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Roma attraverso i fulmini

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ROMA. “A Roma tutto quello che c’è di vero sta sottoterra”. La frase lapidaria arriva alla metà perfetta di un libro che sfugge a ogni definizione, esordio di un non romano alle prese con enigmi e incubi che a Roma valgono oggi come duemila anni fa. Romanzo esoterico, misterico, di formazione, per nulla di genere, Il libro dei fulmini (Atlantide, pp. 171, euro 20) racconta una città molto lontana da quella delle cronache, dei reportage, delle guide turistiche. Attraverso di essa, vuole in effetti raccontare una discesa agli inferi esistenziale e un incontro con la morte, tipico di culti arcaici apparentemente sepolti. E tuttavia, forse proprio per questo, il libro illumina certi aspetti della città eterna generalmente negletti.

Sono giorni di festa, è passato il Natale che per chi non dimentica la storia infinita di Roma è ancora soltanto erede della festa del Sol Invictus, il Natale del Sole cioè, quando il solstizio d’inverno dà inizio alla rinascita, e il dio venuto dall’oriente, un certo Mitra, festeggia la sua breve vita di eroico sapiente, uccisore del toro, dio dei legionari romani e di tutti coloro i quali vollero essere iniziati al suo mistero. Dunque abbiamo deciso di incontrarci dalle parti di uno dei Mitrei più belli in città, quello del Circo Massimo, visitabile su prenotazione come la maggior parte dei luoghi più sacri e oscuri della Roma antica (ogni info allo 060608). L’autore, Matteo Trevisani, mi aspetta davanti alla Bocca della Verità. Decine di turisti sono in coda per inserire la mano, fra risolini e sospiri, nella famosa apertura che originariamente non era nulla più di un tombino. Ma lui mi fa segno di seguirlo, prende l’ingresso di S. Maria in Cosmedin, corre sul pavimento cosmatesco e scende giù per le scalette che, dietro agile mancia o “offerta volontaria”, si aprono inghiottendo nei sotterranei della chiesa. “Ecco i resti dell’Ara Massima di Ercole invitto, il primo centro di culto di Ercole a Roma. Solo in pochi scendono qui. Non è un paradigma dei nostri tempi?”

Lo è eccome. Sopra, all’aria, il ciarpame turistico; sotto, nell’umidità del sottosuolo muffoso, le verità profonde della città. Nonostante a Roma anche il ciarpame e la cialtroneria siano rivelatori di un’anima profonda e per nulla scontata, è sottoterra che si deve scendere per riuscire davvero a alzare lo sguardo verso ciò che è nascosto agli occhi della moltitudine. Sono le contraddizioni di una storia unica e di una città assolutamente imprendibile, accada pure quel che deve accadere nelle contingenze della storia.

Mentre Trevisani si aggira mezzo invasato nella sala angusta della cripta, ripetendomi che dietro al muro, poco lontano, lì sotto, dietro chissà quali rovine sommerse, c’è il Mitreo, io ripenso alle pagine in cui il suo alter ego letterario, invischiato in un gioco che sembra più grande di lui e che ha a che fare con una setta che nella Roma dei nostri giorni fa rivivere gli antichi culti del fulmine, si ritrova in questi sotterranei, quasi perduto dietro alle visioni che fanno di lui un eletto inconsapevole. “Non c’è nulla di reale in quel che racconto, ma è certamente vero che questa è ancora una città dove poche famiglie mantengono inalterate tradizioni secolari o se ne sentono eredi coltivando l’idea forse illusoria di avere un qualche potere temporale oltreché spirituale”. Roma è una città di famiglie e conventicole, spiega al protagonista del libro il suo sapientissimo professore, tal Mulini, quando arriva il momento di mettere assieme i pezzi che girano attorno all’idea antica che i fulmini possano squarciare il confine che separa vivi e morti.

Dietro l’angolo di S. Maria in Cosmedin, si accede al Mitreo passando attraverso i locali del Teatro dell’Opera, una di quelle esperienze a metà fra il sacro e il profano di cui Roma sa elargire perle. La particolarità di questo Mitreo, rispetto agli altri (celebre e facilmente visitabile quello spettacolare nei sotterranei di San Clemente a Via S. Giovanni in Laterano), sta tutta nella sala attraverso cui si accede, una sorta di vestibolo dove gli uomini si preparavano a calarsi nei rispettivi gradi iniziatici (i sette scalini che sono oscuramente disseminati nel libro: corvo, ninfo, soldato, leone, persiano, corriere del sole e padre) e in quella che alcuni identificano con la fossa sanguinis, il luogo in cui il toro veniva ucciso e sgozzato e il suo sangue scendeva in una sala sottostante dove l’iniziando era coperto dalla pioggia di sangue prima di poter rivedere la luce nella nuova vita che gli era concessa attraverso l’iniziazione rituale. È un momento decisivo del libro e Trevisani è incontenibile. “Pochi metri e c’è una chiesa che i romani sottovalutano: Sant’Anastasia”.

Entriamo. La chiesa è sempre aperta. Il culto perenne la rende unica nella sua incondizionata accessibilità a ogni ora del giorno e della notte. All’ingresso strani giochi di luce indussero gli antichi a riflettere sul dio Sole. “Da queste parti tutto ebbe inizio. Il Foro Boario, il Tevere che esondava con gran facilità, aria spesso mefitica, paludosa, ingannevole. E, sotto a ogni cosa, la grande Cloaca, la Cloaca Maxima che ancora sbuca sul Tevere. Attraversiamo le file di turisti ignari per spingerci oltre il tempio di Ercole (che noi romani siamo abituati a chiamare Tempio di Vesta a causa della sua circolarità) e oltre il Lungotevere, su quello che tutti qui conosciamo come “Ponte inglese” per via dei sensi di marcia invertiti. Ci affacciamo sull’antica bocca della fogna e lo spettacolo è straordinario. I resti millenari della Cloaca sono un ricettacolo di “monnezza” e detriti del fiume. Una rete cascante a metà coperta da plasticacce impigliate dovrebbe proteggere le grandi pietre antiche su cui invece si erge una specie di accampamento: casupole di cartone e stracci fra le formidabili pantegane del Tevere. “Ecco Roma” fa Trevisani e gli do ragione.

Forse per chi non è nato in città è più semplice cogliere queste magnifiche contraddizioni? Lui e il suo alter ego del libro giunsero nella capitale 15 anni fa da San Benedetto del Tronto (dove l’autore è nato nel 1986) per lanciarsi alla scoperta di un enigma metropolitano. “Dopo dieci anni da studente e giovane fuorisede in cerca di futuro, cominciai a esplorare davvero la città e capii che Roma puoi raccontarla soltanto partendo dalle sue rovine. Puoi trovare un filo se guardi al terreno che calpesti e dai il giusto peso alla stratificazione di epoche che è la caratteristica della città. Dunque scendendo nelle cavità ipogee, nei Mitrei, nelle catacombe, in ciò che è apparentemente nascosto”. Intanto attraversiamo l’Arco quadrifronte di Giano, contempliamo la damnatio memoriae della moglie di Caracalla nell’Arco degli Argentari, il Velabro, San Giovanni Decollato. Andiamo indietro verso il principio. Il libro infatti si apre con un misterioso appuntamento sulla terrazza del Tabularium, all’interno dei Musei Capitolini, luogo magico a tutti gli effetti per la vista sui Fori che fa tremare le gambe. È qui che Trevisani s’imbatté in una lapide che i romani dedicarono a un fulmine assassino e iniziò a intrecciare la storia del romanzo.

“Nei culti misterici antichi a tutti era data la possibilità di un’illuminazione di cui poi era vietato raccontare ai non iniziati. Difficile fare i conti con queste oscurità. Certo era un modo di fare i conti con la brevità della nostra vita e formare un nuovo sguardo sul mondo. Per vedere ciò che non si offre subito all’intuizione dello sguardo”. Un modo per scavare dentro la città che nel libro assume la forma della ricerca dei luoghi dove altri fulmini caddero dal cielo aprendo comunicazioni fra il nostro mondo e quello dell’aldilà. Così dobbiamo ancora arrivare a una chiesa sconosciuta ai più – Santa Bibiana accanto alla ferrovia di Termini e al tempio di Minerva Medica – eppoi ai SS. Quattro, fra l’oratorio e la Sala Gotica, luoghi misteriosi e di difficile accesso, poco lontano dalla Domus Valerii nascosta per sempre sotto all’Ospedale San Giovanni. Cercando fulmini caduti e sotterrati dagli antichi in onore del dio Summano, ossia Plutone, il dio degli Inferi, scopriamo infine quanto ancora oggi, e soprattutto a Roma, valga un’antica regola che Trevisani racconta così: “Pensare che quello che accade sopra di noi possa affondare le sue radici sotto di noi porta con sé innumerevoli conseguenze. Spinge a credere che le profondità della terra nascondano i segreti del cielo e viceversa”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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