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Roma: quali spazi per la cultura indipendente?

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a cura del Collettivo Spin Off

Mercoledì 15 luglio il Teatro di Roma ha ospitato una serata a sostegno del Rialto negli spazi del Teatro India. Con l’occasione il pomeriggio è stato promosso un dibattito intitolato “Roma – quali spazi per la creatività indipendente”, per fare il punto sull’agibilità degli spazi indipendenti che promuovono teatro, arte e cultura nella capitale. Hanno partecipato luoghi di natura diversa come Carrozzerie Not, Argot, Studio Uno, Fivizzano 27, Libera Assemblea di Centocelle, che hanno interloquito con alcuni rappresentati delle istituzioni (tra cui il vicesindaco Luca Bergamo). Quello che segue è l’intervento del collettivo di Spin Off.

Per chi non ci conosce, una breve presentazione. Spin OFF è un collettivo di artisti, tecnici e studiosi che due anni fa ha iniziato a immaginare un percorso culturale indipendente all’interno di Spin Time, uno spazio che ospita più di 150 famiglie di oltre 18 nazionalità diverse. Abbiamo aperto uno spazio, piantando idealmente la bandiera dove crediamo che l’arte debba crescere, ovvero in mezzo all’esistente. Un esistente ben preciso, che abbiamo scelto consapevolmente, un luogo incolto e selvatico, come lo definirebbe Gilles Clément nel suo Terzo Paesaggio: un luogo, un territorio fertile per accogliere la diversità.

Ci siamo posti tra gli obiettivi principali quello di creare un luogo di incontro, dialogo, contaminazione tra realtà e creatività differenti con il desiderio di sostenere i progetti dall’inizio del processo creativo fino ad arrivare alla restituzione al pubblico, quando possibile.

Spin time, come molti spazi a Roma, era uno spazio abbandonato, un posto anonimo, una smagliatura nel tessuto urbano.

Un grosso edificio che è stato prima la direzione generale dell’INPDAP, confluita nell’INPS, e ora una casa per oltre 400 persone; una falegnameria; un auditorium condiviso che grazie ai lavori di ristrutturazione sostenuti dall’Orchestra notturna clandestina e da noi si è trasformata in un vero e proprio spazio per lo spettacolo dal vivo; e ancora: la redazione di Scomodo, un giornale che molti di voi hanno certamente sfogliato; una scuola popolare che accoglie numerose attività. E molto altro.

Siamo qui oggi proprio per parlare di luoghi, quali luoghi per la cultura indipendente?

Il sistema in cui ci muoviamo fa sì che sia tremendamente complicato tentare di avviare un percorso indipendente e rispettare allo stesso tempo tutte le pratiche burocratiche e legalitarie che esso comporta. Ci muoviamo quindi sempre ai margini del sistema.

Ma sappiamo bene che sono proprio le realtà indipendenti a permettere all’arte e alla cultura di rimanere vive, perché garantiscono tempi e luoghi per la creazione che il sistema non mette a disposizione, creano rapporti tra artisti e comunità, cercando di creare luoghi di incontro che non siano per forza luoghi di consumo.

Ancora più che in altri periodi però, ci siamo resi conto in questi mesi, di quanto l’attività che svolgiamo in forma gratuita e che prima di noi ha svolto il Rialto e che hanno svolto e continuano a svolgere tantissime altre realtà indipendenti, sia funzionale al sistema culturale della città, sistema che per anni è rimasto immutato e che nemmeno l’ultima amministrazione è riuscita a trasformare.

Noi siamo quella valvola che permette alla pentola di non esplodere mai.

Due anni fa, come Spin Off, abbiamo avuto la possibilità di chiedere al Vicesindaco qui presente, quale fosse la percentuale degli spettacoli che ogni anno a Roma vengono messi in prova in spazi istituzionali come questo, e quanti invece fossero quelli provenienti da spazi occupati, autogestiti, assegnati o comunque fuori dal circuito “ufficiale”.

La risposta è stata che sapeva benissimo che il 90% delle attrici e degli attori prova i propri lavori in spazi occupati, autogestiti o comunque fuori dal circuito “ufficiale”.

Quindi, pur conoscendo il peso e il valore dell’attività che svolgiamo, continuiamo a essere spesso attaccati, sgomberati, fiaccati o, come nel caso del Rialto, devastati dalle multe.

A distanza di due anni, a una passo dal termine di questa consiliatura è cambiato qualcosa?

In questi due anni di slogan legalitari, è stato fatto un passo reale verso le realtà volontarie e militanti che da 30 anni tengono in piedi il tessuto sociale e culturale di questa città, che ogni giorno è più triste e più vuota?

Oggi siamo qui, per una raccolta fondi che non dovrebbe esistere, perché qualcuno avrebbe dovuto prendersi la briga e la responsabilità politica di non farla esistere. Qualcuno avrebbe dovuto tutelare un luogo che ha contribuito a costruire il tessuto culturale e artistico di questa città per oltre 15 anni.

Gli artisti che arrivano a fare spettacolo a Spinoff, sono illuminati da proiettori che provengono dal Rialto, recitano sui praticabili del Teatro Valle Occupato, che erano stati destinati alla discarica. Spin Off è formato da attrici e attori, militanti e attivisti culturali che si sono conosciuti in altri spazi alternativi al circuito ufficiale e istituzionale. La nostra è una comunità che riesce ad attraversare gli anni, le esperienze, anche i fallimenti di sgomberi e processi. Siamo una comunità che fa del proprio lavoro, quello nelle arti sceniche, una pratica di scambio culturale: un valore concreto, economico, vitale e intellettuale per la crescita sociale. Siamo una comunità che ha movimentato idee e progetti, che ha ravvivato l’offerta culturale della città di Roma; eppure, siamo una comunità inascoltata, e quando non ignorata addirittura contrastata.

Compito della politica è raccogliere le istanze prodotte dalla società, nutrendole e sostenendole, o è quello di schiacciare e condizionare la vita sociale, trincerandosi dietro all’ordinaria manutenzione delle strisce pedonali?

Per noi la risposta è chiara.

Questa comunità è stata colpita, e gli ultimi anni non hanno fatto eccezione; è stata punita alle volte, e ne sono esempio serate come questa; (Questa comunità) è stata privata della propria agibilità in questa città, come se ne fosse un corpo estraneo. Il risultato è sotto agli occhi di tutti ed è impietoso. Questa città sta diventando sterile, chiudono e vengono chiusi gli spazi alternativi dove si muove il fermento sociale, dove le esigenze culturali dei cittadini prendono forma; si disperdono e si trasferiscono i nuclei produttivi e innovativi. Non crediate che tutto ciò non coinvolgerà anche i luoghi ufficiali, questo processo di deperimento è già in atto e trincerarsi dietro alle istituzioni o ai palcoscenici prestigiosi non ci salverà.

Tante volte questa comunità ha dimostrato la necessità di avere luoghi di incontro, ogni comunità ha bisogno di luoghi di incontro. E dove non ve ne erano sono stati creati, recuperando edifici di pregio abbandonati, luoghi fatiscenti di periferia, edifici costruiti per mera speculazione senza alcun criterio urbanistico. Questi edifici erano punti bui della città che sono stati illuminati, rigenerati, aperti alla collettività. Alcuni sono stati inseriti in quel fatidico processo di salvaguardia, assegnazioni, affitti calmierati; l’associazionismo nato attorno a essi, tuttavia, è stato sanzionato, colpito, instillando il dubbio che forse sarebbe stato meglio restare ai limiti della comunità, non farsi scorgere. Queste azioni, lo sapete, hanno generato sfiducia nelle amministrazioni; come se mostrarsi, organizzarsi renda vulnerabili, fragili.

Se siamo parte integrante di questa città, se abbiamo trovato soluzioni alle carenze di un sistema produttivo e distributivo culturale inefficiente, vorremmo allora che fosse  riconosciuto tale valore, per ciò che creiamo di materiale e immateriale; e non tramite prebende, favori, finanziamenti pubblici. Abbiamo bisogno di agibilità, e se non c’è riconoscimento almeno chiediamo di non essere ostacolati.

C’è da pensare invece che l’approccio a tali spazi sia politico, nel senso più opportunistico del termine. Comodi nel momento in cui sopperiscono alle mancanze istituzionali, utili nell’innovare, avvicinabili durante le campagne elettorali, ma perseguibili con il manifesto legalitario quando rappresentano istanze non previste e prevedibili, quando pretendono tutele, quando difendono i territori e il lavoro di anni.

Abbiamo assistito in questi anni a chiamate per artisti senza retribuzione, come se fosse legale e normale pensarlo. Abbiamo assistito a una scarsa visione in merito alla formazione culturale e al recupero del tessuto sociale periferico attraverso l’arte e la cultura. Si può realmente pensare che basti organizzare degli eventi in periferia, apparizioni sporadiche, senza coinvolgere minimamente chi resistendo, agisce quotidianamente nel costruire una socialità attorno all’arte?

Noi pensiamo che proprio da queste realtà bisognerebbe ricominciare, e farlo vorrebbe dire restituire vita a questa città. Si dovrebbe guardare al patrimonio immobiliare come possibilità per le comunità territoriali e non per far cassa. Si dovrebbe guardare ai poli universitari, tre solo quelli statali, come epicentri di un tessuto sociale vivo. Si dovrebbe guardare alle esperienze migliori di altre città e di altre nazioni, trovare soluzioni nuove confrontandosi con la cittadinanza. Non nascondiamo che ci sia molto da fare, ma tutto ciò è realizzabile individuando i propri alleati.

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