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Da Roma in giù verso la Calabria, storia semiseria di un’ordinaria Odissea estiva

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di Paola Micalizzi

Dieci minuti di ritardo, dice il tabellone partenze nella maledetta casellina di fianco al mio treno, intercity 1527, e un presentimento si insinua nella mia mente distratta, un déja vu, ma non riesco ancora a  dargli forma.

Mi serve un libro, sono sei ore e mezza di viaggio, non so cosa comprare di economico, opto per fare una pazzia, prima edizione copertina rigida di Sally Rooney, Persone normali, 19,50, bustina? Sì, mi voglio rovinare. L’edizione originale costava 6 euro su Amazon, mannaggia a me.

Torno al tabellone, venti minuti di ritardo. Impreco, il déja vu si fa più chiaro: la Calabria comincia da Termini, e inizio a riconoscere i miei compagni di viaggio, con volti rassegnati, valigie enormi, spalle chine. E ricordo: sull’intercity non c’è né cibo né acqua. Non c’è il bar. Ho più di mezzora, corro al supermercato al piano di sotto, compro pizza, tramezzini, acqua. Io odio trasportare il cibo. Torno su. Trenta minuti di ritardo. Mi pesa la borsa, ma devo ammazzare il tempo, giro al negozio di havaianas, ho perso quelle vecchie settimana scorsa, devono essere cadute dal balcone a Formia, durante il temporale. Ma sono colori assurdi, mi tengo quelle nere dei cinesi.

Torno al tabellone: quaranta minuti di ritardo. Aggiorno mio fratello, che il pomeriggio partirà da Bergamo con l’aereo per raggiungermi, impreco, lui da mezzo conterraneo mi può capire.
Rassegnata passo la barriera dei treni, ma chi cazzo me lo fa fare, ecco perché i miei amici calabresi non scendono in Calabria da anni, manco a Natale dai parenti, mio padre son vent’anni che non scende, e io ogni anno mi ficco in questo delirio.

È uscito il numero del binario sul tabellone, e una folla di gente è accalcata come se stesse aspettando le provviste con la tessera alimentare, li vorrei fotografare, ma sono controluce, mi rassegno anche io, mi unisco a loro.
Il treno arriva lento, e la gente si avvicina avida, goffamente cerca di correre, di salire, di superare, di prevaricare, con quelle pance, i valigioni, i vestiti dei grandi magazzini e le spalle chine. Almeno adesso a ogni biglietto è associato un posto, non è come quando le signore anziane, mia nonna compresa, per risparmiare i soldi della prenotazione si sedevano su posti altrui rifiutandosi di alzarsi perché erano “vecchie”. Rifiutandosi anche col controllore.

Faccio passare chiunque, rintanata in un sedile vuoto che non è il mio, nella speranza di evitare qualsiasi corpo a corpo, dopo venti minuti raggiungo il mio posto, faticosamente sbatto la valigia su e mi rendo conto che non c’è la presa elettrica. Il mio telefono è quasi scarico, il mio iPad è totalmente scarico, ho sei ore e mezzo di viaggio davanti, e poi la coincidenza, e poi una navetta.

Il controllore mi conferma che non c’è il bar, e mi dà la dritta che ci sono dei posti con la presa nelle altre carrozze, al centro, che non sono contrassegnate da numeri ma da lettere, per cui non sono prenotati. Faccio il trasloco. Attacco tutto. Sono nel senso di marcia del treno e comincio a rispondere a una serie di mail di lavoro. Mangio un pezzo di pizza. Il ritardo è salito a 60 minuti, mi avverte una mail di Trenitalia, ma è soggetto a variazioni. Come se ci fosse bisogno di puntualizzare l’aleatorietà totale della situazione.
Respira. Questo treno va a Palermo. Io devo scendere a Villa San Giovanni, poi cambiare per Scilla. C’è gente messa molto peggio di me. Messa 5 ore peggio.

Passa un carretto abusivo di panini e acqua. Chiedo un caffè lungo, mi danno un enorme bicchiere di caffè freddo. 3 euro. Senza ricevuta. Insieme a loro c’è il controllore. Odio tutti. Il caffè zuccherato mi fa schifo, ma questo è divino. Ha un retrogusto di amaro, di forno, è sublime. Li amo. Quando ripassano gli sorrido e gli faccio l’occhiolino, come se mi avessero dato della droga. Scendono ad Aversa. Chissà dov’erano saliti. Ormai la mia percezione spaziotemporale è fluida.

Arriviamo a Napoli e due innamorati di cui avevo osservato le movenze di soppiatto (lui la accarezzava molto, sulla schiena, sulle braccia) mi chiedono se gli guardo lo zaino mentre scendono a fumare. Certo, gli dico assente, basta che stia con la testa girata di lì, penso, e guardo il loro telefono attaccato al caricabatterie, non lo zaino, è più prezioso il telefono, mi dico.

Sono le 14:30 e siamo solo a Napoli. Con l’alta velocità, partendo alle 11:26, che avrebbe dovuto essere l’orario di partenza reale, sarei stata a Napoli alle 12:40. Due ore fa. Ma sono ragionamenti assurdi, mi dico, non succede questo se vai in Calabria. Nessuno scende da questo treno per andare a Napoli. Quelle sono persone diverse, persone che hanno tutt’altro in testa. Tu non hai niente in comune con loro.

E quando il treno riparte, naturalmente cambia senso. Napoli è una stazione terminale. Dopo un momento benedetto di dormiveglia dalla durata indefinita comincia a venirmi la nausea. Non posso fare più niente. Né leggere il mio libro intonso, né fare la settimana enigmistica, né scrivere email. Accartocciarmi sul sedile con gambe e piedi e faccia al vetro mi dà solo un giovamento passeggero. Gli innamorati non ci sono più – quando sono scesi? Attraverso il corridoio per mettermi al loro posto – un altro posto con le lettere – almeno guardo il mare. Ma sono sempre contromano, mi vien da vomitare. Resisto. Perché non mi sposto? Resisto.

Arriva una famiglia mezza inglese e mezza italiana e vuole sedersi lì, nei posti con le lettere. Ma non hanno un posto col numero? Indispettita lascio di fianco a me la borsa del mare, e dall’altro lato, dov’ero io prima, si siedono i loro figli. Sorrido al bimbo, sperando di ricevere in cambio del conforto, ma non devo stargli molto simpatica. Chissà che faccia ho. Di una che sta per vomitare, credo. Sul verde. I genitori stanno in piedi, e so che dovrei togliere la borsa dal sedile di fianco, ma non la tolgo, perché sto troppo male per avere qualcuno accanto. Ma dopo un po’, almeno mezz’ora, mi chiedono se il posto è libero. Io dico “Sì, certo!” e sposto la borsa, lei si siede e a quel punto l’istinto di vomitare diventa irresistibile. Le chiedo di farmi passare, vado in bagno, sputo solo saliva, gli occhi mi diventano viola. Torno, e mi siedo in un posto nel senso di marcia.

La mia borsa del mare rimane là, vicino alla mamma dei due bambini. Sto troppo male per prenderla e far sedere il padre. Ma ormai ci sono diversi posti liberi, molti passeggeri sono scesi. Non ce la farò a resistere due ore, fino a Villa. È passata da poco l’isola di Dino, con quelle casette a forma di igloo. Sono disperata, non posso scendere, ma chi me l’ha fatto fare. Resisto. Guardo il mare. Respiro.

Il treno rallenta, siamo a Rosarno. Ricordo improvvisamente che anche qui posso prendere la coincidenza, controllo sul telefono… sì! La stazione successiva è Gioia Tauro, c’è il treno per Scilla dopo pochi minuti… un sogno, chiamo a raccolta le energie residue, racimolo tutto, vado a recuperare la borsa abbandonata, i genitori mezzi inglesi coi bambini sono scesi, ho cambiato 4 posti da quando son salita, spero di non aver dimenticato niente, prendo la valigia, mi piazzo davanti alla porta, il varco verso la salvezza, il treno rallenta, si ferma, in stato confusionale scendo a Gioia Tauro. Aria! Infinita aria!

Adoro la terraferma. Vorrei baciarla come quelli che facevano la transoceanica. Il binario lungo, bianco, il silenzio, non sono mai stata in questa stazione, non so dove sono, potrei rimanerci tutta la notte.

La coincidenza arriva sullo stesso binario. Con questo lampo di genio ho recuperato l’ora di ritardo. Me ne rendo conto debolmente, ho nausea e fame.

Trenitalia mi informa con una email che ho diritto a un rimborso del 25%. Otto euro. Cosa potevo pretendere da un treno pagato 32 euro per 700 chilometri?
La carrozza scoppia di passeggeri, ci sono persino gli scout, mi allineo con le valigie degli altri nel corridoio, chiedo al controllore di farmi il biglietto. Un giovane grasso con gli occhiali, le spalle curve, sicuro di sé. Si sieda, signora, dice accompagnando l’offerta con un gesto della mano. Guardi, non ci sono posti nel senso del treno, vengo da Roma, ho la nausea. Fa un mezzo sorriso, e torna alle sue faccende sul tablet. Non me lo fa, il biglietto.

Un uomo in piedi a due metri da me comincia a osservarmi come se fossi finta. Mi giro per evitare lo sguardo, incrocio quello di un altro, seduto. Mi fissa negli occhi. Stai calma. Palmi, Bagnara, arrivo a Scilla. Un’orda di adolescenti si accalca per salire sul treno, è l’ultimo per tornare a Reggio. Sguscio in mezzo a loro, esco dalla stazione in cerca della navetta. Motorini truccati, aria di mare, gente serena. Serena di niente. Un’auto è parcheggiata in mezzo alla strada e le due corsie procedono a senso alternato, ma nessuno impreca, è una fatalità del resto. È Dio che ha messo un’auto lì. L’autista del pullman fa manovra per passare, il suo viso non tradisce il minimo segno di fastidio. La prima navetta elettrica parte per il paese alto con nove persone in sei posti, sovrapposte. È una golf cart, tutta aperta, la salita è ripida, sullo strapiombo, ma nessuno cadrà mai.

Perché dovrebbe cadere? Il golfo è meraviglioso, di là c’è la Sicilia, il pilone, di qua il castello, le rocce. Fate salire anche me. Mi metto dietro, con i bagagli. Mi sembra di stare qui da sempre. Che ore sono?

Commenti
Un commento a “Da Roma in giù verso la Calabria, storia semiseria di un’ordinaria Odissea estiva”
  1. gino rago scrive:

    Esprimo ammirazione, plauso, emozioni e commozioni per la scrittura limpida di Paola M., scrittura stracolma di adesione alla realtà dei fatti, scrittura sacra perché della verità fa la sua vera cifra…
    Dimenticato, Leonida Repaci seppe dirlo cosa si verificò nel progetto divino quando venne il turno della Calabria….
    (gino rago)

    Da Quando venne il giorno della Calabria
    di Leonida Repaci
    “[…]
    Quando fu il giorno della Calabria Dio si trovò in pugno 15000 km. quadrati di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese di due milioni di abitanti al massimo. (…). Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi (…) Volle il mare sempre viola, la rosa sbocciante a dicembre, il cielo terso, le campagne fertili, le messi pingui, l’acqua abbondante, il clima mite, il profumo delle erbe inebriante. Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro il Signore fu preso da una dolce sonnolenza, in cui entrava il compiacimento del creatore verso il capolavoro raggiunto. Del breve sonno divino approfittò il diavolo per assegnare alla Calabria le calamità: le dominazioni, il terremoto, la malaria, l’Onorata Società, la vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria, l’emigrazione (…) E, a questo punto, il diavolo si ritenne soddisfatto del suo lavoro, toccò a lui prender sonno mentre si svegliava il Signore. Quando, aperti gli occhi, poté abbracciare in tutta la sua vastità la rovina recata alla creatura prediletta, Dio scaraventò con un gesto di collera il Maligno nei profondi abissi del cielo. Poi, lentamente rasserenandosi, disse: – Questi mali e questi bisogni sono ormai scatenati e debbono seguire la loro parabola. Ma essi non impediranno alla Calabria di essere come io l’ho voluta. La sua felicità sarà raggiunta con più sudore, ecco tutto.

    a cura di gino rago

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