato non è stato però questo, bensì quello del professor Keating amante della poesia (principalmente di Whitman) in L’attimo fuggente.

Il film di Weir si è prestato a suo tempo (e ancora oggi) a molti alibi pedagogici, in un’epoca di grande miseria (o si può dire morte?) di una pedagogia del rispetto e del coraggio, ma Williams ha affrontato il suo ruolo con evidenti entusiasmo e partecipazione. Degli altri film – tanti! – se ne ricordano molti, ma in definitiva nessuno fu altrettanto originale rispetto a quelli citati (ma fu un ottimo vilain in Insomnia di Christopher Nolan), e tutti gli chiesero prestazioni facili, compresa quella di Mrs. Doubtfire che divertì, commosse ed entusiasmò molto più del dovuto, compresa quella di Jack di Coppola, l’adulto ritardato con mente di un decenne, inferiore a mio parere a quella di Massimo Boldi in un ruolo simile in un film italiano “non d’autore”. Compresa la variante americana del Vizietto, compreso Flubber, il remake di Un professore tra le nuvole, un divertente Disney per famiglie interpretato nel 1961 da Fred MacMurray.

Gli anni Novanta e quelli del nuovo secolo hanno continuato a vedere Williams tra gli attori americani di maggior successo, ma in opere quasi sempre codine e ipocrite, secondo un formulario ripetitivo e vieppiù stantio. Film per famiglie e in ottica rigorosamente di ceto medio, con partenze appena appena bizzarre e conclusioni sempre sempre bigotte: l’american way of life dei nuovi tempi, che sa bene come ricondurre all’ordine qualsiasi istanza vagamente libertaria, e rendere accettabile le diversità non politiche bensì dentro l’alveo dell’economia, del denaro. Era tale anche Will Hunting–Genio ribelle, che è l’unico film conformista e fariseo di Gus Van Sant e l’unico di cui quell’ottimo e coraggioso regista dovrebbe vergognarsi.

Il film di Williams degli anni Duemila più degno di memoria è di Mark Romanek, One hour photo, e varrebbe la pena di ripescarlo. Era un dramma della solitudine, infine, che a ritroso potrebbe forse dirci qualcosa anche della “vita vera” di Williams. Negli altri, le astuzie del mestiere e le capacità indubbie dell’imitatore e del trasformista sono state pur sempre d’aiuto (in questo senso, non gli ha giovato in Italia il doppiaggio, incapace di rendere la varietà delle sue personificazioni, imitazioni).

Il destino di Williams ha seguito quello della società americana e dei condizionamenti della sua cultura di massa, più controllata o autocontrollata perché più utile all’esercizio del potere. Nella sua carriera, ha troppo inciso, come in quella di quasi tutti i grandi dello show business made in Usa, la mistura micidiale di fama e denaro con alcol e droga, il sesso come transitoria consolazione rapidamente foriera di nuovi guai (per es. i divorzi facili con la conseguenza degli alimenti). Lungo la strada, molte ingannevoli soluzioni, la psicanalisi o le psicanalisi, il new age o i new age (e qualsiasi altra forma di religiosità senza vera trasformazione e incidenza sulla vita reale). In fondo alla strada, la depressione, cui si può sfuggire transitoriamente con vari raggiri, ma che è una bestia che è sempre più difficile controllare o domare.

Commenti
8 Commenti a “L’irriverenza addomesticata di Robin Williams”
  1. Paolo scrive:

    bè la solita critica ideologica alla cultura pop specie quando viene dalla cattiva Amerika. Però che noia

  2. Stefano Trucco scrive:

    Infatti, Paolo, siete proprio noiosi a ripetere sempre gli stessi slogan a pappagallo. Cambiare un po’, ogni tanto?

  3. Mauro scrive:

    Non entro nel merito del giudizio critico sull’attore, ma mi colpisce la chiusa degna di papa Francesco, ma anche di papa Ratzinger, ma anche di un papa qualsiasi: l’uomo privo dei veri valori che, per questo, cade in depressione perdendo se stesso. Williams vittima del consumismo, del relativismo, del nichilismo? Bisognerebbe saperla tutta, la cosa, prima di inchiodare a una formula generale il destino tragico di una persona. Se no, oltre a un “cinema per famiglie” ci ritroviamo pure una “critica per famiglie”. Più da Famiglia Cristiana, appunto, che da Minima Moralia

  4. LM scrive:

    Il problema è che se ti vuoi affermare, a tutti i livelli artistici, compresa la comicità, devi ridurre al minimo le tue potenzialità espressive (se sei fortunato ci nasci, con le potenzialità al minimo). Non è successo lo stesso con il prodigioso Benigni delle origini, finito a fare perfino l’elogio dei Savoia in TV? E’ questo il nichilismo da combattere, non certo, ha ragione Mauro, quello della perdita dei valori.

    ” Il pubblico vuole da te solo lo spogliarello. Quello che conta è ciò che riesci a fare alle sue spalle ” (Eliot, mi sembra di ricordare, ma non vado a controllare)

  5. Scroodge scrive:

    Nonostante guardi costantemente con scetticismo le critiche di Fofi, dopo aver scoperto che aveva bollato Gian Maria Volonté come un attore mediocre, questa su Williams è tutto sommato condivisibile.

  6. Mariateresa scrive:

    Fofi, il solito brontolone, io non lo reggo…come quando ha scritto che vuole più moschee in Italia, ma se la religione sta uccidendo il pianeta!

  7. silvana scrive:

    Io non so se il percorso esistenziale di Williams sia stato questo, ma il commento di Fofi sulla sua cinematografia è più che condivisibile. Pochi hanno ricordato La leggenda del Re Pescatore, un film affascinante, ma anche per la presenza di Jeff Bridges. Troppi hanno ricordato L’attimo fuggente, un film a tratti piuttosto superficiale, in alcuni momenti molto poetico. E Williams ne aveva colto il sapore rivoluzionario, senza sfociare nel mito del superuomo-poeta.

  8. Gaspare Scimò scrive:

    “Tra lacrime e sorrisi”

    Anche i netturbini che passavano davanti l’abitazione del Sig. Mclaurin, sapevano che a breve, sarebbe stato nuovamente ricoverato.

    Svuotavano i bidoni della spazzatura davanti la prestigiosa villa, commentando che i soldi non fanno la felicità.

    Erano le 22 e la Sig.ra Mclaurin salutò suo marito e andò a dormire nell’ala opposta dell’abitazione.

    Perfino il vecchio John, lo spazzino più puzzolente e scorbutico di tutta la California non sarebbe rimasto solo in quelle condizioni.

    Il sig. Mclaurin invece si.

    Sia chiaro, John Doherty, lo spazzino, viveva in una sorta di mini residence.
    Una lunga fila di monolocali angusti, incasellati e tutti uguali.
    Pertanto anche volendo, avrebbe dovuto sopportare la sig. ra Doherty.
    È proprio questa la ricchezza di essere povero.

    Alle ore 22 il sig. Mclaurin si trovava nel suo studio, rispose al saluto della moglie con un bacio freddo e schivo e
    lei, non se ne accorse neppure.

    “Susan” la chiamò.

    Lei si voltò preoccupata.

    “Chiudi la porta” la rassicurò lui.

    Perfino le confortevoli mura di casa non erano più in grado di proteggerlo dal gelo che portava dentro.

    Prese la bottiglia e si mise seduto per terra, vicino alla finestra.

    Beveva come fosse acqua.
    Si strofinava disordinatamente le mani sul viso.
    Si stringeva il naso.
    Si toccava le labbra umide di alcool e continuava a bere.

    Paradossalmente bere, era diventato l’unico rito che gli assicurava, seppur momentaneamente e a caro prezzo, di non essere più ostaggio delle droghe e di sé stesso.

    Il punto di non ritorno era passato da un pò e l’unico modo per ritrovarsi era quello di piegare all’indietro il collo, con una bottiglia in mano.

    Era definitivamente in ostaggio.

    Da lontano sentiva l’euforia che galoppava per raggiungerlo.
    Con disperazione accolse quell’esplosiva e artificiale felicità.

    Si alzò in piedi, negava a sé stesso le sue intenzioni e ciò che da lì a poco avrebbe fatto. Temeva che se l’alcool lo avesse capito glielo avrebbe impedito.

    Camminava avanti e indietro da una parte all’altra della stanza, come una pallina da ping pong.

    Con scatto fulmineo afferrò il tagliacarte sullo scrittoio e si colpì con indecisa violenza al polso.

    “Ahi” urlò.

    Si strinse con preoccupazione il polso sanguinante e cominciò a ridere. Pensava che era una scena davvero divertente.

    Si mise nuovamente seduto accanto la bottiglia, con il polso ferito stretto fra le gambe, mentre con l’altra mano si accarezzava i capelli.

    Si accarezzava il viso e qualche istante dopo, cominciò a baciarsi la mano.

    Si baciava e si accarezzava da solo, così come un cane si leccherebbe le ferite .
    Tenero e meschino, disteso per terra, farfugliava frasi senza senso.

    “Facciamola finita” esclamò fissando la bottiglia. Si alzò in piedi e vuotò quel poco che ne era rimasto da bere.

    Aveva smesso di ridere, di coccolarsi e di farfugliare. In realtà anche se respirava ancora, aveva già smesso di vivere.

    Guardò l’enorme porta chiusa del suo studio e fece cenno di si con la testa, per una volta sola.

    Aprì la porta e calcolò con attenzione lo spazio tra il telaio; aprì l’armadio e scelse tra le numerose cinture quella che più faceva al caso suo.
    Fece un cappio da una parte e l’annodò da quella opposta. Salì su una sedia e sistemò la cintura in cima alla porta, di modo che il cappio si trovasse dentro lo studio e la parte restante della cinta all’esterno

    Scese dalla sedia e chiuse la porta incastrando la cintura nel telaio.

    Fece tutto con naturalezza come se si stesse vestendo.
    Salì sulla sedia affacciò la testa attraverso il cappio e con le gambe diede un calcio alla sedia e alla sua vita.

    Non morì subito. Rimase appeso per moltissime ore soffrendo lentamente l’agonia della morte come una bestia da macello .

    “Susie” .

    Provava ad urlare il nome della moglie ma riusciva soltanto ad emettere un debole gracidio.
    Con i piedi riusciva a fare leva sugli intagli del legno per allentare la morsa al collo.

    La sig.ra Mclaurin si fece viva 11 ore dopo e in pochi minuti arrivarono anche i soccorsi, ma ormai era troppo tardi.

    Tutto il mondo pianse il sig. Mclaurin, dal presidente degli Stati Uniti allo spazzino John Doherty che in accordo con la moglie rimandarono di qualche giorno gli acquisti al supermercato.

    Con quel denaro acquistarono un bel mazzo di fiori che aggiunsero ai tanti appesi alla ringhiera di Villa Mclaurin, tra i sorrisi e le lacrime della gente.

    Tra i fiori, John, sistemò un biglietto con la seguente scritta:
    ” Grazie di avermi fatto capire cosa significhi essere ricco.
    Grazie di avermi fatto capire cosa significhi essere felice
    Grazie Robin Mclaurin Williams”

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