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Rogitare anziché investire in cultura a Roma (e altrove). La miseria dei privati ricchi.

Da qualche giorno Repubblica Roma dedica molte delle sue pagine alla situazione della cultura nella capitale. Non sono pezzi teneri. Interpellato sull’argomento, ho ritenuto di dover parlare per una volta tanto dei privati. Quello che scrivo per Roma credo valga per molti altri luoghi d’Italia. Almeno nell’editoria, la sproporzione tra gli abbienti sensibili alla cultura e i reali investitori mi sembra penosa. Ho anche elaborato un mio personalissimo parametro di frequentabilità. Chiunque abbia un reddito annuale superiore ai 100mila euro (al netto delle tasse) e/o un patrimonio (immobili inclusi) superiore ai 2 milioni di euro e si lamenti dello sfascio culturale italiano senza aver investito denari o magari dissipato somme considerevoli sull’altare della causa, non mi si avvicini per le lamentazioni di rito a meno che proprio non mi voglia male e non abbia altri obiettivi nella vita. Se progressista, non si avvicini per le suddette lamentazioni a meno che non voglia male anche a se stesso.

Difficile negare che negli ultimi anni Roma abbia perso posizioni anche sul piano della sua importanza culturale. Mi limito ad analizzare il fenomeno guardando al settore che conosco meglio, editoria e letteratura. Da questo punto di vista la città sconta un paradosso. Da una parte, a livello di iniziative spontanee, c’è grande vitalità. Librerie indipendenti che organizzano serate a tema. Riviste. Reading. Associazioni culturali. Dall’altra, mancano contenitori di peso che tesaurizzino e moltiplichino le energie in circolo. Avere buoni muscoli ma niente biciclette. Ottimi piloti e niente motori.

Gli anni Novanta, da questo punto di vista, sono stati l’ultimo momento forte della capitale. Se uno come me è potuto venire ad abitarci, è stato anche per questo. Per il fatto che alcuni coraggiosi esploratori della carta stampata – non di rado parvenu con pochi quattrini, e per questo più apprezzabili – si fossero lanciati nell’ impresa di creare o rivitalizzare iniziative editoriali. Si chiamavano Alberto Castelvecchi, Sergio Fanucci, Elido Fazi, Sandro Ferri (e/o), Domenico Procacci (Fandango), Marco Cassini e Daniele Di Gennaro (minimum fax), Paolo Repetti e Severino Cesari (i quali a per conto di Einaudi avevano creato a Roma Stile Libero), Ginevra Bompiani (Nottetempo)… Per non parlare di riviste come «Lo Straniero». Mi scuso per le omissioni, l’elenco sarebbe assai più lungo. A ogni modo vitalità e non comune senso del rischio mise in circolo a suo tempo (con pochi capitali) nuove idee e creò anche nuovi posti di lavoro.

E dopo? Dopo è successo pochissimo, e sempre a opera di piccoli e piccolissimi imprenditori che hanno rischiato il poco che avevano (cioè tutto) in iniziative editoriali per le quali sono spesso stati lasciati soli.

E le istituzioni?

Ma io mi chiedo anche: e i privati di peso? I grandi imprenditori? Quelli che potrebbero investire capitali importanti? I romani benestanti o facoltosi, insomma, quelli che hanno sempre disertato, che si lamentano di continuo dei mancati primati culturali della città ma poi preferiscono rogitare anziché investire? Giulio Einaudi era il figlio del Presidente della Repubblica e Giangiacomo Feltrinelli proveniva da una delle famiglie più ricche d’Europa. Il senso di colpa del benessere e il complesso della cultura un tempo facevano miracoli. Possibile che la grande borghesia romana, il generone e i progressisti pieni di immobili intestati o ereditati, i vecchi e nuovi ricchi minimamente sensibili e alfabetizzati siano così gretti, così privi di orgoglio e di ambizione, amino così male la propria città e ritengano di doverle così poco da non mettere la mano al portafogli per dare vita a una scena editoriale e culturale più ambiziosa?

Se oltre a quello delle istituzioni si iniziasse a guardare all’immobilismo dei privati che, potendosi permettere il contrario, perdono occasione di continuo perché un giorno se ne conservi buona memoria, allora della palude culturale in cui rischiamo di impantanarci si capirebbe qualcosa in più.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
5 Commenti a “Rogitare anziché investire in cultura a Roma (e altrove). La miseria dei privati ricchi.”
  1. @Stestenic scrive:

    La crisi è economica, ma è anche soprattutto personale: di idee, di obiettivi, di voglia di fare.

  2. Giorgio scrive:

    a dire la verità oggi i ricchi intellettuali si vergognano di essere tali, almeno a me sembra. alla domanda perché non investi in una casa editrice, una galleria, un progetto, etc. ti dicono tutti che non hanno la possibilità, magari, è un investimento che li porterebbe sul lastrico… insomma negano, per poter mantenere il loro tenore di vita alto in un momento dove lavorare sottopagati fa schifo a tutti, loro possono lavorare poco in quello che vogliono, anche non pagati. perché rinunciare ai privilegi per investire in un settore che comunque mai li rifiuta? modesta esperienza, per carità, non è che tutti siano così, però…

  3. zil scrive:

    Sull’ultimo numero di Focus c’è un ottimo servizio sul cambiamento che anche da noi si sta realizzando quanto a paternità. Arriviamo sempre ultimi, ma ci arriviamo…

  4. Lorena Melis scrive:

    La miseria dei privati ricchi sempre più numerosi e sempre più vuoti…in corsa soltanto verso l’edonismo e l’accumulazione sfrenata

  5. zil scrive:

    Ecco la nuova edizione del premio Innovazione: http://www.affaritaliani.it/mediatech/focus-innovation040314.html

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