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Rock oltre cortina: i Plastic People of The Universe

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Pubblichiamo di seguito un estratto dal libro Rock oltre cortina, dalla scorsa settimana in libreria, ringraziando l’autore e l’editore.

di Alessandro Pomponi

Poche formazioni incarnano l’essenza della nostra storia come i Plastic People Of The Universe: tutta la ribellione di una generazione, il sogno di un’indipendenza artistica ed estetica e, insieme, la parabola della repressione da parte dell’autoritarismo. Senza storie come la loro, indubbiamente questo libro non avrebbe avuto senso.

I Plastic People — nome mutuato dal brano di Frank Zappa contenuto in Absolutley Free — si formano nell’ottobre del 1968, in un momento dunque drammatico per la storia del loro Paese; solo poche settimane prima, le truppe del Patto di Varsavia hanno invaso la Cecoslovacchia ponendo termine alla Primavera di Praga e al sogno del “socialismo dal volto umano” di Alexander Dubček. Volendo, i nomi dei componenti principali del gruppo potrebbero essere ricordati, ma in realtà i Plastic People non erano una formazione rock nel senso tradizionale del termine, essendo di fatto più vicini a quella che negli anni Sessanta in California si sarebbe chiamata una “comune”.

Intorno ai musicisti veri e propri ruotavano infatti decine di persone interessate a condividere il fermento culturale che si era sviluppato attorno alla band, in totale opposizione con la sterile e arida cultura ufficiale. Amici, conoscenti, poeti, artisti, intellettuali: tutti formavano un piccolo microcosmo di dissidenti silenziosi che amavano condividere pochi momenti di gioia.

Per descrivere lo spirito che animava questa realtà, forse vale più di ogni altra cosa la foto pubblicata sul retrocopertina del primo album, una delle poche esistenti dei Plastic People e dei loro amici, scattata in una fredda giornata d’inverno in occasione del matrimonio del direttore artistico Ivan Jirous (soprannominato “Magor”).

In realtà, dopo essere stati accusati di “guadagno illegale” per aver suonato privi della necessaria autorizzazione, i Plastic People inizialmente provarono a diventare un gruppo autorizzato dal governo. Vennero ascoltati da una commissione di professionisti, ma solo per il breve periodo di due settimane; l’autorizzazione fu infatti successivamente revocata, una volta accertato che la musica del complesso avrebbe potuto avere, questa la dicitura, “un effetto sociale negativo sui giovani“. Fu così che, giocoforza, i Plastic People decisero di diventare un gruppo underground.

Che cosa significasse essere un elemento della società al di fuori delle regole in un regime intransigente come quello cecoslovacco dei primi anni ’70 è difficile da immaginare, soprattutto per chi ha avuto la fortuna di vivere da sempre in un Paese democratico. Il controllo della polizia era continuo, penetrante, e pervadeva ogni aspetto della vita sociale e privata; lo spionaggio e la delazione erano all’ordine del giorno, la mancanza di libertà di stampa, di pensiero e di parola erano orgogliosamente sbandierate dal regime come “necessarie allo sviluppo e alla sopravvivenza del socialismo”.

È importante sottolineare come, nel caso in esame, la parola undergound non debba essere intesa come sinonimo di “dissidente”. In un regime totalitario, chi è dissidente si oppone in forma più o meno palese al governo, ma al tempo stesso lascia implicitamente aperta anche una forma di dialogo. I Plastic People non facevano nulla di tutto ciò: molto più semplicemente rifiutavano le regole del gioco, voltavano le spalle all’establishment, non si curavano affatto di ogni forma di convenzione sociale a cominciare dal proprio aspetto estetico (“siamo dissidenti al di là della nostra volontà“, disse una volta Miran Hlavsa, uno dei principali componenti della band).

Il loro messaggio, e soprattutto gli scarni testi delle loro canzoni, non erano — salvo eccezioni — apertamente politici come potevano esserli quelli dei Jefferson Airplane, o di ribellione come quelli dei Doors, tutt’altro. Forse dalle nostre parti sarebbero stati definiti un gruppo anarchico. Di certo vi è che per i Plastic People dare una definizione del proprio modo di essere era l’ultimo dei problemi — e, coerentemente con il loro atteggiamento di rifiuto delle regole, non accettarono mai di abbandonare la versione in lingua inglese del proprio nome, come fecero invece i Blue Effect e molti altri.

La forma di attività che maggiormente infastidiva la polizia era costituita dai concerti dal vivo (che comprendevano anche elementi teatrali o reading di poesia, accanto a elementi di forma artistica diversa), esibizioni che i Plastic People svolgevano con una certa frequenza — tanto più che solo così potevano farsi conoscere, visto che era loro preclusa la pubblicazione di qualsiasi supporto fonografico. Il gruppo divenne in breve tempo famoso per la sua attività concertistica assolutamente occasionale e al di fuori di ogni regola: suonavano privi di autorizzazioni ufficiali a casa degli amici, nelle feste popolari, in occasione dei matrimoni (un pretesto utilizzato assai di frequente) e di ogni ricorrenza che capitasse loro a tiro; in un caso si esibirono perfino in occasione di un funerale!

Qualche rara volta suonavano in spazi pubblici, ospiti di altri gruppi “autorizzati” (questo era permesso), ma mai a Praga, bensì in piccoli villaggi sperduti della Boemia e della Moravia. Quando, una sera, in una cittadina arroccata sui monti, la polizia si accorse che il pubblico era di circa cinquecento persone, si capì che la voce si era sparsa e che moltissimi ragazzi avevano percorso decine di chilometri in autobus, in treno o in autostop per venire a sentire la band suonare dal vivo.

Naturalmente, la risposta delle autorità non tardò a farsi sentire. Dapprima gli agenti si limitarono a infastidire le persone presenti ai concerti, normalmente con la scusa di cercare dei disoccupati tra la folla o delle tracce di consumo di droga. Poi si passò ad azioni più concrete. Nel marzo del 1974, nella piccola cittadina di Rudolfov, centinaia di persone furono fermate e “riaccompagnate” a casa; molti di quelli che risultarono essere minorenni furono successivamente espulsi da scuola, e sei di loro vennero addirittura arrestati.

Cominciò così una sorta di caccia alle streghe organizzata nei confronti del movimento underground nel suo complesso. Nello stesso anno si svolsero dei raid similari nei confronti di raduni non autorizzati di ogni genere: in un’occasione la repressione si scagliò perfino contro degli appassionati di aquiloni, mentre in un’altra si procedette al fermo di alcune persone che avevano organizzato uno spettacolo di marionette. Chiunque poteva essere fermato “per accertamenti”, e con ogni parvenza di pretesto, a cominciare dall’abbigliamento.

Quasi in risposta a questa prima ondata repressiva, Ivan Jirous organizzò il cosiddetto Primo Festival Musicale della Seconda Cultura nella cittadina di PostupiceLa manifestazione, alla quale presero parte diverse centinaia di giovani e numerosi gruppi musicali, si svolse senza incidenti — anche perché ufficialmente si trattava del matrimonio di un certo Hannibal.

Il giù accennato matrimonio (questa volta autentico) dello stesso Ivan Jirous, celebrato il 21 febbraio del 1976, fu invece il pretesto per celebrare il Secondo Festival Musicale della Seconda Cultura, al quale presero parte più di una dozzina di gruppi. La polizia in quell’occasione non ritenne che fosse il caso d’intervenire, ma colse comunque l’opportunità limitandosi a osservare e a prendere i nomi di coloro su cui si sarebbe dovuto agire in seguito. Il 17 marzo successivo, infatti, ventisette musicisti facenti parte di gruppi DG 307, Umela Hmota, The Hever And Vazelìna Band e naturalmente dei Plastic People vennero arrestati e le loro case perquisite.

Centinaia furono le persone fermate e interrogate. Ogni forma di strumentazione, nastri, fotografie, testi e qualsiasi tipo di materiale furono confiscati e andarono persi per sempre. Il caso creò un certo clamore, tanto che dovette scendere in campo perfino l’autorevole e ufficiale giornale del partito, il Rude Pravo, per spiegare come l’intervento delle forze dell’ordine fosse dovuto e necessario a tutela della pubblica incolumità. Il processo si svolse il 21 settembre a Praga e vide la condanna a un anno e mezzo di reclusione del manager Ivan Jirous, del sassofonista Vratislav Brabenec e dei cantanti Pavel Zajicek e Svatopluk Karasek per “disturbo organizzato della quiete pubblica“, nonostante l’intervento a difesa, nel corso del dibattimento, di eminenti esponenti della cultura cecoslovacca. Il batterista Jaroslav Vozniak fu invece condannato a due anni e mezzo per essersi rifiutato di svolgere il servizio militare “opponendo la scusa dell’obiezione di coscienza“.

Il caso dei Plastic People apparve da subito clamoroso, trattandosi palesemente di una vera e propria censura ideologica mascherata da operazione di pubblica sicurezza, e ottenne anche una qualche risonanza all’estero, analogamente a quanto avvenne per l’episodio già riportato che vide vittima Marta Kubisova. In una Cecoslovacchia pure abituata a ogni forma di vessazione, il fatto provocò sgomento e i sostenitori dei musicisti iniziarono a immaginare una possibile forma di protesta.

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Tra questi, sempre presente a tutte le udienze del processo, c’è un giovane drammaturgo d’avanguardia di nome Vaclav Havel, che comincia a radunare attorno a sé un gruppo di persone dapprima piccolissimo, ma che via via cresce sempre di più. Il primo gennaio del 1977 viene pubblicata la lettera-manifesto che assunse il nome di Charta 77. Da tale appello prenderà le mosse quello che è forse il più celebre movimento di protesta nonviolenta della storia del mondo occidentale, un movimento che sarà costretto a subire terribili ritorsioni (tra cui l’arresto dello stesso Havel), ma che risulterà infine vittorioso.

Nel frattempo, la musica dei Plastic People era divenuta piuttosto popolare tra i giovani. Sebbene non esistessero registrazioni ufficiali, circolavano in segreto molte audiocassette, copiate e ricopiate il più delle volte in modo approssimativamente e con mezzi di fortuna. Uno di questi nastri, contenente nove brani registrati in casa tra il 1973 ed il 1974, riuscì a varcare i confini della Cecoslovacchia e a giungere in Francia, dove venne stampato su vinile in formato LP a nome di un autocostituito Plastic People Defense Fund. Il sogno dei Plastic People di poter realizzare un disco si era dunque finalmente realizzato, ma loro ne erano del tutto ignari.

Intitolato Egon Bondy’s Happy Hearts Club Banned (un chiaro, polemico riferimento al  più celebre album dei Beatles), il disco contiene evidenti riferimenti alla musica dei maestri del rock d’oltreoceano, da Frank Zappa ai Velvet Underground, e presenta un jazz rock d’avanguardia decisamente estremo, con atmosfere cupe e claustrofobiche, a tratti quasi acido, con sonorità riconducibili agli Area e ai Soft Machine.

I tesi sono costituiti interamente da poesie, autore delle quali è Egon Bondy, un poeta che si trovava nella stessa situazione del gruppo: bandito dalla cultura ufficiale, non avva mai visto una sola riga dei suoi lavori in rima pubblicati in forma ufficiale, anche se le sue poesie erano piuttosto diffuse stampate come samizat. Al secolo Zbynek Fišer, il poeta era una figura leggendaria dell’underground cecoslovacco: filosofo e pensatore, vissuto per lunghi anni al limite della legalità e internato più volte in manicomio giudiziario, aveva pubblicato nel 1967 Il conforto dell’ontologia, un’opera immediatamente vietata dopo l’invasione sovietica del 1969 in cui tentava di fondere marxismo, buddismo e metafisica. Fu un personaggio così al di sopra delle righe che la sua fama-adesione venne persino rifiutata dagli organizzatori di Charta 77, ai cui occhi rimaneva pur sempre un marxista.

Gli arresti e le persecuzioni non misero comunque fine al movimento underground. Il primo ottobre 1977 venne infatti organizzato il Terzo Festival Musicale della Seconda Cultura, che stavolta si svolse in un granaio appartenente a Vaclav Havel (era necessario trovare un luogo chiuso molto grande per ospitare la gente, e che allo stesso tempo potesse essere definito “proprietà privata”). In quel frangente, la polizia si limitò a circondare l’abitazione senza intervenire.

Da quel momento la casa di campagna di Vaclav Havel divenne il rifugio dei musicisti, che vi si recarono per la registrazione dei loro dischi successivi. Naturalmente anche questi lavori non videro la luce in Cecoslovacchia, ma furono pubblicati in Canada da Paul Wilson, un insegnante di lingua inglese che aveva fatto parte della band nei primi anni  ’70 e che a seguito dei fatti del 1977 era stato espulso dal Paese. […] Nel 1982 Vratislav Brabanec, ormai non più in grado di sopportare i continui arresti e interrogatori da parte della polizia (era tra l’altro molto più anziano degli altri membri del gruppo), chiese e ottenne un visto per l’estero ed emigrò per sempre in Canada. Fu senza il suo contributo fondamentale che i Plastic People registrarono nel 1986 il loro ultimo LP, Midnight Mouse.

Nella seconda metà degli anni ’80, la situazione politica in Cecoslovacchia va lentamente evolvendo verso quella che passerà alla storia come “la rivoluzione di velluto”. Quando nel giugno 1986 viene organizzato un festival rock a Praga, ai Plastic People viene fatto sapere in via ufficiosa che sarà loro consentito suonare, a patto che accettino di cambiare il proprio nome. Su questa decisione, la band si spacca: il batterista Jan Brabec non si vuole piegare al compromesso e abbandona; il leader storico Milan Hlavsa, con Jiri Kabes e Josef Janicek, forma i Pulnoc (“mezzanotte” in lingua ceca). Il nome, spiega Hlavsa, è il simbolo della nostra trasformazione: mezzanotte e infatti il momento in cui un giorno muore e allo stesso tempo ne nasce un altro.

Ai Pulnoc, gruppo finalmente “ufficiale”, è anche consentito esibirsi all’estero, cosa che avviene nell’aprile del 1989 quando la band intraprende un breve tour negli Stati Uniti. Il loro concerto dedicato a Ivan Jirous (ancora una volta arrestato nella madrepatria) richiama l’intera comunità cecoslovacca della città, oltre che una troupe di Mtv e decine di giornalisti. Pochi mesi più tardi, la caduta del muro di Berlino segna la fine di un’era della storia contemporanea.

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Negli anni più maturi della loro vita, i Plastic People hanno potuto realizzare tutti i loro sogni: hanno visto il loro amico Vaclav Havel divenire presidente della Repubblica, cosa che mai avrebbero potuto immaginare solo dieci anni prima: hanno potuto incontrare Frank Zappa, arrivato in visita in Cecoslovacchia nel 1990; e addirittura suonare assieme a Lou Reed in un concerto svoltosi a Praga, nel corso del quale i Pulnoc decisero di eseguire, in suo onore, solo cover dei Velvet Underground — in fondo, non si trattava che del repertorio della primissima incarnazione dei Plastic People del 1969… come se il tempo si fosse fermato.

Commenti
Un commento a “Rock oltre cortina: i Plastic People of The Universe”
  1. Alessandro scrive:

    Lieto vi sia piaciuto 😀

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