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Roma sotto attacco. Cosa sta succedendo a Centocelle

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Criminalità, spaccio, fascismo, racket, mafia: queste le parole che sono state usate maggiormente, tra le istituzioni e il dibattito pubblico, nel racconto di ciò  che sta avvenendo nel quadrante est di Roma, in particolare nel quartiere di Centocelle.

La vicenda – che ormai ha assunto rilevanza nazionale – si è aperta lo scorso 25 aprile, quando alle ore tre e venti circa del mattino ignoti hanno incendiato con una bomba carta la libreria e caffetteria La pecora elettrica, in Via delle Palme, nel quinto municipio della città. La violenza di sei mesi fa era stata spesso e indisturbatamente ricondotta alla matrice politica, dato soprattutto il noto retaggio antifascista e il carattere di aggregazione culturale della libreria. Negli ultimi mesi La pecora elettrica, grazie anche alla partecipatissima campagna di crowdfunding e ai vari eventi di sostegno e di raccolta fondi, aveva ricevuto enorme solidarietà e un ingente aiuto economico, incentivando in questo modo i proprietari del locale – e con loro anche collaboratori e simpatizzanti – ad una nuova e attesa apertura, prevista per il 7 novembre; ma nonostante tutto questo, ancora in piena notte, alle tre dello scorso 6 novembre, ad un giorno dall’inaugurazione, nei locali della libreria-caffè sono nuovamente divampate le fiamme, di origine evidentemente dolosa, gettando il quartiere nella disperazione di un’esperienza soggettivamente frustrante e animando, successivamente, una necessaria partecipazione di natura fortemente militante e un rinnovato dibattito collettivo.

La rilevanza sociopolitica di questa brutta storia, con tutta la sua potenza drammatica, è stata ulteriormente sottolineata da altri due episodi analoghi: lo scorso 9 ottobre è stata data alle fiamme la pinseria Cento55, sempre in Via delle Palme; e a pochi metri di distanza, in via dei Ciclamini, è stato analogamente incendiato il pub Baraka Bistrot, alle quattro del mattino di sabato 9 novembre. Nella struttura del quartiere, questi tre luoghi (oltre ad essere bellissimi punti di aggregazione, pienamente inseriti nella rete sociale e nel contesto urbano circostante, nonostante la carente illuminazione pubblica) sono geograficamente centrali, in quanto tagliano una delle vie più animate ed energiche del quartiere ovvero Via dei Castani e collegano – alle spalle dello storico centro sociale Forte Prenestino – Viale Palmiro Togliatti a Via Prenestina. La mattina del 6 novembre, dopo il terzo attacco incendiario dell’anno in Via delle Palme, la libreria distrutta qualche ora prima si è presentata agli occhi delle persone del quartiere, dei passanti e dei giornalisti accorsi come fosse una carcassa abbandonata rilasciando nell’aria detriti di cenere, un ancora pungente odore di fumo e un pervasivo, quasi tangibile, senso di incredulità, impotenza e disillusionetra i presenti, ai cui piedi le pagine svolazzanti dai contorni bruciati, dei libri che sarebbero stati disponibili dal giorno successivo, sembravano testimoniare con forza la nuova vita che il locale stava riprendendo.

Durante la giornata del 6 si sono presentati sul posto Dario Franceschini, ministro dei beni culturali, Luca Bergamo, vicesindaco del Comune di Roma e Giovanni Boccuzzi, presidente del quinto municipio; i tre hanno assicurato l’impegno delle istituzioni ed espresso vicinanza e solidarietà ai proprietari dei locali e al quartiere. Le reazioni del mondo politico sono arrivate nella stessa mattinata: la sindaca Virginia Raggi in un tweet ritiene ‘’Inquietante l’ennesimo rogo alla libreria’,’ e continua ‘’Se fosse confermato l’atto doloso sarebbe estremamente grave. Vicina ai proprietari. Si faccia subito chiarezza.’’, con un messaggio molto simile a quello del presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti per il quale ‘’Quella libreria riaprirà più bella di prima e se ci sarà bisogno daremo una mano’’. Altri messaggi politici sono arrivati trasversalmente da Laura Boldrini, Stefano Fassina, Monica Cirinnà, Matteo Orfini e tanti altri; Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia, ha affermato: ‘’Libro rinvia a libertà. E chi ha paura della libertà incendia le librerie’’.

Anche se le indagini sono ancora aperte, gran parte delle prime dichiarazioni politiche riguardo i fatti di Centocelle ha avuto una robusta forza declamatoria, cedevole e talvolta ambigua, che ha fatto fortemente leva sulle ampie retoriche dello spaccio, della criminalità organizzata e soprattutto sull’immaginario distorto costruito in relazione agli ambienti di estrema destra, in particolare sulla comoda immagine dei fascisti che bruciano i libri e odiano la cultura. Dal primo attacco dello scorso 25 aprile è stata la prima volta che i rappresentanti delle istituzioni si sono presentati nel quartiere, anche solo per poche ore, come è stato fatto notare dai cittadini al presidente del Municipio Boccuzzi, che ha risposto alle rivendicazioni e alle domande dei presenti inneggiando vagamente a sicurezza e forze dell’ordine. ‘’Non sono le forze dell’ordine a risolvere questo problema, non so se ve ne rendete conto. Dovete entrare in contatto con la cittadinanza, dovete prendervi l’incarico istituzionale che avete’’, ha sostenuto un abitante del quartiere in seguito alle dichiarazioni di Boccuzzi, e ancora: ‘’del parco di fronte se ne occupa un collettivo interno che si accolla tutte le spese di cui non vi siete fatto carico da anni a questa parte’’.

Lo stesso Danilo, uno dei proprietari della libreria, ha riferito ai giornalisti, data la presenza del presidente del municipio: ‘’qualsiasi domanda ci fate, la nostra risposta è: chiedete alle istituzioni’’. Un altro abitante ha sostenuto: ‘’qui ci sta la mafia, la camorra, ci sta la speculazione edilizia ed economica, quindi noi da stasera ci mettiamo e stiamo per strada perché ci pensano i cittadini, non le istituzioni e non i politicanti a fare la difesa dei quartieri’’ esprimendo ciò che noi cittadini vorremmo per il quartiere, ovvero un netto distacco dalle retoriche securitarie e dai progetti istituzionali che immaginano le strade sicure come luoghi alienanti e non attraversati conflittualmente dalle persone che vi abitano. Il giorno stesso, infatti, il quartiere si è autorganizzato indicendo una passeggiata di autodifesa popolareche dalle ore 19 ha attraversato le strade di Centocelle, partendo da Piazza dei Mirti e confluendo davanti alla libreria, in Via delle Palme; la manifestazione, organizzata in poche ore, è stata partecipatissima ed ha di fatto bloccato l’intero quartiere intorno allo striscione: ‘’Combatti la paura! Difendi il quartiere’’.

Il corteo dello scorso 6 novembre ci ha detto ampiamente una cosa: a Roma la socialità esiste sempre, anche quando viene nascosta o brutalmente attentata. Le persone che hanno sfilato per le strade del quartiere non erano tutte lì solo per banale curiosità o solidarietà retorica; al contrario, è stato chiaro e tangibile che in questa fetta di città, e non solo, esiste una compatta rete di persone che non solo condivide gli stessi valori o lo stesso retaggio culturale ma più di tutto è permeata da un forte senso di appartenenza che non conosce compromessi o intermediari e perciò fa militanza, attraversa la città, entra in conflitto, dibatte molto, ragiona su se stessa e sulle cose del mondo, si autogestisce, si prende gli spazi, si crea autonomamente i servizi che mancano e lo fa sempre, non arretrando di un passo. Il collettivo Azione antifascista Roma est, che ha in larga parte organizzato in rete la manifestazione, ha affermato sui social il giorno successivo: ‘’La piazza di ieri ha rafforzato la consapevolezza che bisogna organizzarsi proprio per rinsaldare i legami di mutualismo e solidarietà e la nostra capacità di autodifesa collettiva, per garantirci una sicurezza che non può essere delegata alle istituzioni. […] Come il corteo di ieri ha affermato a gran voce, l’unica sicurezza di cui hanno bisogno gli abitanti di Centocelle sono la casa, il reddito, la salute, la cultura. Per sottrarsi ai ricatti della criminalità e agli speculatori politici ed economici. Per questo dobbiamo mantenere alta la tensione e continuare a riprenderci le strade, senza arrenderci alle minacce e cedere alla paura.’’

Dopo questo primo corteo ne è stato indetto uno analogo il prossimo giovedì 14 novembre (sempre alle ore 19 a Piazza dei Mirti), a partire dalla consapevolezza che una sola manifestazione non basta e che la solidarietà è spesso, purtroppo, fine a se stessa; che accontentarsi di propaganda e sicurezza crea evidentemente bombe sociali peggiori del problema iniziale, che gli abitanti non devono essere soli e che il quartiere vuole tutto. Sarebbe facile avere un nemico chiaro, qualcuno contro cui puntare il dito e contro cui organizzarsi ma la verità è che, come quasi sempre avviene in questa città, i problemi che vivono e crescono sulle nostre spalle sono prettamente sociali, prima ancora che politici, ed hanno connotazioni ampiamente sociologiche.

Perché nonostante la grande risonanza mediatica che ha interessato La pecora elettrica e l’intero quartiere, e nonostante il dispiegamento di posti di blocco avviati la sera prima, tre giorni dopo sono divampate le fiamme nell’adiacente pub Baraka Bistrot. Questo quarto attentato al quartiere ha avuto una potenza simbolica drammaticamente maggiore nel suo carattere intimidatorio: la vicinanza cronologica ai precedenti attacchi e la ormai chiara ampiezza del target bersaglio di queste prove muscolari ha scioccato, ammutolito ed ha confuso. Nelle stesse ore, nella notte tra venerdì 8 e sabato 9, la zona circostante a Via delle Palme e Via dei Ciclamini è stata completamente militarizzata: polizia, carabinieri e guardia di finanza hanno iniziato a presidiare l’interno quartiere, in particolar modo le due vie incriminate, il territorio adiacente al parchetto di Via delle Palme e i due snodi principali che confinano da un lato e dall’altro con Viale Togliatti e Via Prenestina, nonostante l’ostilità all’iniziativa e le chiare richieste degli abitanti. La Procura di Roma in collaborazione con i carabinieri della Compagnia Casilina e i Pm hanno aperto un fascicolo di indagine per incendio doloso aggravato; intanto, la sindaca Raggi ha invocato in più occasioni l’intervento dell’esercito nell’ambito dell’operazione Strade sicure, in vista del vertice comunale sulla sicurezza di Roma est previsto per il prossimo 15 novembre, esprimendo una lettura sociale di queste realtà territoriali totalmente distorta e mostrandosi nuovamente distante dalle reali necessità di chi attraversa queste strade.

Le indagini sono ancora aperte e la reale matrice è ancora sconosciuta, tuttavia negli ultimi giorni si sono inferite diverse ipotesi, alcune più verosimili di altre. Si è parlato spesso di matrice fascista e di criminalità di estrema destra: oggettivamente le frange estremiste della destra romana sono molto radicate nel territorio, anche in questo quadrante di Roma fortemente politicizzato, in larga parte come conseguenza necessaria di un sentire comune che ha tratto linfa vitale dalla propaganda politica degli ultimi anni e dai palcoscenici nazionali affidati ampiamente ad un importante proselitismo, i cui risultati si vedono non tanto nei dati elettorali quanto invece nelle strade. Il dibattito pubblico, soprattutto in seguito al secondo attacco alla libreria di Centocelle, è stato portato spesso a sterili retoriche sloganistiche volte a sottolineare il distacco presente tra fascismo e cultura: ‘’i fascisti bruciano i libri’’ o ‘’i fascisti si sconfiggono con la cultura’’; questo immaginario politico e mediatico farlocco porta facilmente a due conseguenze, ovvero non prendere sul serio la storia e non prendere sul serio il potere. Purtroppo o per fortuna, credere, come si è creduto per decenni, che fascismo e neofascismo non abbiano un’ideologia e non abbiano una cultura fertile, è storicamente sbagliato e politicamente fuorviante.

Si è anche parlato molto di criminalità organizzata e di spaccio. Per molti queste dimostrazioni di forza sono senza dubbio da ricondurre alla necessità di qualcuno di conquistare il territorio per gestire e portare avanti le attività illecite nel buio e nel silenzio, devastando e annientando le attività aperte fino a sera. Si è affidata la narrazione di questi territori all’accettazione totale, quasi autoassolutoria, della criminalità organizzata: la presenza di questa criminalità sul territorio è evidentemente innegabile ma l’immagine che deriva dal dibattito reazionario portato avanti su questi temi è alterata e decontestualizzata. Non considerare i reali motivi, di natura sociale ed urbanistica, che sottendono gli affari illeciti del quartiere vorrebbe dire immaginare un macrocosmo in cui tutto è uguale, in cui si parla di spacciatori con la stessa retorica paternalista ed alienante con cui si parla di carcere e in cui Centocelle sembra essere uguale al Pigneto, a San Lorenzo o a Tor Pignattara.

Centocelle aveva iniziato da circa due anni a vivere un profondo processo di cambiamento, a partire dall’apertura di molte e frequentatissime attività serali – bar, pub, birrerie, cornetterie, pizzerie – e dall’inserimento nel quartiere della Metro C, rendendo così il contesto sociale ed urbano in cui è inserita simile ad un nuovo centro, un punto di aggregazione giovanile inizialmente low cost che poi si è lasciato divorare dalla propria stessa vitalità: le persone del quartiere sono state travolte dalla forza motrice di un modello di città incentrata sul capitalismo sfrenato che tra sfratti e sgomberi allontana sempre di più gli abitanti verso l’esterno, verso il Grande Raccordo Anulare o anche fuori dal Raccordo, togliendo respiro al concetto di periferia. Questo processo di cementificazione selvaggia ha creato una cesura tra abitanti e spazi di conflitto, che vengono ritagliati con fatica dal contesto circostante con un movimento asincrono rispetto alla gentrificazione che sta cercando di dilaniare ogni forma di socialità. La conseguenza naturale ed universale di questi processi è la presenza radicale sul territorio di affarismo e speculazioni edilizie. L’amministrazione della città si è riempita in questi ultimi anni del vuoto che ha costruito tutto intorno, sulle orme di un’eredità di visione politica seminata dal 2008, generando un amalgama di politiche securitarie che hanno riempito le strade di poliziadopo averle riempite di speculatori. Questo visibilissimo atteggiamento reazionario che investe la città non si interroga ma reagisce soltanto: l’amministrazione, mentre sfratta gli abitanti e cerca imperterrita di sgomberare gli spazi sociali più belli ed animati di questo paese, non porta mai avanti un ragionamento sociopolitico che riguardi le problematiche che a monte hanno favorito su più livelli la microcriminalità; è necessario capire profondamente, al netto delle trasformazioni che investono l’intera città, che Roma sta diventando un pericoloso feticcio perché mancano i servizi sociali e pubblici, dall’illuminazione pubblica, in alcune zone del tutto assente, ai trasporti, dalla gestione dei rifiuti alle politiche culturali o, ancora, dall’istruzione all’idea del diritto all’abitare.

Il deficit politico di Roma nasce non solo da una stretta inefficienza ma anche e soprattutto dall’idea di una città atomizzata, disgregata, alienata ed alienante. La città è guidata e costruita dall’assenza di visione e pianificazione politica e territoriale. A Roma non c’è un progetto politico che si sviluppi in contrasto e a partire dai processi e dalle trasformazioni che attraversano la città, cioè un progetto ampio e preminente che non sia costruito sulle strutture e sui modelli delle economie di mercato: a livello istituzionale non c’è un vero e proprio studio urbanistico, non c’è un caso romano, non c’è in giunta una commissione permanente e, più di tutto, non c’è un sentire politico che immagini Roma come un complesso ed eterogeneo agglomerato sociale e non come un forgiante e capitalizzato complesso edilizio. Il collettivo Azione antifascista Roma est in un post del 6 novembre ha sottolineato: ‘’Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere immobili, perché pensiamo che invocare più sicurezza delegando il controllo dei nostri quartieri alle forze di polizia non serva a difenderci da episodi come quello di stanotte. Dobbiamo invece organizzarci e sviluppare rapporti mutuali e solidali tra abitanti per costruire una comunità resistente. La sicurezza dei nostri quartieri e delle nostre strade la fanno gli abitanti che li attraversano e li vivono quotidianamente.’’ Dobbiamo riempire questi vuoti.

Nasce e vive a Roma. Studia sociologia all’Università La Sapienza. Nel 2014 vince la 1ª Sezione del concorso letterario “Scrittore in banco” nell’ambito della manifestazione “Festa del libro in Mediterraneo”. Collabora con Minima & Moralia. Nel 2019 diventa borsista a La Sapienza e si specializza nell’indirizzo socioculturale.
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